Paure e archetipi dell'era post-moderna


Il mondo intorno a noi è tagliuzzato in frammenti scarsamente coordinati e le nostre vite individuali sono frammentate in una successione di episodi mal collegati fra loro.
(Zygmunt Bauman)

C’è un blogger che di recente ha dedicato una serie di post alle paure ataviche e agli archetipi “horror” che queste hanno generato. Per esempio, la figura del “mostro” nasce dal timore della diversità; la strega dall’avversione verso un modello di femminilità lontano dai principi della società patriarcale. Leggendo le sue disquisizioni, gli ho posto un quesito: perché non inventi delle figure spaventose basate sulle fobie della post-modernità? Da qui, l’idea per un articolo a quattro mani. Io, forte dei miei studi sociologici, ho rispolverato i saggi di Bauman e approfondito i concetti già espressi nell’articolo Le macchie e le paure dell’antieroe. Lui, si è invece dedicato agli archetipi. Dall’unione dei nostri scritti, è nato questo articolo.
Il mio socio ha deciso di non rivelare la propria identità fino alla settimana prossima. Chi bazzica la blogosfera con una certa assiduità potrebbe però riuscire a identificarlo, perché sono pochi gli autori in grado di affrontare argomenti così complessi con una simile padronanza: vediamo se riuscite a capire di chi si tratta!
Buona lettura.

LA SOLITUDINE E LA BOLLA
Nell’epoca post-moderna l’accesso al consumo di beni e servizi è pressoché illimitato, agevolato da sconti e promozioni, favorito dalla gratuità del web e, addirittura, così pervasivo da poter dire agli altri chi siamo. A ogni libro e a ogni paio di scarpe da noi acquistato è legata un’etichetta, non subita ma cercata con bramosia allo scopo di generare negli altri una ben precisa idea del nostro status sociale: siamo camaleonti in grado di reinventarci continuamente sulla base dei nostri percorsi di fruizione e delle relazioni che intratteniamo. Sulla scia di tale concetto, Bauman parla di identità liquida: come l’acqua assume la forma del contenitore in cui viene versata, così la personalità dell’individuo si plasma sulla base dei suoi consumi culturali e dei gruppi sociali cui decide di appartenere. Anzi: cui deve, appartenere, se vuole essere fedele all’immagine di sé che desidera trasmettere. Avete presente le divise dei Nani? È proprio di questo che stiamo parlando: l’uomo vestito da asso di picche potrebbe non essere affatto un asso di picche, ma l’importante è che la sua casacca trasmetta quest’idea, che le altre persone riconoscano e legittimino il suo ruolo.
La sempreverde paura della solitudine si configura quindi come paura dell’ostracismo. I rapporti umani sono inseriti dentro un modello multirete che pone al centro di tutto il numero delle proprie relazioni sociali e il modo in cui esse condizionano la definizione del sé, relegando in un cantuccio le dinamiche sentimentali e affettive che, invece, dovrebbero essere un criterio di scelta fondamentale. Ecco perché si parla di solitudine di massa.
La Bolla è una creatura invisibile che circonda le persone. Quando la Bolla trova un soggetto adatto, fragile e vulnerabile, lo fagocita al suo interno, stabilendo con lui un rapporto simbiotico: ha infatti bisogno della persona per potersi alimentare e al contempo la protegge dalle minacce del mondo esterno, diviene per lui come una sorta di barriera protettiva. Inizialmente la Bolla è piccola, ma col passare del tempo diviene sempre più forte, sempre più grande, ed è a quel punto che la persona inizia a indebolirsi. Quando due atomi stabiliscono un’interazione di legame, divengono più stabili e viene liberata energia; allo stesso modo quando tra due persone si instaura una relazione di legame, divengono più stabili e si libera energia emozionale. Le Bolle temono grandemente questa energia perché, essendo creature fragili, le potrebbe distruggere; allora, per sopravvivere, cercano di isolare le persone, in modo che da sole non abbiano la forza sufficiente per potersi liberare di loro. 

L’ORIGINALITA’ E LA SELFIE-QUEEN
L’approvazione degli altri è fondamentale, per i Nani, perché fin dai tempi della scuola si sono abituati a ricevere opinioni e giudizi. Quando erano bambini, se il prof assegnava un voto alto il loro ego si gonfiava; un’insufficienza, per contro, li convinceva di non valere nulla. Oggi le stesse dinamiche, si attivano con i capiufficio, con i dirigenti, con il partner, e con i membri del proprio gruppo sociale. C’è una convinzione malata tale per cui sono gli altri a definire e legittimare il nostro valore. E, siccome la società, fin dalla notte dei tempi, ha sempre stigmatizzato il diverso, tale preconcetto innesca automaticamente un processo di omologazione. Ci rinchiudiamo tutti quanti, e tutti insieme, entro i confini di ciò che è socialmente accettato. Assorbiamo usi e consuetudini scelti da altri. Aderiamo ai modelli culturali e di condotta prevalenti nel nostro contesto di riferimento. Ci dimentichiamo di noi stessi, ma questo non importa: se su Facebook compare un like, significa che andiamo bene così. E chi se ne frega, poi, se la nostra immagine è ritoccata con photoshop…
La Selfie Queen è un mostro. È giovane, bellissima, con curve da capogiro. Dovreste vedere i suoi scatti in bikini. Ha profili su facebook, snapchat e instagram, dove posta i suoi migliori selfie. Cioè tutti. La Selfie Queen vive di notifiche, si nutre di popolarità, di likes e di condivisioni. Ama la superficialità, odia la profondità. Le storie che si raccontano su di lei dicono che la sua arma tradizionale è un bastone da selfie, col quale colpisce le proprie vittime; perché se ti lasci catturare da lei, allora inizia l’incubo: entri a far parte dei suoi follower. A quel punto comincia una terrificante trasformazione: senti anche tu il bisogno di conformarti alla sua popolarità, cerchi di diventare come lei, per essere amato da tutti e non fai che condividere e condividere sciocchezze. Perché diciamocelo: a chi non piace una come Selfie Queen? Solamente ai suoi hater, ma del resto anche loro sono caduti anche in suo potere. Non importa infatti amare od odiare, l’importante é che se ne parli e lo si condivida. C’è quindi un unico modo per sconfiggerla: ignorarla, perché l’unica cosa in grado di annullare il suo potere e distruggerla è l’anonimato. A proposito: gli specchi non riflettono la sua immagine.

L’INADEGUATEZZA E IL WILLESAUGER
La paura dell’inadeguatezza si sostituisce alla paura della devianza (che invece dominava in epoca moderna) e si lega alle due precedenti. Scrive Bauman, in un brano da me già citato in precedenza che tale sensazione è legata: all’incapacità di acquisire la forma e l’immagine desiderate, qualunque esse siano; alla difficoltà di rimanere sempre in movimento e di doversi fermare al momento della scelta, di essere flessibile e pronto ad assumere modelli di comportamento differenti, di essere allo stesso tempo argilla plasmabile e abile scultore.
Il Nano, per dirlo in parole povere, ha bisogno di sentirsi all’altezza della propria divisa. Si sente pressato dall’incombenza dell’idoneità. Vuole essere pronto per assumere nuovi compiti e nuovi impegni. Teme di dire la parola sbagliata, al momento sbagliato. Teme la gaffe. Teme di presentarsi a un evento senza l’abito adatto. Teme di non essere all’altezza del palcoscenico esistenziale che decide di calcare, perché è consapevole di vivere in una società che stigmatizza l’errore. Siccome non sa perdonare quelli altrui, non ne vuole commettere di propri: l’ossessione per la perfezione è una delle malattie di questo secolo.
Una leggenda parla del Willesauger, ovvero “il prosciugatore di volontà”. Si tratta di un’entità parassitica, un uomo-ombra che prosciuga le sue vittime dell’energia motivazionale, giocando sulle loro insicurezze. Le persone che vengono tormentate da questa inquietante figura divengono sempre più piccole, fino poi a scomparire nel nulla. Grazie a ciò il willesauger può divenire sempre più concreto e alla fine prendere il posto della sua vittima.

LA RESPONSABILITA’ E IL FOLLE
Aiutati che il ciel ti aiuta, si usa dire. Ma la paura di essere inadeguato impedisce all’individuo di salvarsi da solo, di badare a se stesso e di autogestirsi nelle proprie attività. Vorrebbe farlo. Magari ci prova pure. Però è insicuro. Si blocca. Rimane invischiato nelle proprie paure, nel proprio mentale. Paradossalmente, ancor più dell’impegno teme il disimpegno (cit. Lise Bourbeau). Per lui, non c’è onta più grande del dover dire: “non ce l’ho fatta”, perché questo comporterebbe il dover ammettere di aver fallito. Di essere inadeguato, appunto. O, peggio ancora, di aver tradito la società e la divisa che indossa. Per evitare tutto ciò, se il rischio di uno scivolone è troppo alto, molto meglio fare un passo indietro, sedersi placidi su una rassicurante mediocrità e ostacolare qualunque cambiamento possa sembrare azzardato. La squadra che vince, dopo tutto, non si cambia. Poco importa, però, che non sia la migliore.

Il Folle detesta assumersi responsabilità di qualsiasi tipo. E farebbe di tutto pur di evitarle: raggirare, manipolare, assumere comportamenti distruttivi. Non ha freni, né sensi di colpa, e non gli importano le conseguenze delle sue azioni. Non vuole crescere, né trovare il proprio posto all’interno della società. Lo puoi incontrare un po’ dappertutto, mentre è intento a folleggiare. Una volta che l’hai conosciuto, ti trascina nel suo mondo, fatto di dissoluta sconsideratezza, dove tutto quanto sembra un meraviglioso divertimento. Ma attenzione, perché ci sarà sempre qualcun altro a fare il lavoro al posto suo, a rimediare alle sue mancanze, a pagare per le sue sventatezze: sono gli sventurati che hanno deciso di seguirlo nel suo sentiero di autodistruzione.

L’INCERTEZZA, LA STASI E ANONIMO
Io e il mio socio abbiamo deciso di accorpare insieme queste paure perché rappresentano due lati della stessa medaglia ed evidenziano la principale contraddizione dell’uomo post-moderno. 
La società liquida è per natura precaria. Abbiamo a che fare con contratti flessibili, relazioni evanescenti filtrate dalla rete, un flusso continuo di informazioni destinate a finire nel dimenticatoio entro pochi minuti perché soppiantate da un nuovo link, da una foto su Whatsapp, da un invito al compleanno dell’amico di un amico. Le mode e le tecnologie sono soggette a un processo di invecchiamento continuo. E i consumi illimitati impediscono di affezionarsi a un film, a una canzone o a un libro, perché ce n’è subito un altro pronto per essere fruito. Inevitabile, dunque, che l’uomo cerchi di attaccarsi morbosamente alle proprie certezze. Talvolta, per illudersi di avere un terreno solido sotto ai piedi, si rifugia in un’idea estrema o in una relazione ossessiva. Altre volte, invece, si accontenta della normalità: il posto fisso, il matrimonio, la convivenza. Peccato però che non sia disposto a barattare tutte queste situazioni con la propria libertà e con un bisogno di cambiamento scritto nel DNA del nostro secolo. C’è quindi la scappatella sentimentale. Ci sono i furbetti del cartellino. Ci sono tante, tante persone, che costruiscono una doppia vita per non essere costrette a prendere coscienza di tutti i limiti legati alla divisa che hanno scelto di indossare.
Anonimo si nasconde tra di noi, perfettamente mimetizzato. Un’ombra, un uomo invisibile. Le sue azioni hanno il compito di seminare il caos e l’incertezza. Trasmette agli altri la difficoltà nel trovare un equilibrio armonico tra i piaceri della vita e l’autodisciplina necessaria a terminare un lavoro. Il suo scopo è di rendere gli altri sempre insicuri, insoddisfatti e scontenti di sé e della vita che conducono, mostrando di continuo la precaria fragilità della loro condizione. Condizionate da Anonimo, le persone iniziano a correre e correre per salire la scala del successo sociale. Ma a ogni loro passo il gradino su cui si collocano diviene troppo stretto, perciò devono continuare a salire. Ed è solo quando sono arrivate in cima che Anonimo dà loro il colpo di grazia: quando hanno infine raggiunto la stabilità, li tenta col divertimento, mostrando la noia delle loro vite, rivelando loro tutto ciò a cui hanno rinunciato nella loro scalata e godendo del loro tormento.

IL COINVOLGIMENTO EMOTIVO E LA MASCHERA
Il sociologo Erwing Goffman, nel suo saggio Vita quotidiana e rappresentazione, parla di controllo delle impressioni per descrivere il processo di finzione cui tutti noi siamo costretti a sottometterci per prestar fede al nostro ruolo sociale. L’esempio cui ricorre con maggior frequenza è quello dei camerieri. Le porte della cucina sono come le quinte di un teatro che separano il luogo della scena da quello del retroscena. È inevitabile, dunque, trovarli educati e rispettosi a contatto con i clienti, e vederli “sbracare” una volta lontano dallo sguardo del pubblico. Allo stesso modo, un uomo che porta a cena una donna si adegua a una sorta di rituale che spesso non ha niente a che fare con la sua reale personalità.
Le nostre recite, spesso preparate con cura, possono proteggerci dalle gaffes e dall’inadeguatezza ma ci impediscono di calarci profondamente nel nostro presente, di viverlo con passione e di relazionarci con gli altri in modo onesto. In poche parole, ci impediscono di comunicare e mostrare la nostra identità fuori dai confini che il senso comune ha stabilito.
La Maschera attacca le persone applicandosi al loro volto, e non se ne distacca. A quel punto la persona non è più in grado di parlare, non mostra più espressioni del volto: la Maschera diviene il suo volto, che non può più comunicare alcuna emozione. La Maschera fa credere alla persona di averla resa più forte, perché mostrare le nostre emozioni ci fa sentire vulnerabili, empatizzare con gli altri e coi loro problemi ci fa star male. La Maschera protegge dagli altri, ma in realtà è un’ingannatrice: le emozioni non sono state affatto annullate, sono solo nascoste, in attesa di essere riscoperte, attendono che qualcuno che rimuova la Maschera, liberando la persona dal suo silenzio individuale.


Il lancio della patata bollente.
Per esigenze di spazio, non abbiamo potuto arricchire il testo di ulteriori esempi. Ve ne viene in mente qualcuno? Riportatelo, insieme alle vostre riflessioni.

Commenti

  1. Ma bello!! Lo salvo e me lo leggo oer bene 😉 e credo proprio di aver individuato il tuo socio, visto che mi piace moooooltooooo 😀

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    1. Quando hai letto fammi sapere cosa ne pensi. :)

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    2. Ti ringrazio, sei davvero molto gentile. :)

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    3. Stavo or ora per mandarti un'email: "potresti commentare con l'anonimo"...

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  2. E' un post molto complicato, almeno per un povero tapino come me :D. Di sicuro non mi ritrovo nell'associazione tra la responsabilità e il folle. Io sono una persona che ha paura di dover dire: "Ho perso, ho fallito" (Ora mi spiego perché da piccolo odiavo perdere a giochi :D). Per cui non mi avventuro nelle cose, non rischio, sono un attendista. Ma questo mio atteggiamento - che nasce soprattutto dal fenomeno che tu descrivi così: "C’è una convinzione malata tale per cui sono gli altri a definire e legittimare il nostro valore", quindi fallimento = giudizio negativo della gente - non annulla il mio senso di responsabilità, che sento comunque forte nella mia persona. Poi posso dire magari che sono refrattario ai cambiamenti, in effetti sono un tipo piuttosto abitudinario, ma questa mia necessità dell'abitudine sta nella necessità di pianificare alla perfezione perché odio gli imprevisti e soprattutto ho paura di non saperli affrontare: da qui la mia ansia. Io non sono ansioso, ma emotivo. E l'imprevisto chiama in causa la mia emotività, facendola diventare ansia.

    Condivido al 150% la riflessione sulla "Selfie Queen". La "Selfie Queen" è uno dei fenomeni di esasperazione del social. Mi spiego. Come rilevate tu e il blogger anonimo, nella vita cerchiamo l'approvazione degli altri. Nei social è il fenomeno dei "like": più like ho, più ho l'apparenza di essere benvoluto tra la gente e di aver successo. La "Selfie Queen" punta sulla sua bellezza per fare questo ed è una vera e propria raffica di foto, molte delle quali volgari tra pose e ammiccamenti, bocche a culo di gallina, trucco pesante; nella maggior parte di casi è molto più volgare una foto in bikini di una "Selfie Queen" che la foto di una ragazza nuda (parallelo che non faccio a caso, perché i social ti censurano mezza tetta, ma lascia foto molto più volgari, per non parlare delle bestemmie, degli insulti e le minacce di morte, di tutte quelle bestialità che si leggono, ma questa è un'altra storia). E' paradossale che poi le "Selfie Queen" lavorino molto sulle pose per evidenziare i loro pregi e nascondere i loro difetti, difetti che magari cancellano con photoshop o qualche altro "artificio". Ma diventano veramente qualcosa di artificioso e di costruito. E snaturano la bellezza naturale che magari possiedono...

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    1. Mi verrebbe da consigliarti il libro "le cinque ferite"'di Lise Bourbeau, perché la tua auto-descrizione mi fa pensare alla ferita da tradimento, che porta alla pianificazione quasi ossessiva, e a una congenita avversità per il cambiamento. Per farti capire: il controllore rischia di andare nel panico se qualcuno lo rallenta; quando è in vacanza pensa al ritorno in ufficio, e quando è in ufficio programma le vacanze. :)

      Per quanto concerne la selfie-queen, proprio oggi una blogger olandese faceva un esperimento per mostrare quanti artifici si devono mettere in pratica per far venir decente la classica foto delle gambe (femminili, intendo) in spiaggia, perché è normale che appoggiato a una superficie il corpo perda la propria forma.

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    2. A differenza di Chiara, non ho dalla mia i saggi di Bauman, però credo che il senso di inadeguatezza assieme alla precarietà e all'incertezza (da intendersi come il non riconoscere dove collocarsi all'interno della società) rappresentino oggi le maggiori paure individuali dell'uomo post-moderno.
      Selfie-Queen è un'immagine molto potente che mi è venuta immediatamente appena Chiara mi ha proposto questo post a quattro mani. Temo di dover dire che rappresenta uno spaccato molto crudo e veritiero di questi tempi fatti di apparenza e non di essenza, di superficialità e non di profondità, di rapidità e non di dinamicità.
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    3. Ottimo consiglio Chiara, ne terrò conto. Però per fortuna non arrivo al livello di "pianificare le vacanze" mentre ancora sono al lavoro o di pensare al lavoro quando sono in vacanza. Però in effetti se dovessi uscire dal concetto di vacanza abitudinaria, sicuramente potrei cadere in quel comportamento.

      Altro blogger, quindi l'idea della selfie queen è tua: ottima. Proprio così, tempi di apparenza e superficialità.

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    4. Sì. Chiara ha fatto le analisi di ciascuna di queste paure e io le ho incarnate in questi personaggi. :)

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    5. Esatto, è andata proprio così.
      Abbiamo definito le paure e lavorato separatamente.
      Quando avevamo i pezzi pronti, li abbiamo uniti.
      Per fortuna erano molto coerenti, e non c'è stato alcun lavoro aggiuntivo da fare.

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    6. Voglio aggiungere, Chiara, che questo secondo me è uno dei migliori post che hai realizzato, perché l'analisi sociologica dei tempi post-moderni che hai fatto è davvero notevole. Il mio contributo in fondo è stato minimo, anche se abbiamo lavorato a quattro mani rimane principalmente un tuo post, a cui sono stato molto contento di aver contribuito ideando questi sei personaggi.
      Magari in dei futuri post potresti tornare a citarli come già fai col Jolly e i Nani. :)

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    7. Ti ringrazio, ma non sottovalutare il tuo lavoro, che ha dato un tocco di originalità a un argomento che in passato avevo avuto modo di sfiorare. Sicuramente citerò i tuoi archetipi nei miei prossimi post (mi è venuta ora una nuova idea: appena posso ti scrivo) perché, al di là del risultato finale, mi sono trovata bene a lavorare con te. Si è creato fin da subito un dialogo alla pari, che mi è piaciuto molto. :)

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  3. Bel post!!
    Beh, io direi lo Squalo, che è quello che mangia tutto -in economia ma anche altrove- mangia i pesci piccoli e attende altri squali per lui^^

    Moz-

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    1. Quindi paura del potere. Mi piace. :)

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    2. Piace molto anche a me. :)
      Io lo descriverei così: giacca, cravatta, doppiopetto, una bocca enorme contenente una doppia fila di denti appuntiti.

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  4. Post molto bello e molto ricco. Vorrei commentare in modo più articolato, ma il neurone moribondo non ce la fa...

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    1. Quando vuoi: non ci sono scadenze. :)

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    2. Ti attendiamo qui quando vuoi. :)

      L'altro blogger

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  5. Pur non sentendomi un "mostro", io ho provato quasi tutti questi archetipi - tranne quella dell'omologazione. E concordo sul fatto che siano quasi tutti negativi. Eccezion fatta per la maschera: quella credo sia il male minore. Quando io ho gettato la mia e cominciato a comportarmi "da me stesso", il mio blog si è spopolato. Se ne sono andati specialmente quelli che mi hanno criticato per i miei toni precedenti, troppo neutri e diplomatici. Eh già, nell'elenco manca il mostro dell'ipocrisia, che insieme a quello dell'indifferenza sono giganteschi, oggi.

    Ripensandoci, nemmeno la bolla è così negativa. Visto che queste sono le persone con cui dovrei fraternizzare, è mille volte meglio rinchiudersi e cercare di vivere in maniera positiva la propria solitudine. Mi piacerebbe molto riuscirci, ma per ora continuo a soffrirne, purtroppo.

    Sì, lo so: sono proprio complessato :D .

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    1. Quando una persona cambia, qualunque sia il cambiamento, qualcuno se ne andrà. Non si può piacere a tutti, è impossibile. Quindi è necessario capire quale strada ci faccia stare meglio e poi seguirla senza timori. :)

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    2. Io sono uno di quelli che ti ha "criticato" e poi ha abbandonato il tuo blog. In realtà le mie non erano delle critiche, bensì dei suggerimenti (che però non hai colto, ti avevo detto di tornare a utilizzare quello stile brillante e ironico dei tuoi precedenti post). E ho smesso di venire sul tuo blog non per ipocrisia, le ragioni sono assolutamente diverse.

      L'altro blogger

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    3. @Chiara: lo so che non si può piacere a tutti. Ma se uno ti dice "fai così e seguirti sarà più piacevole", tu lo fai anche se magari avresti fatto diversamente e quello smette di seguirti, allora uno penso sia legittimo che si incazzi, no :D ?

      @anonimo: Tu hai avuto le tue ragioni per abbandonare il mio blog, e nessuno ti dice nulla: ognuno è libero di fare quello che vuole, fino a prova contraria. Ma non cercare di fare la figura di quello bello e bravo dicendo che non sei ipocrita, perché mi hai detto che avevo il freno a mano troppo tirato e io non ho fatto altro che togliere il freno a mano. Quindi a meno che la Crusca non abbia deciso che la parola "ipocrita" da oggi significa altro: sì, tu lo sei. Niente di personale, comunque: ormai sono abituato a persone che non fanno che incensarsi e dire quanto sono buone e umane salvo poi ignorarmi quando chiedo aiuto per risolvere i problemi gravi che ho - quando non fanno di peggio, facendoti sentire piccolo e inutile come hai cercato di fare con questo commento. Una in più o una in meno non fa differenza.

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    4. Chiara, ti chiedo scusa per l'OT che sto per fare.

      Primo. Tutto nasce dal tuo post "E se questo blog chiudesse?". Siamo onesti: non hai mai avuto davvero intenzione di chiudere, era solo un modo per attirare l'attenzione. Un modo scorretto, perché le persone che sono venute a commentare (compreso il sottoscritto) si sono interessate a te, alle tue difficoltà e hanno cercato di darti dei consigli. Magari non erano dei buoni consigli, ma almeno ci abbiamo provato. E tu queste persone le hai ingannate, senza alcun rimorso.
      Non scrivere col freno a mano tirato, non significa che devi metterti a fare lo stronzo, significa essere più spigliato e brillante, cosa in cui riesci tranquillamente (e te l'avevo scritto). Io ho smesso di seguirti con quel post lì, che stile hai adottato dopo non ne ho idea, né mi interessa.

      Secondo. Quante lamentazioni hai sfornato nel tuo blog? Nessuno mi legge, nessuno mi commenta, nessuno si interessa ai miei racconti, la blogosfera mi ignora. Ti assicuro che alla lunga sono moleste. Specie per chi viene regolarmente sul tuo blog e verso cui non hai mai un grazie. Io ti ho seguito per 7 MESI, commentando praticamente OGNI SETTIMANA, compreso anche i tuoi racconti (non sempre, ma l'ho fatto). E quindi che sarei io, uno stronzo?!

      Terzo. Sei mai venuto sul mio blog, anche solo per un ciao? No. Nemmeno per il mio 100° post? Nemmeno. E i miei due guest-post qui sul blog di Chiara? Nemmeno quelli. E la mia intervista sul blog di MikiMoz? Pure quella ti sei lasciato sfuggire.

      Scusa, ma di cosa stiamo parlando? Tu chiedi solo, anzi pretendi, ma in cambio non dai NULLA. Non solo: ti permetti anche di elargire giudizi e insulti. Ipocrita a me?! E hai pure la faccia di tolla di dire "niente di personale"?! E come se non bastasse vieni pure qui a sfogare i tuoi malumori. Ma per favore.

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    5. 1. io sono responsabile di quello che scrivo, non di quello che capisci tu. Nel post che dici, ventilavo solo l'ipotesi di chiudere, ma era un'ipotesi, non una certezza. Lo stesso titolo era "e se questo blog chiudesse?", non "chiudo il blog e sono sicuro". Tutto chiaro ora o hai bisogno di un disegno :D ?
      2. wow, hai seguito un blog per sette mesi, incredibile. Vuoi un applauso? Non sto scherzando, se vuoi ti batto le mani ^_^ .
      Comunque visto che sono una mente matematica, permettimi di fare le pulci alle tue affermazioni. Lo so che i post del tipo che descrivi non piacciono a nessuno, per questo tendo ad autolimitarmi. Per questo, nel periodo che va dal tuo primo commento che hai fatto sul mio blog, (per la precisione "L'errore di ignorare i commenti" del 16 settembre 2016), ho postato due post di questo tipo. Nello stesso periodo, ho postato cinquanta articoli tondi (li ho contati), il che significa che i miei post lamentosi sono il 4% del totale. Una percentuale considerevole, senza dubbio :D . Volendo proprio essere pignoli, e considerare "lamentazioni" anche i post che lo sono in minima parte, il numero sale a cinque, ossia il 10%. Ma questo significa che il 90% dei miei post non era tale.
      Mi spiace, ma o tu o la statistica avete torto. E visto che i numeri non mentono mai, fai un po' tu :D .
      3. Il mio blog. Il mio 100°post. I miei due guest-post. La mia intervista. No, scusa, hai ragione, sono io quello egoista capace solo di chiedere XD .
      E comunque non è così che si fa blogging. Io seguo un sacco di gente che non segue me, e non pretendo che mi segua a sua volta. Il tuo blog non mi interessa, non vedo perché dovrei seguirlo per forza. E se tu seguivi il mio perché speravi che io seguissi il tuo, tanto di guadagnato che te ne sei andato.
      4. ipocrita non è un insulto, è una constatazione. Se mi scrivi che non va bene l'atteggiamento di chi non scontenta nessuno, e poi appena abbandono questo atteggiamento decidi di non seguirmi più, lo sei. E non c'è NULLA che tu possa fare perché sia diverso. Accettalo. Oppure non accettarlo, tanto la realtà non cambia.
      5. Faccia di tolla io? Probabile. Anche testa di cazzo, se vuoi scrivere qualcosa di più forte. Io so benissimo che razza di persona di merda sono, e non mi offendo. E' questa la differenza tra noi due: non mi credo meglio di quanto sono.
      5. non è vero che non aiuto gli altri. Ora che sono in difficoltà magari no, ma in passato ho sempre cercato di andare incontro alle persone. Ma solo a quelle persone che mi trattano in maniera amichevole. Di sicuro tu mi dirai che sbaglio, fai pure, ma uno che proprio nel momento in cui sono difficoltà l'unica reazione che ha è incazzarsi e andarsene non lo definirei amichevole. Ma sono sicuro che nella tua mente tu pensi che me lo sono meritato, comportandomi così. Sai che ti dico? Ti auguro di ritrovarti nella mia stessa situazione, un giorno, senza soldi, senza lavoro, senza la minima speranza per il futuro, depresso, senza amici, senza nessuno che ti aiuti e con alle calcagna solo debitori e gente che ti fa sentire un fallito di merda. Così magari capirai che cosa si prova, perché sono intrattabile e perché sto chiedendo aiuto da mesi.
      Ma no, mi illudo. Un superuomo bello, perfetto e soprattutto non ipocrita come te non avrebbe bisogno di nessun aiuto, riuscirebbe a cavarsi dalla situazione con la sua audacia, tipo Conan il Barbaro che anche nelle difficoltà massacra tutti. Ammesso che uno del genere possa trovarsi mai in difficoltà, fatto molto improbabile. Ma io continuo ad augurartelo.

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  6. Il Maestro della letteratura post-moderna Thomas Pynchon nomina, in un suo romanzo, i tanatoidi, che conducono le loro vite al minimo livello vitale possibile. La si potrebbe considerare una sovracategoria suddivisibile in varie altre.
    Sul blogger ospite ho fortissimi sospetti ;D

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    1. Conosco tanti tanatoidi. Ti andrebbe di scrivere un guest-post al riguardo? :)

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    2. Ma infatti! Ne vorremmo sapere di più al riguardo!

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    3. Ma infatti! Ne vorremmo saper di più al riguardo!

      L'altro blogger

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    4. Ritorno solo ora a leggere. E rispondo che in un certo senso, senza volerlo, vi ho in parte esauditi con il mio nuovo post, sul film "Koyaanisqatsi".

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  7. Inutile dire che ho trovato questo articolo molto interessante. Interessante perché viene quasi da pensare, almeno io lo penso, che lo studio sociologico moderno dovrebbe riuscire a distaccarsi da quello che si poteva definire studio della "mistica" sociale. Credo che ci troviamo di fronte a un ribaltamento, una sorta di sociologia dell'individuo, per usare un paradosso. Tante piccole individualità che trasversalmente, e senza apparenti condivisioni di humus sociali, si ritrovano coese in miriadi di cerchie strettissime al punto da non avere più spazio d'azione, possibilità di crescere. La dannazione del villagio globale, dell'era digitale. Solitudini che si incontrano con altre solitudini. A ciclo continuo l'individuo che, per vissuto, interessi diversi, richiama l'attenzione su determinate peculiarità viene espulso. Identificazione verso modelli multipli, ambivalenti, contradittori. Identificazione verso modelli puramente estetici piuttosto che contenutistici. La politica ne è un esempio.Rigenerazione continua-adeguamento-perdita di identità-collasso sociale. Fine di quella crescita culturale identitaria che pur costringendo in schemi lasciava ampi spazi di manovra e di sviluppo, producendo individui funzionali al progresso e al reale cambiamento. Visione pessimistica, lo ammetto ma i segni ci sono tutti, ne ho accennato anche nel mio ultimo post. Ovviamente nutro ancora speranze e immagino una semplice fase arcaica di questa era digitale ancora in attesa di svilupparsi e da rimodellare.
    Ho anche io un sospetto sul blogger, vediamo. Sono curioso.

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    1. Il concetto di villaggio globale è uno dei capisaldi di Bauman, uno degli ossimori di una società che ci vede tutti interconnessi e capaci di raggiungere l'altra parte del mondo con un click, ma al contempo plasmati dalla nostra cerchia. Mangiamo al ristorante indiano per illuderci di essere cosmopoliti, ma non sappiamo guardare a un metro dal nostro culo. :)

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    2. Bauman parlava di società liquida, mentre io uso qui un'altra metafora sempre presa in prestito dalla Chimica: la società schiuma. Quando si agita una bottiglia di una bevanda gassata, avviene l'enucleazione: le bolle di gas si aggregano formandone di più grandi e si produce il getto di schiuma. Le piccole individualità di cui parlavi restano nelle proprie bolle, finché un evento sociale non "agita la bottiglia" e le fa aggregare. Ma si tratta di una coesione solo apparente, perché come ogni chimico ben sa, una miscela colloidale come una schiuma è tale solo per un limitato periodo di tempo: dopo un po' gas e liquido si separano, evidenziando la fragilità e l'instabilità dei rapporti sociali di questi tempi attuali.

      L'altro blogger

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    3. Chiara, esattamente la deriva di cui parlavo. È questo che alla fine che rischia di annientarci. Anche Simmel affronta la tematica, parla del paradosso della sociologia individualista, studia le relazioni sociali con questo tipo di approccio azzardato.


      Vero, verissimo altro blogger (M), come dicevo nel commento tutto ciò crea legami disfunzionali ai fini di un progresso della società. Ho citato Simmel per aggiungere carne al fuoco e per sottolineare quanto sia impressionante l'analisi di uno studioso vissuto a cavallo tra l'800 e il '900 che teorizza di gruppi, piccoli gruppi, cerchie sociali che da concentriche diventano tangenziali e solitudine come risultato. Questa è ovviamente una semplificazione. SI potrebbe discuterne per ore. Ottimo articolo, veramente ottimo.

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    4. Ti ringrazio, sei molto gentile. L'idea propostami da Chiara era molto ambiziosa, per cui sono soddisfatto del risultato finale che ne abbiamo ottenuto.

      M.

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  8. Che lavorone che avete fatto, complimenti.
    La sociologia mi ha sempre affascinato ma non ho mai avuto modo di approfondire, magari potreste suggerirmi qualche testo divulgativo facile facile che anche un ing possa capire? :D

    Visti i commenti che leggo sempre più spesso sui social c'è un altro mostro post-moderno, un po' l'opposto della maschera, se la maschera cerca di farci mostrare "il meglio", lui tira fuori il peggio da ognuno. Un po' l'uomo in nero di stephen king che scava fuori l'odio più profondo di ognuno facendolo deflagrare.

    P.S. leggendo il post mi sono venute un po' di ideuzze, magari ne parliamo ;)

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    1. Non so davvero perché emerga questo "odio di rete": sembra che la rete riesca a tirar fuori il peggio di ognuno di noi. Comportamenti che mai assumeremmo nella quotidianità, frasi che ci guarderemmo bene dal pronunciare ad alta voce (comprese minacce di morte e auguri di sciagure) sui social vengono adottati senza porsi troppi problemi, senza pensare a chi c'è davvero dall'altra parte e magari, contro le apparenze (perché indossa la Maschera), se la passa male.
      Credo sia il fatto di non avere la componente fisica dell'altro, quindi sembra di comunicare con un'entità astratta, priva di una storia individuale; d'altra parte ci si sente privi di identità e questo è liberatorio, perché permette di trascurare le restrizioni imposte dal comportamento sociale (e legale, certe volte). Falsamente, perché ci sono comunque: ecco perché continuerei sul personaggio della Maschera.
      Tutto questo a mio avviso è estremamente pericoloso, perché da luogo a quella che io definirei una schizofrenia sociale.

      L'altro blogger

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    2. L'altro blogger mi ha tolto le parole di bocca. Sui social la gente si dimentica che dall'altra parte dello schermo ci sono delle persone e si sente libero di scrivere le peggio cose. In particolare, penso che facebook metta ben in chiaro una convinzione limitante della quale ho già parlato in un altro post: insultare e dileggiare chi delinque è un modo per dimostrare alle persone di essere "per bene". Ne ho avuto conferma anche questa mattina, mentre leggevo del suicidio di Marco Prato (quello che insieme a un altro ha massacrato un ventenne a roma): i commentatori si dividevano tra quelli che urlavano "evviva" e quelli che si lamentavano del fatto che non avesse sofferto abbastanza...

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    3. Un tempo la condanna capitale veniva eseguita in pubblico: in parte come monito, in parte come spettacolo (per dare l'illusione al popolo di aver trovato qualcuno che sta messo peggio e potersi sentire superiore), in parte come componente stessa della condanna (la gogna, insomma).
      Questi sono tempi più civili, quindi queste usanza barbare non ci sono più. Ma grazie ai social le abbiamo riscoperte.
      Chi è colpevole deve pagare; tutto il resto è disumano. Trattare chi si macchia di colpe intollerabili come un oggetto su cui sfogare le proprie frustrazioni, il bisogno di sentirsi superiore e l'istinto di aggressività è tutto fuorché civiltà.
      Nel nostro post io e Chiara ci siamo concentrati su ciò che mette paura agli individui della società post-moderna. Se invece avessimo parlato di ciò che dovrebbe preoccupare la società moderna, avremmo di sicuro esaminato quest'altro mostro, il Leone da Tastiera.

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    4. Eh! Io sono Altro Blogger!

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    5. E se invece questo odio online non fosse altro che un toglierla la maschera? Tirare fuori tutto il marcio che si ha veramente dentro proteti da un falso anonimato?

      Tornando in campo letterario, la cosa interessante sarebbe da questi archetipi e da questi mostri tirarci fuori delle storie. Mi era venuta una mezza idea di coinvolgere la ciurma di pirati, magari potremmo parlarne ;)

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    6. Ops, scusa: lapsus.
      Va beh, dai: mi hai detto di dirlo la settimana prossima, e la settimana prossima è ora. :)

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    7. In un certo senso hai ragione, è un togliersi la maschera delle convenzioni sociali e sentirsi liberi di dire quello che si vuole, senza regole. Ma in realtà se ne toglie una per indossarne un'altra: la maschera dell'invisibilità. Come il Leone da Tastiera, Invisibile è un altro dei mostri di questa schizofrenia sociale.

      Per quanto riguarda le storie, sul mio blog avendo fatto un'analisi dei significati nascosti dietro le classiche figure dell'orrore, in risposta a un commento avevo immaginato la possibilità che presto le storie di vampiri, lupi mannari e quant'altro si sarebbero evolute assumendo i significati e le interpretazioni sociopsicologiche che oggi diamo loro.
      La Bolla, Selfie Queen e gli altri non sono che l'ideale proseguimento di questa visione.

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  9. Visto che io mica ho capito chi sei (a parte il nome) aspetto il disvelamento per venire a leggere il tuo blog :P

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  10. Finalmente, trovo il tempo di dedicarmi al vostro bel post. L’ho letto quando è uscito, ma non ho avuto modo fino a oggi di commentare come avrei voluto.

    Fortunatamente non subisco l’influenza di mode, né mi faccio condizionare dall’appartenenza a un certo gruppo sociale attraverso l’identificazione di marche ed etichette, anzi a dirla tutta ho sempre avvertito disagio nell’esibire, quelle volte in cui mi è capitato, il nome di un marchio stampato su scarpe e abiti. Però riconosco l’esistenza di questa solitudine di massa e anche del processo di omologazione che è il sistema più comodo, forse, per evitare di scontrarsi con quella parte di noi stessi che tendiamo a ignorare.
    Anche la selfie-queen è molto lontana dal mio modo di concepire l’approccio con il pubblico, soprattutto quello che mi conosce solo attraverso le foto di un profilo social.
    Ecco, in queste parole:
    “Teme di dire la parola sbagliata, al momento sbagliato. Teme la gaffe. Teme di presentarsi a un evento senza l’abito adatto. Teme di non essere all’altezza del palcoscenico esistenziale che decide di calcare, perché è consapevole di vivere in una società che stigmatizza l’errore. Siccome non sa perdonare quelli altrui, non ne vuole commettere di propri: l’ossessione per la perfezione è una delle malattie di questo secolo.”
    trovo, invece, qualcosa che mi appartiene in parte, ma a sto punto non voglio essere prosciugata dal willesauger! 😄
    Per il resto, siamo circondati di maschere, io stessa ne indosso una, perché non amo condividere i miei stati d’animo con il mondo: difendo la mia sfera emotiva, meglio, la proteggo da sguardi indiscreti o da quei soggetti che potrebbero servirsi delle mie debolezze per esercitare una qualche forma di prevaricazione (che io detesterei.)

    Un’analisi molto esaustiva. Complimenti a Chiara e al suo socio che conosco e apprezzo. 😉

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    1. Abbiamo tutti una maschera che ci è necessaria in diversi contesti. L'esempio di Goffmann dei camerieri è molto calzante.
      Il problema della maschera è quando non la si toglie più e allora si smette di comunicare. Lì cominciano i veri problemi. Quante volte capita un'incomprensione con una persona, e questa, invece di discuterne e provare a risolvere la cosa, si chiude in un silenzio imbronciato, per poi esplodere molto tempo dopo?

      L'altro blogger

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    2. Esistono vari tipi di maschere, e vari livelli di finzione. Molti considerano anche il semplice fatto di essere educati come frutto di una maschera, e ritengono l'ipocrisia un valore fondamentale per andare d'accordo con gli altri. Io non condivido questo presupposto, poiché non ritengo che ci si debba "sforzare" per aprirsi alla gentilezza e al rispetto, quindi esprimo la mia vera natura. Le maschere, per me, sono quelle che nascondono la nostra vera identità o per adeguarsi a un ruolo sociale (io la indosso in ufficio, per esempio) o per paura di renderci vulnerabili. Lise Bourbeau, nel suo libro "le cinque ferite", parla proprio di questo. Una persona che ha la ferita da rifiuto tenderà alla fuga, una che ha la ferita da abbandono alla dipendenza, e così via. Questi comportamenti sono maschere, perché non ci rappresentano veramente, li abbiamo resi nostri per proteggerci.

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    3. Non tutti hanno voglia di portare abiti trasparenti. Io, purtroppo, mi sentirei a disagio se qualcuno riuscisse a leggermi dentro perché io gli ho dato modo di farlo. Credo che ognuno, in base al proprio carattere (fossero anche complessi che uno si porta dietro da sempre), scelga una via facile di sopravvivenza. Io non so essere ipocrita e preferisco chiarire subito dove sento puzza di malintesi, ma se posso evito di fare conoscere le mie debolezze. Forse la mia maschera non mi serve per adeguarmi a un ruolo sociale, di quello poco mi importa, ma per non essere vulnerabile, sì, quello sì: un magnifico scudo di protezione dietro cui non mi dispiace stare.

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    4. Per questo secondo me puoi stare tranquilla: il 99,9% delle persone è completamente incapace di cogliere le tue debolezze se tu non ne parli, e il restante 0,1%, siccome ha la sensibilità di coglierle, non si permetterà mai di giudicarle. Quindi, secondo me, se non parlare di sé è spontaneo (capita anche a me, non è che mi apro con tutti) non si tratta di una maschera. Per il resto, basta il silenzio. :)

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    5. Secondo il modello della Finestra di Johari, ci sono quattro diversi tipi di informazioni tra le persone.
      1. Arena: cose note sia all'individuo che agli altri
      2. Facciata: cose note all'individuo ma non agli altri
      3. Punto cieco: cose note agli altri, ma non all'individuo
      4. Ignoto: cose sconosciute sia all'individuo che agli altri.
      Spetta a noi decidere cosa rendere una facciata e cosa un'arena. La facciata può poi essere una maschera (quando fingiamo di essere qualcosa che non siamo) oppure possiamo mettere sopra un tenda (se vogliamo proteggere dei lati di noi che non vogliamo rivelare).

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  11. Bravissimi, mi è piaciuto moltissimo il post. Anch'io avrei aggiunto lo squalo, che può declinarsi anche in una nuova variante e cioè nel profilo di chi è sempre giudicante, si schiera sempre "contro", ma facendo attenzione a porgersi come paladino dei valori più "sacri". In realtà non ascolta, non è interessato a farlo e per questo non si apre mai al dialogo.

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    1. Persone di questo tipo sono solo interessate a conservare lo status quo. A volte fingono solo uno schieramento di opinioni solo per dare l'idea di far qualcosa, quando in realtà vogliono solo l'immobilismo.
      Come si dice? "Tutto deve cambiare perché tutto resti come prima."

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    2. Ciao, benvenuta!
      Esiste un'altra variante dello squalo: quello che coltiva il proprio interesse fingendo di fare l'interesse degli altri. :-)

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  12. Ciao Chiara e ciao Marco. Sì, è esattamente quello che intendo e non a caso lo classifico come squalo. Ma delle due versioni, questo è di sicuro il più pericoloso, vuoi per la sua capacità di mistificazione e manipolazione delle opinioni in suo favore e vuoi per la destrezza con cui riesce a camuffarsi da agnello... o da delfino :)

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    1. Esistono tantissime categorie di squali, purtroppo.
      E credo che ne parleremo presto. :)

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    2. Io ho già avuto modo di parlarne in passato in una mia serie di post e può essere che torneremo sull'argomento per esaminarne altre sfaccettature.

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  13. Gran bel post, molto ben strutturato ed elaborato che suscita non poco interesse!
    Esempi... per esperienza personale me ne viene in mente uno in particolare che forse definirei "Uomo nero", nonchè semplicemente il social network per eccelleza. Vedi foto di amici prese, rubate, pubblicate senza permesso con insulti, minacce solo perchè o si è paffuti (esempio di una mia amica disabile e con fibromialgia presa in giro pesantemente giusto pochi giorni fa), diversi, tatuati o simili. E' un vortice che ti prende, ti prosciuga speranze e colpisce quando meno te lo aspetti... mi ha fatto davvero adirare ultimamente.
    O un altro esempio: il "Superuomo", nonchè maschio di età compresa tra i 15 e i 65 anni che pensa bene di essere Rocco Siffredi, si esalta come un leone da tastiera, finendo con l' insultarti perchè fredda, disinteressata o riempendoti di foto sue e magari pure della sua famiglia (cosa che non capirò mai).

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    1. Il primo caso... non riesco proprio a capirla questa gente. Chi si sente forte di fronte a chi è debole, peraltro in maniera vigliacca, nascosto dietro un monitor a chilometri di distanza.
      Il secondo, se non stalker, lo definirei più semplicemente Maschio-Omega. Oppure coglione.

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    2. Si sentono molto migliori rispetto agli altri, tanto da invitarti pure ad ammazzarti perchè brutta, ma scherziamo? Lo trovo ridicolo, ma ancora di più venire bannati e bloccati dagli amministratori perchè si prendono le difese di questa persona. Allucinante...
      Gli stalker sono capaci ben di peggio, purtroppo, almeno queste persone una volta fuori dai social network sono dei conigli. Li vedi accidentalmente per lavoro (magari con la ragazza/moglie o la figlia) e rimangono muti con la faccia da triglia (per poi tornare a scriverti 10 minuti dopo). Quasi come se fosse una doppia personalità, da padri "modello" a satiri che non si sanno controllare quando hanno davanti una tastiera.

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    3. Ciao Anna, benvenuta, e scusami per il ritardo nella risposta, ma il commento è stato fagocitato dalla rete e, per qualche assurdo motivo, non ne ho ricevuto notifica. Mi piacciono molto le metafore da te ideate. Il superuomo presenta la variante dell' "incompreso" (in senso ironico, ovviamente): quello convinto che le donne esistono solo per mettersi in mostra e quindi si sentano lusingate dagli apprezzamenti via internet, da un fischio per la strada, da un "Sciau bella" (leggilo con tono viscido), quindi ci vanno giù pesante. Poi, quando lo mandi elegantemente a fare in culo, o ti risponde malissimo oppure ti guarda con due occhioni da orso yoghi, della serie: "chissà cosa ho fatto di male". Mi è successo proprio di recente, perché vicino a casa mia c'è un bar dove i pensionati giocano a carte. Uscivo dalla tintoria, e c'era questo che ha fatto un commento. Quando mi sono girata male, mi ha detto, innocente: "Perchè? Non posso fare un apprezzamento?" Ma apprezzamento de che! Come se noi ce ne andassimo in giro a dare il voto alle chiappe dei maschi.

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    4. Ahhh ormai è un continuo, una volta me la prendevo, adesso invece i commenti per strada mi rimbalzano sulle orecchie, mentre quelli scritti... beh ho iniziato o a rigirargli le foto che mi mandano o mandare gli screen alle loro fidanzate :)
      Ogni tanto bisogna tirar fuori gli artigli e vendicarsi un po', anche se non impareranno mai.
      E grazie per il benvenuto ^_^ anche se leggo sempre in maniera sporadica alcuni blog, causa esami e impegni di lavoro vari, mi fa sempre piacere curiosare e scoprire novità! Questo articolo poi è davvero interessante!

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  14. Apprezzo il buon Bauman ma non abbastanza da condividere la sua definizione. Ogni vita è infatti un cosmo di connessioni e azioni gli uni che condizionano gli altri e ci rendono unici, rendono uniche le nostre esperienze. Gli episodi diventano negativi per noi stessi per via dell’uso che ne facciamo man mano che ci scostiamo dalla nostra natura (intendo il super-uomo nietscheano non quello di cui si parla nel post successivo). ‘Mal collegati’ mi sembra un tantino eccessivo , mi sembra pessimistico e riduttivo . Questo supposto ‘cattivo collegamento’ può esser dovuto all’eccessiva fede prestata a principi individualisti degenerati, dacché anche l’individualismo deriva da quegli istinti di sopravvivenza che ci sono indispensabili nell’economia della sopravvivenza della specie (essi hanno garantito nelle epoche storiche la biodiversità culturale). Inoltre si è parlato di ‘beni commerciali’ e della realtà/stile di vita occidentale, ovvero, grossomodo del 30 % dell’umanità. Ma per la grande maggioranza della popolazione planetaria queste possibilità sono negate e non hanno altro scopo che fomentare attese, desideri e bisogni, questi sì, come rimarcavi nella tua mail , molto importanti per l’attecchimento di specifiche strategie di controllo. spero di aver detto cose note. non mi si taccia di complottismo, eh!.

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    1. Bauman parla della società globalizzata, che attiva le stesse dinamiche in luoghi e in contesti diversi. Parli di cattivi collegamenti legati a un eccesso di individualismo? Giusto. Ne parlavo l'altro giorno con un amico psicologo, leggendo un articolo relativo al narcisismo. Il dato che ci ha colpiti maggiormente è che molte delle strategie messe in atto dal narcisista per manipolare gli altri sono attuate anche nel quotidiano, da soggetti che, pur non scivolando nel patologico, nella psicosi, ormai sono vittime dei propri automatismi mentali, figli di una società incentrati sull'ego. Si può parlare dunque di narcisismo sociale: gli altri non sono più persone, esseri umani a se stanti, ma veicoli che ci servono per esprimere la nostra identità.

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    2. Condivido. Secondo te, fra i blog che ruotano intorno a questo tuo spazio, ve ne sono di 'narcisistici'' Nel senso di cui parlavi?

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    3. Certamente. :)
      Mi hai dato l'idea per un post.
      Narcisismo nella blogosfera.
      Lo scriverò presto. :-D

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    4. come ispiratore di questo prossimo tuo impegno,concedimi una richiesta: ti prego! Elimina il codice d’accesso e orpelli vari, lascia il commento libero e fluido, o lavora in sinergia con un blog che non imponga tanti fastidiosissimi paletti. Sai, anche il sito con cui collaboro mi sottrae, per lo stesso motivo, validissimi interlocutori, spesso persone in certa fascia d’età di cui conosco i meriti e la preparazione. Rinunciare al loro apporto e a quello di chissà quanti altri, penso sia un grave errore. l’Anti-blogger.

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    5. L’idea è del post sul narcisismo blogsferico mi sembra estrmnt appetitosa …tuttavia nasconde insidie. Il rischio è quello di perdere gran parte del tempo a discutere quando il narcisismo sia cosa buona e quando non lo sia. Si tratterà quindi di separare significati e di riconoscere, fra le varianti possibili, il narcisismo innocuo dal più pericoloso ‘individualismo di chiusura’ . L’egocentrismo è - a mio avviso - di diversa natura.
      Onde evitare questa difficoltà proporrei allora di vagliare una serie di criteri, in virtù dei quali il narcisismo sociale possa essere identificato come fattore di degradazione patologica e omologante. Propongo quindi , preventivamente, una piccola serie di fattori discriminanti, ai quali se ne aggiungeranno, spero, di nuovi.

      Il narcisismo ‘negativo’ , in un blog, dovrebbe rivelarsi soprattutto in :

      a) una quantità eccessiva di articoli densi di fatti personali, elogi sulle proprie qualità e meriti (parametro estendibile anche al commentario). Elementi talvolta dispersivi rispetto la centralità e universalità dell’argomento in questione. Spesso non ci si rende conto che le auto-valutazioni non rapprendano altro che la percezione di sé poco mediata dall’esterno.

      b) Un altro elemento obiettivizzabile potrebbe essere quello della retorica celebrativa , motti di ammirazione ed esaltazione ridondante rispetto alla propria opinione o a quella dell’autore. Ciò servirebbe , non tanto a privare un blogger dei sacrosanti meriti che gli spettano , ma ad equilibrare semmai le lodi e le disapprovazioni. Quando entro un dibattito aperto si verifica questo sperpero di consensi, penso sia dovuto al fatto che nel tempo egli, il blogger, abbia , quasi impercettibilmente e inconsapevolmente, scoraggiato i visitatori alla formulazione di giudizi poco concilianti coi propri. IL criterio di qualità di suddetto parametro sarebbe dunque rilevabile nella comparsa di un commentario eterogeneo, dove le attestazioni di simpatia e valore siano compensati da un buon numero di critiche.
      Il commentario deve insomma essere un luogo di scambio costruttivo e non solo una pedissequa sequela di incensamenti; personalmente trovo fastidiosi i commenti positivi quando sono gratuiti, ovvero, non saldamente motivati .

      c) Un terzo criterio potrebbe riguardare l’eccessivo ricorso alle citazioni (citazionismo), difetto in cui io stesso incorro di frequente. A bocce ferme, sono convinto che sia più salutare confrontarsi su un piano logico. Il citazionismo tuttavia può essere anche inteso come atto d’umiltà dovuto all’intenzione di non volersi attribuire meriti altrui
      (autori). Sta a noi, allora, verificare il senso di una citazione, tuttavia rimane il fatto che essa si ponga frequentemente come mera celebrazione del proprio ego e delle proprie qualità. L’autocitazione è il più caratteristico di questi difetti ed è da evitare sistematicamente per non finire sul fondo di questa ipotetica graduatoria.
      Per il momento non me ne vengono altri, ma confido nelle tue capacità e in quella dei tuoi attenti visitatori.

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    6. Penso che una risposta al tuo commento si possa trovare nel post successivo che io e Chiara abbiamo scritto e che probabilmente avrai anche già letto.

      L'altro blogger

      (rispondo solo adesso - con colpevole ritardo - perché mi sono preso un periodo di stacco totale dalla blogosfera, anche a causa di un'estate difficile dal punto di vista lavorativo)

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  15. Aiuto! sono sopravvissuto ad otto captha ! E' una tortura!
    Ma adesso beccati questo tomo.

    Alla luce di una visione scientifica (fisica delle particelle) anche il paradosso del contenitore d’acqua, ripropone una vecchia questione, quella della ‘forma’, su cui si sono espressi unanimemente fisici (N.Bohr, M.Born, W.Heisenberg), artisti, (espressionismo tedesco) letterati (O.Wilde, Tolkien, A.Huxley e numerosi altri) e che, a mio avviso, rappresenta una delle peggiori ambivalenze che ci vengono trasmesse dalla interpretazione ideologica di una cultura fuorviante o da quei ‘cattivi collegamenti’ di cui parlava Bauman.
    Il vero salto quantistico allora dev’essere culturale, a tutto tondo, non individuale. Dobbiamo distruggere i vecchi valori se vogliamo raggiungere quelli nuovi, farli nostri. ‘L’abito non fa il monaco’ – per esempio- è un principio distorto che ci viene dalla filosofia platonica di evidente ispirazione gnostica. L’evoluzionismo darwinista e la medicina scientifica su base meccanicista, il monopolio capitalistico in economia, appartengono quindi a quelle strutture che stanno distruggendo le nostre esistenze e che dobbiamo demolire se vogliamo andare avanti; ciascuna di esse è fiorita nell’humus dell’ intellettualismo ideologicamente orientato che trae la sua forza condizionante dai magisteri educativi (e così abbiamo scomodato anche PPPasolini). Sennò, come dice Darius Tred, non ci sarà modo di evitare la pessima letteratura che passa per le librerie e soprattutto non ci sarà modo, per i nuovi scrittori, di proporre qlcs di realmente innovativo.

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    1. Io credo invece che siano i salti quantici individuali a innescare il salto quantico collettivo. Il cambiamento, prima di diventare su larga scala, deve partire dalle singole coscienze. Hai individuato tre demoni da demolire: l'evoluzionismo darwinista, la medicina scientifica su base meccanicistica e il monopolio capitalistico. Giustissimo. Però questi tre macro-settori hanno delle piccole ramificazioni, rappresentano un insieme che racchiude al loro interno dei sotto-insieme più piccoli. Ed è dai sotto-insiemi che si deve partire. Per esempio: vogliamo distruggere il monopolio capitalistico? Bene. Smettiamo di comportarci come schiavi. Chiediamo una riforma del lavoro SERIA. Lottiamo per i nostri diritti, e portiamo avanti una battaglia che abbia un senso, e non serva solo a riempirci la bocca. :)

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    2. Se mi posso permettere, avete una visione un po'... curiosa di cos'è un salto quantico. Lo usate come metafora di un passaggio verso qualcosa di meglio, di più grande, verso la piena realizzazione. In realtà il salto può avvenire verso l'alto come verso il basso, e verso l'alto non porta a qualcosa di meglio, anzi. A volte può essere il preludio a un cambiamento, questo sì, ma in genere ciò che va su poi deve tornare subito giù.
      Non aggiungo altro, io e Chiara abbiamo già discusso della cosa via mail.

      L'altro blogger

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    3. Corretta esposizione Altro blogger, concordo nel sottolineare il fraintendimento generale. Forse l'imprevedibilità del cambiamento può essere attribuito ad un'altro concetto della f. quantistica, quello del 'principio di indeterminazione', ma anche qui la variazione di stato per quanto non calcolabile con strumenti classici (meccanica propr. detta), non è da intendersi come necessariamente volta a un miglioramento.

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    5. Neanche, direi. Il principio di Heinsenberg è - in parole povere - l'errore di misura, dovuto all'inconoscibilità di due variabili tra loro in relazione, per cui valutandone una di esse, di conseguenza si va ad alterare l'altra, vanificando così gli sforzi conoscitivi in quella direzione. Perciò si è poi dovuti passare da un approccio deterministico a uno probabilistico.

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  16. Bell'idea e bell'articolo. Anche molto coraggioso, se devo dirla tutta.
    Questi sono i blog post che mi piacciono perché creano conversazioni.

    Io, pur essendo limitato nella mia deformazione professionale (sono scritture e insegno scrittura creativa), vi propongo archetipi della narrazione, che però, con un nome diverso e più accattivante (simili a quelli che hai trovato te, Chiara), potrebbero ottenere nuova vita e rilanciare questa splendida discussione.

    Eccone un paio:

    lo scettico, e non c'è bisogno di spiegazioni,
    il guardiano, colui che si erge a maestro, anche contro la volontà dell'allievo, che deve dunque subire i suoi insegnamenti.

    Altri, slegati dalla scrittura creativa, possono essere:

    l'infermiera/e, persona che sente il bisogno di aiutare gli altri, anche quando essi non vogliono essere aiutati;
    la vittima;
    e ancora il manipolatore perverso, o narcisista maligno, come codificato da Hirigoyen.

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    1. Ciao, benvenuto! :)

      Nel rispetto del copyright tengo a chiarire che in questo articolo io ho curato la parte sociologica, mentre gli archetipi sono stati ideati dal mio ospite, Marco Lazzara.

      Il manipolatore perverso mi fa pensare a una deriva patologica dell'archetipo del controllore ideato da Lise Bourbeau, con riferimento alla ferita da tradimento.

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    2. Giustamente nelle tue deformazioni professionali non hai indicato quella di lettore attento, infatti non ti sei accorto che l'articolo è stato scritto da due persone. :P
      Scusa, perdonami la frecciatina, però ho contribuito anch'io all'articolo di Chiara: il grosso l'ha fatto lei con le sue ottime analisi sociologiche, mentre i 6 personaggi li ho ideati io.
      Ciao e ti ringrazio comunque di aver apprezzato l'articolo! :)

      L'altro blogger

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  17. Anti blogger1127 agosto 2017 07:40

    Evviva Scrivente! Dai andiamo a commentare sull'ultimo post di Chiara. Ci divertiremo. Anche i suoi amici sono uno spasso e perfino molto attenti e preparati. Alludo al Lazzara rinunciataro, al Darius Tred bohemien, all'introverso e spettacolare Helgaldo, rispettvmnt su 'Arcani'. 'Retro Blog' e 'Da dove sto scrivendo'. E tu da quale luogo trasmetti?

    RispondiElimina

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