#imieiprimipensieri - Schiavi


Nessuno è più schiavo di colui 
che si considera libero senza esserlo.
(Goethe)

Ultimamente si è parlato tanto di violenza sulle donne. Gravissima, ovviamente. E, come sapete, la combatto ogni giorno. Ma perché pochi hanno il coraggio di menzionare ciò che accade quotidianamente nelle grandi aziende? Temono ripercussioni all’interno del proprio ambiente? Può darsi. L’unico che quotidianamente vomita veleno sui soprusi professionali è Daniele Reale, del blog La schiavitù del lavoro. Gli ho scritto più volte. Gli ho parlato delle mie esperienze e raccontato degli studi di cui mi occupo ormai da più di tre anni. All’inizio la battaglia contro certi comportamenti lesivi della dignità umana era semplice istinto di sopravvivenza: volevo essere informata per potermi proteggere. Poi è diventata una missione. Sono stufa di vedere intorno a me gente che soffre. Sono stufa di sentire lamentele sugli abusi commessi da dirigenti e colleghi nei confronti dei soggetti più deboli, abusi ai quali si accompagna un silenzio passivo, per la paura di perdere il posto. Io lo so bene. Sono la prima ad aver vissuto sulla mia pelle le conseguenze della disobbedienza, ed è bastata una parola di troppo, detta in un periodo poco adatto per recriminare, perché fossi messa in croce. Non si sono fermati nemmeno adesso, che sono passata dal regime di carcere duro alla libertà vigilata. Anzi: vai a capire quale disegno perverso sta prendendo piede nelle menti dei Kapò… Riesco a vederlo solo in parte, sebbene annusi l’aria come un cane da tartufo ormai da mesi. E quel poco che vedo non mi piace. Non mi piacerà mai. Mi rende completamente incapace di tacere. Mi fa schifo proprio, senza eufemismi.



Ho parlato tante volte del Jolly qui sul blog, ma non tutti hanno compreso il mio discorso. Qualcuno ha pensato che facessi riferimento a un imbonitore, altri hanno letto tra le righe una sorta di snobismo. In realtà tutto ciò che scrivevo era una semplice reazione a ciò che osservavo ogni giorno intorno me. Facce tristi davanti al cartellino o in sala fumatori. Lamentele continue da parte dei lavoratori dipendenti, non solo miei colleghi: la situazione è drammatica in ogni azienda, in ogni parte d’Italia. Ve lo posso dire con certezza. Negli ultimi anni ho parlato con oltre 1000 persone. E ho sentito di situazioni così gravi che la mia, al confronto, è una passeggiata. Se fossi stata al posto di certe persone invece di “limitarmi” a un esaurimento nervoso mi sarei buttata con l’auto giù dal viadotto dell’autostrada. Nessuno, grazie al cielo, ha mai buttato il mio compenso (in contanti, perché in nero) sul pavimento accompagnato da una serie d’insulti, nemmeno fossi un cane, come accaduto a una ragazza, apprendista parrucchiera, della quale ho conosciuto la storia. Nessuno mi ha proibito di appendere in ufficio le foto dei miei parenti o di usare oggetti che non fossero forniti direttamente dall’azienda, né di mettere le mie foto personali sul desktop. Nessuno mi ha fatto un contratto da apprendista per risparmiare sui contributi. Però la spersonalizzazione del lavoro dipendente è una realtà ormai accreditata insieme alla discriminazione, il sessismo, il classismo, il “senso di appartenenza” tanto decantato dai capi, che riduce il lavoratore alla strenua di una scrivania e una sedia, cioè un oggetto di proprietà dell’azienda. Non per altro, si parla di “unità”, non di “persone”. Sì, avete capito bene: unità. Il lavoratore è un numero che non fa alcuna differenza all’interno del sistema, il semplice ingranaggio di una macchina. Togli lui, metti qualcun altro, e nulla cambia, intanto il risultato si raggiunge con una serie di azioni meccaniche che non richiedono alcun contributo personale. E la creatività diventa un’utopia, un lusso concesso a pochi.

SONO PROFONDAMENTE TRISTE!

Sono triste al di là della mia situazione personale, perché quella è soltanto una goccia nel mare. Lasciamo perdere ciò che sto passando: sto costruendo per me un percorso professionale alternativo e autonomo che, qualunque cosa debba succedere, mi farà cadere non dico in piedi, ma almeno sul sedere, che dopo anni di yoga ammortizza bene i colpi. La fonte della mia frustrazione è il senso d’impotenza. Sono sempre stata un’idealista. Non posso osservare il mondo che va a rotoli mentre il sistema tace. Non posso rimanere emotivamente impassibile quando vedo persone che per anni hanno sputato il sangue dentro un ufficio essere buttate via come se fossero delle scarpe vecchie. Non posso ignorare la sofferenza che provo quando vedo un giovane svendersi in cambio di pochi euro, perché penso che uno stato democratico e civile debba offrirgli un’alternativa alla messa all’asta della propria anima. Non posso accettare l’atteggiamento supplichevole di chi va a cercare un impiego, come se l’azienda gli facesse un favore ad assumerlo: ci siamo dimenticati che il rapporto di lavoro nasce da una relazione di scambio? Io metto a tua disposizione le mie competenze, e tu in cambio mi dai lo stipendio. Non mi stai regalando nulla, capito? E poi: non posso più assistere inerte alla compravendita delle ore lavorative. Se arrivo un minuto in ritardo, mi togli un quarto d’ora in busta paga, ma se mi fermo due ore in più in una settimana, contando un quarto d’ora oggi e dieci minuti domani, mi impedisci di segnarmi lo straordinario. Perché? Ah, già: il senso di appartenenza...Ma vaffanculo. 


E vaffanculo anche a chi sbandiera ai quattro venti la propria sudditanza. “L’azienda”, dice, “ha fatto tantissimo per me, e merita tutta la mia devozione”.

Lo ripeto: vaffanculo! 

E ai miei “non” aggiungo anche questo: non posso più convivere con l’omertà dei Nani, conniventi con questa società malata, che vivono piegati a novanta gradi e non prendono mai posizioni a difesa dei propri colleghi, non li mettono in guardia, non cercano di proteggerli. Quando in un’azienda c’è una situazione di disagio, normalmente tutti lo sanno. Osservano la situazione di sottecchi, domandandosi quando il malcapitato esploderà. E io, che da scrittrice sono molto sensibile alle energie, percepisco la sofferenza delle persone, la leggo nel loro sguardo e tra le righe dei loro non detti. Soffro in silenzio, perché non posso fare nulla se non raccontare la mia verità attraverso questa tastiera. E, sebbene ciò che accade racconti il contrario, continuo a credere che il mondo del lavoro possa cambiare. Ci vorranno anni, lo so. Forse secoli. Eppure credo che esista una realtà alternativa in cui non esistono né schiavi né padroni, in cui ciascuno è libero di realizzare se stesso creativamente, senza credere che un contratto a tempo indeterminato sia la risposta a tutti i problemi. Lo è solo a quelli economici, ve lo assicuro. Ma ne crea molti altri. 

La depressione professionale sta  facendo più morti dell’AIDS!

Non è un’esagerazione, lo giuro!

Le morti sul lavoro oggi sono invisibili e poco eclatanti, spesso giustificate da uno stile di vita malsano, cui si ricorre quale unica via di fuga dall’alienazione. Sapete che le ultime ricerche sull’alcoolismo hanno dimostrato che i soggetti maggiormente a rischio sono gli impiegati? Stesso dato emerge dalle statistiche sul fumo. Spesso infatti la pausa sigaretta diventa l’unica via di fuga, l’unica scappatoia concessa dal sistema. Del resto, quando la routine quotidiana ti annulla, non riesci più nemmeno a stare bene e a prenderti cura del tuo corpo. Diventi un fantasma. Ti lasci andare.

Credo profondamente nel lavoro free-lance e sono orgogliosa di aver intrapreso questa strada.  Esso per me rappresenta la risposta al silenzio delle istituzioni davanti al disagio psicologico del nostro secolo. Restituisce alle persone la propria libertà creativa. Le rende di nuovo padrone del proprio tempo e del proprio spazio vitale. Ma, soprattutto, ha la caratteristica dell’unicità. I miei testi posso scriverli solo io. I romanzi che edito, posso editarli solo io. Ciò non significa che sia più brava degli altri, ma che i successi si conquistano su base meritocratica. Questo, credetemi, è tantissimo.

Commenti

  1. Nulla da aggiungere Chiara, se non che bisognerebbe cambiare radicalmente la mentalità dell'italiano. O tornare indietro con la macchina del tempo agli anni '60 per cercare di cambiare le cose. Io mi ritengo piuttosto fortunato, sul posto di lavoro, i miei titolari sono come degli zii per me. Certo nelle piccole realtà (o nei pezzi piccoli di grandi realtà) non è tanto sudditanza, quanto necessità di sopravvivenza. Perché il rischio di chiusura c'è sempre e poi ti ritrovi con il culo per terra. Questo ovviamente non contrasta con il senso generale del tuo discorso, che condivido pienamente. Così come è spaventoso l'aumentare di patologie (non parlo ovviamente di tumori, quanto ad esempio di mal di testa, problemi muscolari ecc.) legate ai ritmi veloci che impone questa società.

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    1. La situazione che ho riscontrato riguarda prevalentemente le grandi realtà. Poi per carità, i problemi possono esserci ovunque, ma quando si è pochi diventa più facile costruire rapporti che nascono su una base di umanità, e il contributo del singolo al lavoro è più evidente. Lo vedo anche nella farmacia di mia mamma, dove sono in 7, più un collaboratore che copre i turni di notte. Ci sono stati screzi tra le persone in passato, ma sempre su chiave ridotta, e legate ad antipatie personali, non ad abusi. Lì la cosa più grave che può accadere è che mia mamma e mio zio si mandino a quel paese (sono soci) ma credo lo facciano da sessant'anni. :-D

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  2. La questione è più semplice di quel che si crede, e come dici tu, anche a me non piace per niente:
    Il primo obiettivo del sistema è il profitto, tutto il resto quindi sarà di pessima qualità. Tutti i piccoli nanetti, ingranaggi del sistema, sono costretti a rincorrere il denaro, perciò non hanno l'energia e il tempo di dedicarsi al resto. Fino a quando il primo obiettivo è il denaro non c'è disastro ambientale che regga il confronto, non c'è recita, falsità, umiliazione, malattia, strazio, violenza, immoralità, sopruso, omicidio... che riesca a farlo.

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    1. Inseguire il denaro con un lavoro dipendente è un'utopia, la grande illusione creata dal Sistema. Gli impiegati infatti non diventeranno mai ricchi ma lavorano per riempire le tasche dei loro capi. E questi, a loro volta, nutrono quelle dell'AD, che nutre quelle degli azionisti. Scalare la piramide non darà mai una libertà completa.

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    2. Sì, ma io intendevo tutti noi, anche un dipendente è costretto a seguirlo per la propria sopravvivenza, per mangiare e soddisfare vizi e piaceri che compensino allo stress lavorativo. Ci siamo allontanati troppo dalla terra.

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    3. Il denaro è una necessità, certo. Ma per molti è un'ossessione. E ci sono tante convinzioni limitanti sul modo in cui farlo.

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  3. Sono fuori dall'Italia dal 1971 e allora non è che fossero rose ma nessuna donna se ne preoccupava troppo, almeno quelle che conoscevo io. Ho diretto una filiale di una grande ditta fabbricante apparecchi televisivi et similia. Ho diretto poi una filiale di una arcinota ditta di profume e cosette del genere. Ho avuto tre segretarie, tutte estremamente carine e capaci. Ho sempre parlato loro col lei, mai fatto lo stronzo, mai licenziato il personale. A Torino e poi a Milano con la ditta di cosmeticie profumi avevo solo personale femminile. Dimostratrici. Alcune veramene belle.
    Mai fatto il satrapo. Insomma io sono a posto.
    Voglio però parlarti del posto dove vai avanti solo se vali, cioè il teatro. Io ero Erste Teathermaler, cioè primo pittore di scena. Avevo, tra l'altro la responsabilità degli e delle apprendiste, quattro anni di lavoro. Dovevo insegnare il lavoro a sta gente. Il Direttore della sala di pittura, il Vorstand, non poteva darmi ordini perché io trattavo direttamente con i scenografi e coi registi, perché sono loro che alla fine mettono la firma ed il teatro prende i soldi. Se uno scenografo o un regista non è d'accordo non firma e tutto il lavoro, tutte le spese sono andate a donne di facili costumi, e tu la prossima stagione devi cercarti un altro teatro, perché pezzo non firmato e accettato non pagato e si tratta a volte di più di 100.000 euro.
    Le ragazze, ne ho avute cinque contemporaneamente, che erano le mie A.zu B. (aufzubildende), apprendiste per quel che mi riguarda erano tutte molto brave e dotate -infatti sono state tutte brillantemente promosse agli esami fatti a Berlino- ma proprio perché lavoravano quasi sempre per me, venivano sottoposte ad angherie tipo "vieni qua Cornelia, molla lì per un momento -il lavoro che le avevo dato io- e dacci una mano" Magari le facevano spostare fondali pesanti e mi tornava due ore dopo con le mani gonfie. E questo con tutte e quattro. Io mi incazzavo. Loro per una settimana non facevano niente, poi riattaccavano con un'altra. E loro erano in otto e non avrebbero avuto nemmeno bisogno. Poi io avevo anche due Azubi maschi. Quelli non li toccavano. Penso che fosse anche peggio in altri ambienti perché ho spesso sentito lamentele anche in Germania, anche se le donne tedesche hanno un ben diverso potere sui loro uomini, magari più quelle dell'altra generazione, i cui uomini erano coloro che avevano perso la guerra, mentre le donne avevano ricostruito la Germania.
    Ma vedo che adesso anche qui si sta degenerando e proprio l'altra sera la TV ha dato notizia di un extracomunitario che ha accoppato la moglie tedesca. Comincia anche qui questo sport dove noi siamo campioni del mondo. Brutti pesci da pescare.
    Ciao Chiara.

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    1. Io e il concetto di "segretaria" non andiamo d'accordo. Fosse per me eliminerei questa parola dal dizionario. Dal momento che gli pseudo-dirigenti attribuiscono questo titolo a tutte le donne lavoratrici, ormai lo considero una sorta di parolaccia, non solo perché rimanda di default a un'idea di sudditanza, ma perché nell'immaginario collettivo evoca tutta una serie di stereotipi ormai anacronistici, e che quindi andrebbero aboliti.

      Mi piacciono gli ambienti di lavoro informali, quelli dove si dà del "tu" anche al Direttore Generale perché è considerato un "primus inter pares", non un padrone. Però il "lei" come forma di cortesia non mi dispiace, purché il suo utilizzo sia reciproco. Io do del "lei" al mio dirigente e lui fa altrettanto: è giusto. Ma che un dirigente mi dia del "tu" e pretenda il "lei" è assolutamente inaccettabile. Se un Kapò usa il "tu", io faccio altrettanto.

      Ciao a te, Vincenzo. :)

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    2. Allora: io non discrimino come fai tu perché io sono uomo e capisco la tua posizione da donna. Ti dico solo che una buona segretaria la devi ben pagare, perché evita rogne al suo capo, gli facilita il compito, lo segue e a volte -molto spesso- lo precede. Sa tutto e sa quando è il momento di fargli vedere una cosa, quando invece meglio lasciarlo in pace.
      Sono stato fortunato con le segretarie. Rari esempi di donne belle e intelligenti e capaci.
      Ti spiego la storia del lei. Dopo due anni di lavoro finco a fianco, Silvia una sera ad una cena dove c'era la creme dell'azienda -eravamo al Biffi in Galleria a Milano- mi fa: -La segretaria del Gran Capo gli dà del tu, e anche le altre al loro capo.
      -Ho capito, mi sta dicendo che solo noi ci diamo del lei?
      Sorrisetto.
      L'indomani la chiamai nel mio ufficio.
      -Credo che per una segretaria sia molto difficile dire al suo capo "vada a dar via il culo, mentre sarebbe facilissimo dirgli ma vaffanculo. Mi sono spiegato, Silvia? Vale anche per me.
      Sorrisetto, e non se ne parlò più.
      In effetti questo era il motivo e nessun altro. Io ero sposato da 18 mesi e fresco padre, innamorato di mia moglie, sposata per amore, e di mia figlia.
      No, non era quello il motivo, ma solo evitare il rischio di un fanculaggio reciproco.
      Ciao Chiara, buona serata.

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    3. Caro Vincenzo,

      posso comprendere la tua posizione perché sei fuori dall'Italia da più di quarant'anni, e hai lavorato in un momento storico diverso, però posso spiegarti come vedo io (donna trentaseienne cresciuta a cavallo del nuovo millennio e molto sensibile al tema della discriminazione) la situazione.

      Nel momento in cui si è creata per le donne l'esigenza di lavorare, le dinamiche della società patriarcale si sono spostate negli ambienti di lavoro. La donna pertanto aveva (e ha tutt'ora) un ruolo subordinato rispetto a quello dell'uomo. Era lì per servirlo e riverirlo, per portargli il caffè, non solo per sostenerlo nello svolgimento dei propri compiti. Grazie alla presenza di una segretaria, il capo poteva rivendicare ed esternare continuamente la propria superiorità di maschio. E ancora oggi è così. Lo vedo tutti i giorni: c'è stato un periodo in cui riuscivo a capire se un tale dirigente era in ufficio da come era vestita e truccata la mia collega (che tra l'altro sembrava un uomo) perché c'era questo maniacale desiderio di piacere, di compiacere, e questo nella mia mentalità non è accettabile. L'assistente non deve pensare a sé stessa come una sorta di oggetto del piacere progettato per compiacere il maschio di turno, ma valorizzare le proprie competenze e qualità intellettuali. Invece, c'è un servilismo disarmante. Ne ho scritto proprio nell'articolo linkato sotto, in risposta a Elena: addirittura, in Abruzzo, delle donne hanno retto gli ombrelli sulla testa dei loro capi durante una conferenza. Per me questo è agghiacciante.

      Come dici tu: "evita rogne al suo capo, gli facilita il compito, lo segue e a volte -molto spesso- lo precede. Sa tutto e sa quando è il momento di fargli vedere una cosa, quando invece meglio lasciarlo in pace."

      Vedi?

      Per parlare del capo hai usato termini maschili. E hai descritto una specie di servetta, una badante. Ma non è questo, secondo me, il ruolo cui una donna, specialmente se laureata e con esperienza, deve ambire. Invece nelle grandi aziende molte danno per scontato che non faranno niente più di quello: fotocopie, portare il caffè in sala riunioni, obbedire agli ordini. C'è in molti casi addirittura una pretesa di possesso del "padrone" nei confronti della sua dipendente, come se fosse una propaggine di sé. E questo è dal mio punto di vista inaccettabile.

      Se non avessi fretta scriverei per ore.
      Magari continueremo.

      Buona giornata

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    4. Eh no, mi ribello e non ci sto. Quando ho scritto la frase che poi tu hai virgolettato ho usato termini maschili perché facevo riferimento a me stesso, che -guarda caso- sono maschio o uomo se per te va bene, e quindi la grammatica -che tu conosci benissimo- me lo imponeva.
      E NON ho descritto una badante perché avevo trenta anni, e non ho mai avuto una servetta, anche se voi donne in genere sempre pensate che noi uomini tali vi consideriamo.
      Allora chiarisco.
      Io ritengo che il successo della coppia "capo - segretaria" sia strettamente legato all'intelligenza di lui e di lei. Posto che uno che allunga le mani nei territori proibiti non sia un capo ma un maiale; posto che uno che profittando della necessità di lavoro della sua dipendente più prossima a lui sia un mascalzone indecente, c'è sempre la possibilità che tra i due nasca un sentimento, che è innanzitutto frutto della costante presenza dell'uno accanto all'altra, o se preferiscidell'una accanto all'altro.
      Una presenza che certi protocolli prevedomo sempre, anche in trasferte, perché tu non puoi andare ad una riunione importante senza la presenza della segretaria
      che tutto sa di tutto e tutto è in grado di organizzare. Te lo immagini -anche oggi con il computer, figuriamoci ai tempi di cui ti parlo dove avevi tante scartoffie che normalmente usava solo lei- sette oppure otto dirigenti costretti a perdere la metà del loro tempo per trovare un documento in due o tre cartelle? Addio riunione.
      Ma questo comportava colazione e pranzo e cena insieme, dove ci si consultava su come meglio affrontare gli argomenti. E poi il dopo cena, dove normalmente si faceva il bilancio della giornata. E questo a volte per una settimana intera. E questo era il pericolo. Lo sapevamo entrambi e ce ne stavamo con le orecchie tese.
      Lo ammetto: è venuto il pensierino anche a me una sera a Parigi.
      Io dicevano che fossi non solo un bel ragazzo ma affascinava il mio modo di fare.
      Silvia era un gran bel pezzo di figliola di 24 anni, laureata, tre lingue parlate e scritte, ma a quello quella sera non pensavo più. E lei aveva annusato il momento. Non dissi una parola e non feci niente, solo rimasi muto ad osservare le vene del suo collo che battevano vistosamente e velocemente. Ero entrato in autostrada, e lei era lì più lenta di me che stavo avvicinandomi al sorpasso.
      Fortunatamente con un movimento brusco feci cadere la tazza col the che versòparte del contenuto sul mio pantalone sinistro. Andai nella mia stanza a cambiare vestito.
      Pensavo, pensavo e pensavo. A mia moglie ed a mia figlia.
      Silvia ha probabilmente pensato al suo fidanzato.
      Quando circa venti minuti dopo sono ritornato, non eravamo più in autostrada.
      Devo solo aggiungere che io mi sono considerato fortunato: non avevo perduto la mia migliore collaboratrice, non avevo tradito la fiducia di AnnaMaria e non avevo messo i crisi il mio matrimonio.
      Per quel che riguarda lei non so cosa abbia pensato, ma dopo tre settimane lasciò un fidanzato con cui erano due anni che conviveva.
      Anche questo fa parte del patrimonio di intelligenza dei due elementi della coppia "capo-segretaria"
      Ciao Chiara.

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    5. Ciao Vincenzo, ti rispondo con qualche giorno di ritardo, perdonami.

      Come accennavo nel precedente commento, io parlo come figlia dei miei tempi, tu dei tuoi. Dici di aver lasciato l' Italia nel 71, e che ai tempi avevi trent'anni, il che mi dà l'idea di quanti anni siano passati (so quando sei nato: ricordi che ti ho fatto il tema natale? :-D). Il contesto da allora si è molto involuto.

      Negli anni 60 erano poche le donne che lavoravano e di norma meno qualificate dell'uomo. Era normale dunque che finissero a fare le segretarie. Oggi non è più così. Non è scontato che il mio capo ne sa più di me, ma il senso comune definisce il gioco dei ruoli. Anche nel caso di due colleghi parigrado, uomo e donna, a occhi esterni lei sarà sempre considerata la segretaria di Tizio.

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  4. Io ho visto e vedo ancora situazioni di umiliazione e ingiustizia continua sul posto di lavoro. Qualcuno l'ho subita pure io. In qualche modo poi si va avanti, si cerca di non impazzire, si diventa forti. Sono certa che certe scene oggi mi vedrebbero dare risposte diverse, se allora furono lacrime, oggi sarebbero "no, lei non può trattarmi in questo modo." Mia sorella lavora per una ditta svizzera e dice che è tutto diverso, qui in Italia salvo rari casi la meritocrazia è utopistica e c'è chi può permettersi di alzarsi al mattino e comportarsi da despota. Quello che dici tu per esempio della timbratura è sacrosanto, come il fatto che le ore di straordinario se sei full time sono al 30% in più, se sei part time al 16%. Ma perché? E ho pure faticato a farmele pagare. Però erano gradite assai, eh.

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    1. Pensa che da noi lo straordinario del part-time viene pagato come un'ora di lavoro normale, poiché qualificato come "tempo supplementare", il che innesca dinamiche diverse anche a livello tassativo. Ma tanto il problema non mi riguarda, visto che io non posso farlo. ;)

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  5. Che poi è lampante che un lavorate soddisfatto lavori di più e meglio. Nella mia vita sono stata in due realtà virtuose. La prima un'associazione culturale con cui ancora collaboro in cui i dipendenti erano (sono) entusiasti del loro lavoro, così come i vari collaboratori, spesso persone che si erano (sono) lasciate alle spalle vite "normali" per inseguire sogni apparentemente improbabili, dal mirtilleto biologico al luogo di incontro per appassionati di chitarre. E poi la scuola col pontile, in anni magici in cui quasi tutti i docenti, veterani o precari che fossero erano "docenti per vocazione". Ebbene, in queste due realtà si lavorava di più e meglio, con risultati migliori misurabili rispetto ad altre, più normali (e di situazioni limite ne ho vissuta sulla mia pelle solo una e per breve tempo).

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    1. Anch'io ho avuto la fortuna di lavorare in ambienti sani e caratterizzati da un rapporto collaborativo tra le persone. Per esempio anni fa ero in un giornale dove mi trovavo molto bene, peccato che non prendessi lo stipendio. Anche quando insegnavo a scuola (seminari di comunicazione e competenze relazionali finanziati dalla regione per gli studenti delle scuole superiori) era tutta un'altra cosa, c'era armonia e rispetto. In quei contesto lavoravo molto volentieri, mi svegliavo la mattina felice. Questo rende ancora più stridente il contrasto con la mia situazione attuale perché dimostra che non tutti i luoghi di lavoro sono dei gironi infernali. E quindi, mi dico, le cose possono cambiare, se lo si vuole. Il problema è, appunto, che a qualcuno vanno bene così. :)

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  6. La depressione professionale uccide ogni giorno, confermo, così come l'alienazione degli impiegati, anche se non ho vissuto cose gravi come quelle da te citate, però mi sento molto oppressa dal mio lavoro, tra straordinari che non puoi segnare nonostante ogni giorno mi fermi sempre molto oltre l'orario, le scadenze e la mole esagerata di lavoro che mi devo sobbarcare, le ferie negare e l'ansia che mi assilla...scusa lo sfogo, ma il tuo post mi ha dato il la!

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    1. Fai benissimo a sfogarti. Sono molto sensibile al tema e disposta ad aiutare chiunque viva situazioni del genere. Puoi scrivermi anche in privato, se vuoi. :)

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  7. La violenza nei luoghi di lavoro, nessuno ne vuol palare perché mette in discussione culture archeologiche e comportamenti moderni. MI spiego meglio. Se siamo ancora in una società in cui le donne se lavorano spesso hanno un lavoro povero, mal pagato e poco professionalizzante. Una piccola parte di noi ha un lavoro di alta professionalità e in quesl caso, spesso, se l'è dovuto conquistare facendo il triplo di un uomo, dovendo prima dimostrare di essere molto brava e leale, mi raccomando, leale, e poi all'altezza del compito. Per poi magari scoprire che sei pagata il 20% in meno di un uomo, sul quale, si sa, si investe di più.
    E i colloqui con domande del tipo "Lei ama i bambini? Intende farsi una famiglia?" , violenze subdole e volgari, perché è evidente che c'è solo una risposta se si vuole lavorare. E poi ci sono le molestie, le toccatine, i sorrisi, che ti mettono in imbarazzo al punto da rinunciare al viaggio in ascensore, le velate minacce, le dimissioni in bianco.
    C'è tanto da fare cara Chiara e di certo non possiamo mandare tutto a quel paese perché questo presente che abbiamo è frutto dell'ignoranza del passato. E dobbiamo sconfiggerla, tutti insieme, uomini e donne. Ti abbraccio

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    1. Ciao Elena,

      ho letto di recente un articolo relativo alle domande che nei colloqui non si possono fare, e alle quali il candidato può rifiutarsi di rispondere. Il vero problema secondo me è che le persone non sono informate sui propri diritti, e di conseguenza credono che il Sistema abbia ragione. Inoltre, fin da quando siamo bambini l'obbedienza viene premiata, quindi non ci deve sorprendere che molti, oggi, la considerino un valore. Qualche mese fa, per esempio, mi è capitato di discutere con una mia carissima amica, una ragazza intelligentissima tra l'altro, perché criticava una sua collega, colpevole di essere rimasta incinta pur sapendo che "la capa" stava cercando una gravidanza. Siccome c'era il rischio di lasciar scoperto l'ufficio, la donna avrebbe dovuto farsi da parte e dare la precedenza alla titolare dello studio. Quando ho sentito questa cosa, mi trovavo in una SPA a un addio al nubilato, e mi sono trovata a discutere pesantemente. Io sostenevo che il lavoro non deve interferire nelle questioni personali, e che esse debbano avere la priorità; lei, il contrario. Perché sai, se sei stato assunto hai un debito di gratitudine, quindi devi chinare il capo. Ecco: io non riesco proprio ad adeguarmi a questa logica. Non sono leale? Sì, lo sono. Ho sempre svolto il mio lavoro in modo impeccabile, impegnandomi al massimo. Questa però non è lealtà: è servilismo.

      Un abbraccio a te

      P.S. Mi sono iscritta alla CGIL anch'io, sebbene i colleghi me l'avessero sconsigliato, perché nessuna delle persone che lavorano a stretto contatto con i dirigenti è iscritta al sindacato. E vorrei in futuro collaborare con loro, perché la mia battaglia non si limiti a qualche "sfogone" sul blog. Questo tema mi sta davvero a cuore.

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    2. Dimenticavo, Elena. Ti segnalo questo:

      http://www.kultural.eu/sociokultura/1618-gaslighting-e-abusi-lavorativi

      E anche questo:
      http://www.kultural.eu/sociokultura/1593-come-alcune-donne-alimentano-il-sessismo

      Li ho scritti io, e ti potrebbero piacere. :)

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    3. Cara Chiara, c'è purtroppo una confusione a mio avviso tra i termini "Fedeltà" e "lealtà". Un dipendente fedele è come il nostro animale da compagnia: sempre disponibile a soddisfare le nostre esigenze, che non ci delude mai, esegue sempre i nostri ordini. La persona leale invece è colei che svolge il suo lavoro con coscienza per il bene (o la mission, se preferisci) del posto in cui lavora. Non è solo professionalità, è direzione, standing, insomma, dignità.
      Oggi mi pare che si ricerchi molto la fedeltà, l'esempio che riporti, davvero aberrante, lo evidenzia bene. Eppure, nonostante tutto, io ho fiducia nelle persone. Penso che facendo cultura le cose possano cambiare. Altrimenti non farei ciò che faccio ogni giorno. Hai ragione tu, le persone non conoscono i loro diritti e paradossalmente siamo tornati indietro di secoli: il lavoro è considerato una regalia. Forse è per quello che permettiamo a volte che sia pagato così poco.
      Sono molto felice che ti alla fine abbia scelto il mio sindacato. Ricordati che hai un'amica ;)
      Grazie per la segnalazione ai tuoi articoli, vado subito a leggerli.
      Un abbraccio

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    4. Ops, pensavo di poter commentare gli articoli ma niente. Allora ti dico qui: non conoscevo il Gaslighting, grazie per avermelo segnalato. Sul sessismo ci sarebbe da scrivere per ore... Sto leggendo Lettera al mio giudice, di Simenon. Soprendentemente tratta a mio avviso del rapporto malato di un uomo con l'altro sesso. Mi sta aprendo dei mondi a me sconosciuti e mi offre la possibilità di entrare nell'universo maschile che considera, ancora purtroppo, la donna come propria, come un oggetto, sempre disponibile. Per questo non accettano un no, certi uomini. Non lo concepiscono

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    5. Ciao Elena, rispondo ai tuoi commenti con un unico messaggio, per comodità.

      Io penso che la lealtà sia un atto di rispetto verso se stessi. Per quanto io possa stare male nel mio posto di lavoro, non prenderei mai sottogamba le mie mansioni, perché sminuirei me stessa e verrei meno ai miei valori. La ribellione non è questo. La ribellione è rivendicare i propri diritti, ma non venire meno ai propri doveri.

      Ho scelto il tuo sindacato perché il collega che ci rappresenta mi ha aiutata per anni anche se non ero iscritta, mentre altri non muovevano un dito. Siccome penso che l'aiuto non debba essere settoriale, bensì una vocazione,
      ho preferito continuare con lui.

      Il gaslighting è alla base di molti episodi mobbizzanti. Anche se nell'articolo ho dovuto tutelarmi,le frasi da me citate sono state rivolte a me, non al mio "amico".

      Quanto al sessismo, la mia discussione con Vincenzo nei commenti sopra la dice lunga...

      Un abbraccio

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  8. Ciao Chiara! non so se ti ricordi di me, ma eccomi qui, sono ritornata dopo quasi due anni.
    Il post mi è piaciuto tantissimo e hai fatto un'analisi cruda e reale dell'attuale sistema lavorativo in cui siamo immersi.
    Figurati che io e il mio compagno non riusciamo a crearci una vita insieme, perché lui operaio è di nuovo disoccupato... e può essere solo assunto tramite agenzia (la moderna schiavitù!) e io sì, sono libera professionista con partita IVA, ma non è facile è un brutto periodo e bisogna sempre parlare bene delle aziende principali con cui collabori (tu lavori e loro guadagnano)... per ora solo così si riesce a tirare un po' avanti, ma siamo tutti e due molto demotivati!

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    1. Ciao Giusy, certo che mi ricordo di te. :)

      Comprendo molto bene la situazione del tuo compagno e penso che possa utilizzare questo periodo di disoccupazione per studiare, imparare o inventarsi qualcosa di nuovo. So che spesso ci si demoralizza, però non bisogna aspettare che lo stato riconosca i nostri diritti, bensì sapersi inventare giorno dopo giorno. Nonostante tutti i problemi che hai, il lavoro su partita iva è sempre la soluzione migliore, perché dà una libertà che altrove è preclusa.

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    2. Se solo avessimo affrontato questa conversazione almeno 3 mesi fa, ti avrei dato ragione su tutta la linea, per quanto riguarda la partita iva... oggi non ne sono più tanto sicura.

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  9. Guarda, non riesco nemmeno a commentartelo un post del genere.
    Avrei potuto scriverne io ogni singola parola.
    Dalle mie parti continuano ad arrivarmi notizie sempre peggiori. Non sai mai cosa succederà la volta dopo, ma la situazione è ormai preoccupante. E anch'io mi sento impotente, perché non sai cosa fare.
    La cosa più triste è che c'è sempre qualcuno che sta messo peggio di te. E non è consolatorio, ma solo avvilente.

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    1. Concordo. Due cose in particolare sono avvilenti, anche se non le ho menzionate nell'articolo perché riguardano più la mia situazione particolare che una tendenza generale, anche se non escludo a priori che altrove la situazione possa essere simile. Innanzitutto, se una persona tratta male la gente per TRENT'ANNI un'azienda sana le impedisce di farlo. Non è isolandolo a fare un lavoro inutile con una sola persona ad assisterlo che risolvi il problema, se poi continua a torturare la gente. Secondo me per assumere un ruolo dirigenziale si dovrebbero sostenere dei test psicologici perché hai una responsabilità enorme, invece ti ritrovi persone affette da un disturbo narcisistico della personalità che butta sulla gente le proprie frustrazioni.

      In secondo luogo, penso che la Direzione del Personale debba essere una sorta di avamposto del sindacato, a sostegno dei colleghi, invece spesso fa il gioco dei dirigenti, in una guerra tra poveri che non ha senso.

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