#imieiprimipensieri - Compressione


Quando un’alba o un tramonto non ci danno più emozioni, significa che l’anima è malata.

(Roberto Gervaso)


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Scrittura libera – tempo previsto 20 minuti

Questo è il secondo flusso di coscienza al quale mi abbandono nel giro di pochi giorni. Siccome io stessa ho difficoltà a comprendere la mia urgenza comunicativa, non pretendo che lo facciate voi. Solo una cosa vi chiedo: non guardatemi come se fossi il prodigio della libertà espressiva. I “ma come fai a scrivere di getto, senza aver paura dell’opinione altrui?” mi lusingano ma non sono veritieri, perché io un po’ di timore ce l’ho. Scrivere senza revisionare non è facile, quando vuoi essere professionale. E non lo è nemmeno mettersi a nudo davanti a persone che non ti conoscono, e che non sempre comprendono. Forse prima o poi smetterò, ma in questa fase della vita lo ritengo importante per ritrovare contatto con quella parte di me che ho negato per anni, e che ora mi prende a calci nello stomaco chiedendo di essere liberata.

Credo che la nostra condizione di adulti ci abbia infilato – scusate il francesismo – un palo nel sedere. La mia generazione è stata allevata da un gruppo di analfabeti emotivi. Nessuno ci ha mai insegnato a stare dentro le nostre emozioni, a osservarle ed esprimerle con dignità. La parola autocontrollo è lo spauracchio che ci tiene inchiodati al muro. Abbiamo smesso di ridere rumorosamente, perché non è educato.  Non riusciamo più a piangere, soprattutto davanti alla gente. Non ci concediamo uno scatto d’ira, una parolaccia o una battuta al vetriolo, perché poi gli altri chissà cosa pensano di noi. Non ci vogliamo mettere a nudo, per non sentirci attaccati. Scegliamo la mediocrità perché l’opinione degli altri nei nostri confronti vale più della necessità di far sentire la nostra voce. Eppure io credo che a volte si debba essere infantili, nel senso buono del termine: solo i bambini sanno esprimersi con purezza. E nessuno si permette di guardarli male.

Del resto come potrebbero le altre persone essere interessate a ciò che proviamo e a ciò che abbiamo da dire se siamo i primi a non ascoltarci? Quanti di voi riescono a guardarsi allo specchio con amore e ad affermare con sicurezza la propria verità senza scusarsi, senza dire: “lo so che è una stupidaggine, ma…”? Pochi, immagino. Pochissimi. Solo coloro che sono riusciti a fare pace con loro stessi e a volersi davvero bene. Ad accettarsi, pur con dei limiti, dei difetti, delle zone d’ombra di cui ci si vergognano. Io ho provato a farvi comprendere il valore catartico della scrittura. Vi ho esortato a liberare la voce dalla gabbia lanciando l’hashtag #imieiprimipensieri. Molti di voi hanno provato, e ne sono felice: spero che l'esercizio sia stato utile. Altri, invece, non riescono ancora a rompere gli argini senza sentirsi messi a nudo, quasi violentati dallo sguardo altrui.

Non credete che per me sia facile. Le cattive abitudini purtroppo sono dure a morire, alla lunga possono  trasformarti in qualcuno che non sei. Se penso agli ultimi cinque anni mi viene in mente una sola parola: compressione. Quando ti rinchiudi in un guscio e la vita diventa una corsa all’ultimo secondo è meglio anestetizzare l’anima con uno straccio al cloroformio affinché rechi il minor disturbo possibile. È normale dunque che ora, che le cose stanno per cambiare, mi trovi in una specie di limbo. Mi sento come se mi avessero appena tirata fuori dal congelatore, con un futuro ancora tutto da scrivere.

È da un po’ che non parlo del romanzo in stesura. Non l’ho abbandonato, state tranquilli. E non ho ancora accantonato l’idea di portarlo avanti pur nella sua immensa complessità. So che sarebbe più opportuno dedicarmi a qualcosa di più semplice, e magari quando avrò più tempo lo farò, ma sento che non è ancora il momento di mollare. Ci sono parti che non mi piacciono, lo ammetto. Riconosco tra le righe tutte le mie antiche insicurezze: sprecavo tantissimo tempo a preoccuparmi delle regole e della tecnica, a domandarmi come le cose andassero fatte quando sarebbe stato molto meglio farle e basta. I paragrafi scritti negli ultimi mesi sembrano appartenere a un’altra autrice, più capace e consapevole della vecchia Chiara; un’autrice desiderosa non solo di arrivare alla fine, ma di arrivarci a testa alta.

Provo quasi compassione per il mio romanzo, sapete?

Lui è stato il cassonetto dentro cui ho riversato tutte le mie frustrazioni e tutto il mio senso di inadeguatezza. Me ne rendo conto attraverso le mie frasi ricorrenti: e come se nemmeno davanti allo schermo riuscissi a staccarmi dalla sensazione di non essere abbastanza. Ora però le cose cambieranno. Approfitterò dei pomeriggi liberi per lavorarci con maggior costanza e con una serietà non rigorosa ma creativa. Serietà creativa: wow! Sembra un ossimoro, ma non credo che lo sia. Si può lavorare bene anche senza essere schiavi della mente. La trama già c’è, quindi nulla, se non la mia insicurezza, può impedirmi di arrivare alla fine della prima stesura senza fermarmi. E vorrei vivere così anche la mia vita, d’ora in poi, con la stessa libertà. Senza fermarmi. Vorrei dimenticarmi un po’ più spesso che ore sono. Concedermi maggior possibilità di improvvisazione. Fare spazio a nuovi racconti da presentare ai concorsi, una nuova attività free-lance e tanti progetti che aspettano soltanto me per essere realizzati, finalmente fuori dalla gabbia.

Il vuoto non mi deve spaventare. Nemmeno il limbo. Ogni cambiamento cercato e voluto può portare solo del bene. Se durante questo processo di rinascita e stabilizzazione della mia essenza sentirò il bisogno di vomitare parole senza criterio, va bene così. Anche questa ritrovata espressività fa parte del mio processo di rinascita. L'emozione ha un valore anche nella blogosfera, perché dietro lo schermo c'è una persona viva, e io non voglio più nascondermi da nessuno. Nemmeno da me stessa. 

Commenti

  1. Molto interessante, Chiara.

    Anche io ho questa sensazione, sul fatto che ci sia stato imposto di soffocare le nostre emozioni. Ci è stato insegnato, più dalla società che dalle famiglie, che è negativo ad esempio uno sfogo o piangere di fronte ad altre persone. Così si bilancia questo comprimere le emozioni, riversando il proprio malessere sui social. E secondo me davvero in molti casi degenerando. Al contrario io e te (prendo noi due ad esempio) magari esprimiamo il nostro disagio in un post, che però è pur sempre un esempio di scrittura, non con uno sfogo che è un insieme di parole, messe una dopo l'altra, come avviene quando viene composto uno stato di Facebook e Twitter.

    E' comunque difficile affrontare il giudizio degli altri, per questo tendiamo a nasconderci e uniformarci. Uscire dalle catalogazioni ci espone al rischio di giudizio. E' il concetto di nudità è importante: personalmente mi sento più a disagio quando sono a nudo dal punto di vista interiore (passioni, pensieri, sensazioni), piuttosto che nudo dal punto di vista fisico (ma anche su questo tema ci sarebbe da discutere, poiché la nostra società ha il sesso tra le priorità, ma il nudo viene considerato qualcosa di scandaloso).

    Inoltre la società tende appunto ad anestetizzarci. L'uniformarsi significa ad esempio nascondere quelle passioni che non sono considerate "mainstream", soprattutto le cose da "Nerd" o "Geek". Così da una parte abbiamo la società che ci impone come modelli "Uomini e donne", "I rapper bimbominchia", "Le veline", fino all'ultimo modello, il latino americano metrosexual; oppure l'alternativa: il modello Hipster, che secondo me è un'esasperazione nel concetto di rifiuto dei modelli in voga dalla società. Un andare controcorrente che finisce per fare la stessa cosa delle persone dalle quali si vuole andare appunto controcorrente.

    Ma ciò fa il gioco della società, perché riesce a catalogarci. In realtà ognuno di noi è un unicum, che diventa ancor più grande quando non reprimiamo e rimaniamo sempre noi stessi, con le nostre passioni.

    Commento (appunto, ahha) a margine:

    "Credo che la nostra condizione di adulti ci abbia infilato – scusate il francesismo – un palo nel sedere". Citando un noto rapper, "Ti metto un’asta nel sedere, poi ti alzo e ti sventolo", ahhaha.

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    1. Non posso che trovarmi d'accordo con quanto scrivi.

      Per quel che concerne l'educazione emotiva, ritengo che il film inside-out offra una panoramica molto pertinente. La tristezza all'inizio è emarginata, ma poi se ne comprende il proprio ruolo. Stessa cosa avviene nella società. La generazione dei miei genitori tende a demonizzare le emozioni negative quasi fossero un indice di fallimento: se piangi, significa che le cose vanno male. Invece io non sono così manichea. Dietro una lacrima c'è un mondo che spesso chi parla non riesce a intuire. Stessa cosa accade quando si ride: davvero si tratta di felicità, oppure di un banale surrogato? Insomma: sempre ribadirò l'importanza del saper vedere oltre l'apparenza. Mai, e dico mai, ci si dovrebbe soffermare in superficie.

      Quanto alle tribù di stile, ce ne sono alcune che in passato hanno fatto storia, sono state vere e proprie sub-culture e, in alcuni casi, addirittura contro-cultura. Basti pensare agli hippy, ai mod, ai punk, nonché ai primi rapper americani, quelli del calibro di Tupac o di Big Notorius. Oggi, invece, siamo alle prese con un vero e proprio supermarket degli stili: in un mondo che ci consente di essere ciò che vogliamo semplicemente cambiando vestito, la moda è camaleontica, fine a se stessa e priva del proprio originario significato ideologico.

      Ancora diverso è il caso degli interessi atipici. Le passioni "nerd" e "geek" sono emarginate, è vero, ma mai quanto le filosofie di vita che si distaccano dal sentire comune imposto dalla società. Ne so qualcosa io, che studio astrologia da anni, pratico reiki, yoga e meditazione, frequento le costellazioni familiari e divento matta ogni volta che devo spiegare a qualcuno di cosa si tratta, perché la gente ha i paraocchi, non può fare a meno di considerarti una specie di strega. Che dire poi di chi dice: "non ci credo", con aria di superiorità? Ormai queste discipline sono talmente radicate in me che è spontaneo paragonarle alle scienze umane. Dire che non si crede all'astrologia è come dire che non si crede alla psicologia e alla sociologia.

      Va beh. La smetto di divagare. Spero comunque che il rapper da te citato non sia Fabri Fibra, perché non lo posso soffrire! :-)

      P.S. Mi stavo giusto domandando chi avrebbe commentato per primo, stavolta: se tu o la mia amica Renata. Di solito ve la giocate! :-D

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    2. ahaah, beh, i tuoi post sono veramente meritevoli di lettura e commento, ormai non posso far senza, perché sono sempre fonte di riflessioni molto interessanti.

      ps il rapper non è Fabri Fibra :D

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    3. Anche a me piacciono molto i tuoi commenti per lo stesso motivo, ovvero il dialogo e le riflessioni che ne scaturiscono. è bello vedere che c'è qualcuno desideroso di leggere attentamente, e di comprendere il mio messaggio. :-)

      P.S. Emis Killa? (...sto pensando ai più "eleganti"... :D)

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    4. Grazie :P.

      Comunque il rapper è Marracash. Aneddoto: in una delle puntate della mia triennale esperienza da conduttore radiofonico, un giorno misi in scaletta questa canzone, appena uscita: "king del rap". Il regista, che pure è uno di larghe vedute, mi disse (dopo la messa in onda perché non l'aveva mai sentita): "Questa canzone è veramente fuori dal nostro target, manca solo che Marracash bestemmi". Infatti su Mtv passava con tutti i biip dell'universo.

      Però la frase dell'asta in culo funziona bene assai.

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    5. Non conosco molto il rap, però ho trovato diversi ottimi testi, ovviamente in coerenza con il mio gusto un po' snob: pur non essendo una bigotta, non amo molto la volgarità gratuita...

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    6. quella canzone era efficace, era un'invettiva contro i rapper emergenti e un po' scarsucci :D

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    7. ahhaha, andiamo al suo matrimonio

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  2. Alors, io la faccio più semplice ché voi siete #ragazzingamba e io una vecchietta che ha già oltrepassato tutte le possibili et immaginabili soglie di crisi di nervi. Adoro i flussi di coscienza, quando uno scrittore toglie il cuore dal petto e lo sbatte sul foglio. E vada come vada. Stavolta ha vinto Riccardo, ma, come Bussi ci insegna, occhio alle vecchiette permalose: nascondono sorpresone. (Neptune vieni qua subito!) - Hola e una bacione grossogrosso!

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    1. In realtà la gara l'ho indetta io perché, ogni volta che pubblico, il primo commento da un mese a questa parte (siete arrivati sul blog praticamente insieme) appartiene sempre a uno di voi due. La cosa, ovviamente, mi fa piacere. Però, c'è un però: se continui a darti della vecchietta ti banno dal blog! :-D Sei molto più giovane di tante persone della mia età, credimi. ;-)

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    2. aahaha! E' che io per lavoro sono sempre al pc, quindi è più facile che io sia il primo dei vostri commentatori. Se un giorno non commenterò significa che sarò morto :D

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    3. Mi dai del "voi", adesso? :-D

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    4. ahah, il voi era riferito al popolo dei blogger :D

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  3. Ok, ti devo 100 euro. Ti faccio subito un bonifico ;)

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  4. Com'è che sono sempre d'accordo con te?? Sì, siamo cresciuti in una società di analfabetismo emotivo, hai pienamente ragione! E in realtà ti assicuro che anche i bambini vengono guardati male quando esprimono la loro spontaneità, avendo un figlio di quasi tre anni e due nipotini di quasi cinque e di un anno l'ho notato (naturalmente non mi riferisco alla vera e propria maleducazione che non può che suscitare malumori, insomma, ci siamo capite ;) ). L'altro giorno la mia business coach ha scritto un pezzo sulla vergogna che proviamo quando le cose nel lavoro vanno male e ci chiedono qualcosa in merito perché ci identifichiamo con esso, identifichiamo il nostro valore con esso. Credo sia un'altra conseguenza del fenomeno di cui parli, ci si vergogna anche a dire che si sta cambiando strada soprattutto se è per seguire un sogno, una professione poco comune. Nel mio blog ci sono tanti sfoghi personali, l'ho aperto forse proprio per rispondere al bisogno di comunicare chi sia davvero. Ci si sente meglio dopo, nonostante la paura di mettersi a nudo, non trovi anche tu? Un bacio!

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    1. Sì, ci si sente meglio. Io ho sentito l'esigenza di inaugurare la rubrica #imieiprimipensieri per restituire alla scrittura la propria dignità creativa, poiché l'abbiamo trasformata - noi blogger in primis - in pura tecnica, in mentale, senza più tener conto del bisogno di esprimersi che sta alla base di qualunque racconto, di qualunque romanzo. Certi post quindi saranno fuori tema, rispetto all'argomento del blog, ma non mi importa più di tanto. Uno scrittore deve sapersi guardare dentro, per poter delineare personaggi profondi, e deve allenarsi a scrivere fuori dai margini, per arrivare il più possibile alla verità. Credo quindi che questa categoria non scomparirà ancora per molto, moltissimo tempo. :)

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  5. Immagino che le esperienze personali contino molto. Insegnando trovo che ci sia più analfabetismo emotivo negli adolescenti di oggi che nella mia generazione, ma probabilmente dipende più dalle persone frequentate e dalla famiglia. Purtroppo l'analfabetismo emotivo è una piaga, perché se non si è in sintonia con quel che si prova o si implode (come nel tuo caso) o si esplode e noi prof vediamo tante crisi di rabbia incontrollata nei ragazzi. Leggere è una grandissima palestra per entrare in contatto con il proprio io e così pure scrivere. Sono sicura che questi post siano per te tasselli importanti. Tra qualche mese o qualche anno rileggendoli ti sentirai fiera del percorso fatto.

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    1. Come in un hegeliano meccanismo di tesi, antitesi e sintesi, siamo passati da un eccesso all'altro: dalla repressione, all'espressione incondizionata, e spesso autodistruttiva. Forse prima o poi troveremo un equilibrio. Come ripete spesso la mia insegnante di yoga, esiste una differenza sostanziale tra emozione ed emotività, legata alla consapevolezza con cui viviamo e gestiamo i nostri sentimenti, senza soffocarli ma anche senza lasciarsi dominare da essi.

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  6. La società ci costringe purtroppo spesso a essere compressi, essere se stessi senza vincoli e condizionamenti non è facile, però credo che già la scrittura ci renda liberi e ci metta in contatto con la parte più vera e profonda di noi.

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  7. D'accordo con te. Siamo figli e nipoti di una generazione che ci ha educato a reprimere il pianto perché manifestazione di debolezza e di immaturità; che ci ha detto come dovevamo ridere - non troppo sguaiatamente - e perchè... - non si ride per queste cose!. Ci ha insegnato anche a reprimere il dolore pubblico spingendoci a nasconderlo nel buio dei nostri pensieri e a soffocare l'allegria perché non è elegante mostrarla. Siamo finti e gelidi come manichini: sorrisi artefatti, lacrime di coccodrillo, allegria quel pizzico che basta, risate frenate. I risultati sono drammatici, la maggior parte dell'umanità soffre di depressione conclamata o subdola.

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    1. Hai ragione. E cosa ancor più grave: molte persone pensano che sia giusto così, che noi dobbiamo reprimere, e si sentono forti per questo. C'è chi considera l'ipocrisia un valore...

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