#imieiprimipensieri - scuse a me stessa






















L'infanzia è una stagione fatata.
L'unica di tutta una vita che non finisce mai e ti accompagna fino all'ultimo respiro. 
(Eugenio Scalfari)

I miei primi pensieri – tempo previsto – 20 minuti.

Questo è il secondo getto di oggi. Qualche lettore sa già che fine ha fatto il primo. La scrittura conosce un solo limite: quello di proteggersi da attacchi esterni. Accusare situazioni che sto vivendo, quindi, non serve a nulla. Tantomeno serve prendersela con persone che hanno contribuito ad alimentare il disagio, perché io gliel’ho permesso. Prendere coscienza di ciò che accade dentro di sé, invece, è utilissimo. Perdonare se stessi, ancora di più: senza perdono non può esserci alcun cambiamento.
Oggi è arrivato il caldo e mi è scesa la pressione. Per questo motivo, dopo essere tornata dall’ufficio, mi sono accorta di non aver alcuna voglia di uscire per andare a yoga. Devo aspettare mio marito, che arriverà con il treno intorno alle 21:00. Vorrei scrivere il romanzo, in questo lasso di tempo. Ma c’è qualcosa, dentro di me, che impedisce ogni sforzo mentale. È un’energia sottile, strisciante, che mi fa venire la pelle d’oca. Mi sussurra nelle orecchie. Mi dice che devo liberarmi. Da cosa, o da chi, non si sa.

C’è stato un passato in cui sono stata felice. Non riesco a ricordare quei giorni, perché sono troppo lontani. Solo le vecchie videocassette che mia mamma, a Natale, mi ha regalato in versione digitale, parlano di quel tempo lontano. Avevo un anno, forse un anno e mezzo. Parlavo e camminavo già, ero una pallotta di ciccia, ma ridevo sempre. Tutti mi abbracciavano e mi volevano bene. Non conoscevo litigi e sgridate. Non conoscevo il dolore. Non conoscevo la vita, e mi andava bene così.
Oggi, che ho trentacinque anni, sento di dover chiedere scusa, a quella piccoletta. Scusa, per non averle voluto abbastanza bene. Scusa, per il veleno che ho messo nel suo corpo con le sigarette, con il cibo spazzatura, con i pensieri cattivi, con i rancori. Scusa per averle rovinato le mani, a forza di rosicchiare le unghie nel vano tentativo di reprimere tutto l’universo che avevo dentro, e che mi schiacciava. Scusa per aver fatto poco sport, per non aver creduto nelle mie possibilità, per aver accettato un lavoro che non mi rende onore. Scusa perché ho sempre avuto paura di essere felice. Scusa, per essermi accontentata di una vita mediocre, al solo scopo di compiacere chi mi giudicava. Sono le stesse persone che nel video mi abbracciavano e mi baciavano. Ma c’è stato davvero, un momento in cui hanno smesso di amarmi, oppure sono io che, accecata dal dolore, attribuivo agli altri le  critiche che in realtà io rivolgevo a me stessa? Cos’è che, in tutti questi anni, mi ha impedito di darmi l’affetto e l’amore che meritavo? Di quale cattiva azione passata ho cercato di punirmi?
Non mi sono mai sentita abbastanza, nella mia vita. Non mi sono mai sentita veramente desiderata da nessuno. Credevo di essere una di quelle persone che non fanno mai la differenza. “Se ci sono o non ci sono non cambia niente”, dicevo. È per questo, quindi, che mi sono illusa di poter sparire dal mondo senza lasciare traccia, come ha fatto uno dei miei personaggi: se n’è andato così, da un giorno all’altro, e nessuno ha saputo più niente di lui. “Esco per andare in ufficio e… ciaone, tanti saluti.” Ma non si fa così. No, non si fa così. Io sono qui per restare. Ho una voce, che vuole essere ascoltata. È la stessa voce della bimba di un tempo, che ancora vive dentro di me. Mi distrae con i suoi pianti, e mi rincuora con la sua felicità creativa. Una gioia che vorrei mi appartenesse ancora. Che può appartenermi ancora. Potrebbe, se solo riuscissi a trovare il coraggio per abbandonare tutta la merda che fa del male alla mia vita senza temere di perdere l’approvazione sociale. La verità, è che ho ancora bisogno di sentirmi dire: ti voglio bene. Non ho mai imparato a bastarmi. Vorrei un abbraccio, proprio adesso. Vorrei perdermi addosso a qualcuno, e sentire che quel qualcuno non ha alcuna intenzione di lasciarmi andare. Vorrei ritrovare quella parte di me che ho perso, e che non so dove sia finita. Forse, è ancora nel cuore di quella bambina. Forse qualcuno se l’è portata via, e non me la restituirà per altre cento vite. Ha preso la mia bellezza, ha preso la mia gioventù, ha preso il corpo che avevo a vent’anni, la mia pancia piatta, i denti perfetti. E mi ha dato in cambio un’età adulta nella quale sento di non essere mai entrata completamente. Sono lì, con un piede dentro e un piede fuori. E guardo la nebbia di fronte a me, senza riuscire a buttarmici in mezzo. Non ho mai avuto paura di morire, sapete? Di invecchiare sì. Tanta.
Oggi sentivo alcune persone di mezza età lamentarsi di aver buttato la vita dentro un ufficio (lo stesso in cui lavoro io, tra l’altro): mi è venuta l’ansia. Sono scappata via. Mi mancava il fiato.
Io, in fondo, so cosa desidero. E so cosa non desidero. So che solo fare ciò che mi piace può aiutarmi a preservare la giovinezza. Diversamente, tutta la mia vita scenderà lungo una china ripidissima, fino a infrangersi nel dolore. Dunque, cosa sto aspettando ancora? In fondo, so benissimo cosa voglio. Ho dipinto la mia vita ideale, nel mio cervello, milioni di volte. È lì, davanti a me. Devo solo allungare una mano, afferrare il ramo della creatività che pende davanti ai miei occhi e fare un salto.

Solo allora, la bambina di un tempo avrà avuto il suo riscatto. E io avrò meritato il suo perdono. 

Tempo effettivamente impiegato: 25 minuti. Inutile dire che ho pianto dall'inizio alla fine e annaffiato il touch-pad del portatile. Forse ne avevo un gran bisogno. A dispetto di quanto mi hanno insegnato, non ho mai creduto che il pianto sia una cosa negativa. A volte sblocca, e porta con sé la luce. 

Commenti

  1. Chiara,
    tu hai annaffiato il touchpad del tuo pc durante la scrittura, a me invece è venuto un nodo in gola. Parto dalla fine, dal pianto: io ho sempre pianto nella mia vita. Lascia perdere il pianto del bambino, quello non fa testo. Io dico il pianto da preadolescente e da adolescente. Quando ripenso a certi episodi, non me ne vergogno: perché tanto quando sei un perdente, non è che se non piangi migliori la situazione, anzi. E' il contrario. Quando piangi esterni il dolore per una sconfitta: e anche il tuo peggior nemico chinerà il capo e diventerà muto, perché di fronte al dolore l'unica reazione possibile è l'abbraccio dell'amico. Però non ho smesso di piangere, diventando adulto. Una differenza c'è: piango da solo. E' l'unico modo per liberti di un peso. Piangere, espellere quel peso, per poi cercare di ripartire. Piango da solo perché da adulti non c'è spazio probabilmente per la pietà o la commiserazione.

    Entrambi abbiamo comunque la consapevolezza che ci possa salvare una sola cosa, in questa vita così piena di affanni e di miserie. Essere noi stessi. Tu esci dalla vita dell'ufficio facendo esplodere la tua creatività, il tuo talento, facendo vibrare la penna e battendo con forza i polpastrelli sulla tastiera del computer. Per me è un po' più complessa la questione. Perché tu soffri quando reprimi il tuo spirito letterario, ma quella vita da ufficio ti dà più certezze di quello che credi. Così la famiglia, quella che ti sei creata. Io invece non ho le tue certezze: non ho fatto famiglia, non ho grandi certezze in ambito lavorativo. E vedo tanti amici e conoscenti che sono realizzati nel lavoro, che mettono su famiglia. Io niente.

    Tu oggi chiedi scusa a te stessa da bambina, consapevole che quella bambina è ancora viva in te che ti permette di esplodere questa creatività che possiedi: perché per farlo devi essere te stessa e i bambini sono inevitabilmente sempre se stessi, perché non indossano mai maschere. Io rimango legato a certe cose del mio passato, in primis gli stessi ricordi, ma non perché abbia nostalgia di quei tempi. Ho nostalgia di quando, da bambino, ero sempre me stesso. E in più, da bambino, ero un vincente: con lo sport ero una frana, ma a scuola andavo benissimo e spiccavo per certe qualità che non tutti i bambini della mia età possedevo. Poi vogliamo parlare di quando avevo 5 anni? Sapevo leggere e scrivere, a quei tempi chi aveva 5 anni mica lo sapeva fare...Poi qualcosa si ruppe, durante il periodo delle superiori, dove i voti rimanevano d'eccellenza, ma lentamente mi svuotavo. Fino al periodo dell'università, quando mi resi conto che il mio destino era segnato: sarei stato un mediocre. E che sarei stato incapace di reagire a questa situazione. Ricordo nella primavera del 2004: la mia battaglia con quel male che mi iniziava a distruggere da dentro...una notte feci un lunghissimo incubo (che ho ancora chiaro, vivo e impresso oggi, a 13 anni di distanza) e il giorno dopo compresi che il mostro affrontato in quell'incubo...non ero altro che io. Ho vinto la battaglia con quel male che mi fiaccava dall'interno e mi toglieva le energie quando dovevo uscire di casa. L'ho vinta da solo, nessuno ha capito che cosa mi stesse prosciugando. E se lo avessi detto, mi avrebbero colpevolizzato, perché quel male non è venuto da solo, ma esclusivamente per colpa mia. In qualche mese ho vinto la mia battaglia, ma a caro prezzo, perché mi ha lasciato delle cicatrici pesantissime che hanno poi condizionato la mia vita. Però adesso sono più in pace con me stesso. Sono un mediocre, non sarò mai un vincente, ma pazienza. "Io non vorrei essere nessun altro, a parte me", parafrasando l'epica frase di un personaggio Disney. E chi ha capito questa mia essenza, questo voler essere me stesso, mi avrà apprezzato e mi vorrà bene. E questa probabilmente è una grande vittoria.

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    1. Forse allora tutti siamo mediocri, no?

      Abbiamo molte cose in comune, vedo, nel passato remoto.

      Moz-

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    2. Tutti mediocri no, vicino a me ho mille esempi di coetanei che "sono arrivati", usando l'espressione più cara a mia madre. Stipendi importanti, lavori importanti, una compagna e una casa propria.

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    3. Ciao Riccardo (e Miki in cc, come si scrive nelle mail di lavoro :-D),

      io sono una piagnona patentata e non me ne vergogno. Per me il pianto ha un valore catartico immenso. Non sempre lo faccio per dolore. Molto spesso si tratta di un viscerale bisogno di buttar fuori ciò che è stato represso, rimosso o mai davvero capito.
      Non capirò mai la gente che non piange mai.
      Né, tantomeno, chi vive il pianto come qualcosa di sbagliato, perché associato alla sofferenza: questo bisogno di essere forti ci ha fatto dimenticare che anche la felicità più estrema contiene in sé una punta di malinconia, ed esprimerla non è deprecabile.
      Al contrario, piangere dimostra che siamo vivi, che siamo veri.

      Dopo aver scritto il post, ieri, ho continuato a piangere per tutta la sera. E sono andata avanti anche un po' stamattina. Persino adesso, mentre ti scrivo, sento che c'è qualcosa che si muove. Che dire? Mi sono sbloccata. E, in pochi attimi, ho preso coscienza di tante cose, che ora cerco di focalizzare, per poi trasformarle in azione. Mi sono resa conto, infatti, di quanti compromessi ho accettato nella vita per essere amata dagli altri. Pur avendo una natura disobbediente, ed essendo una ribelle, ho sempre avuto dentro me questa fragilità interiore, questa paura di non essere accettata e compresa, che mi portava a tacere quando potevo parlare, a scappare quando era necessario rimanere e affrontare il mostro a testa alta.

      Sento che, dopo questo getto di scrittura, molte cose cambieranno. Lo devo a me stessa e a quella bambina. Io non mi sento una persona realizzata al 100%. La mia vita ha dei buchi neri che io stessa ho creato, e le scuse alla bambina di un tempo nascono proprio da questo, dalla paura di morire senza aver realizzato ciò che desideravo.

      Non mi interessa se qualche collega, o addirittura il capo, può capitare da queste parti: lo scrivo, che ODIO IL MIO LAVORO, e anche maiuscolo. Intanto, lo sanno anche le pietre. Faccio una cosa che non c'entra nulla con me, in un ambiente dove ne ho passate di tutti i colori, e questo mi ha trascinato in baratro profondo. Capisco il male di cui parli. L'ho provato anch'io. Quel pensare che, piuttosto di affrontare determinate situazioni, preferiresti buttarti dal viadotto con la macchina, è indice di un disagio profondo, che va affrontato. E il disagio altro non è che un messaggio dell'anima, una spia che si accende per dirci che stiamo vivendo in modo contrario alla nostra natura. Questo dev'essere un punto di partenza per cambiare, anche se tutti sgomitano nel tentativo di farci sentire sbagliati.

      Ho un compagno, è vero. Ma il precariato a volte si subisce di riflesso: non ho ancora figli. Sento l'orologio biologico che ticchetta. Mi vorrei affrettare. Vorrei cambiare delle cose, creare una rivoluzione, vivere finalmente una vita che sia mia, e non quella di qualcun altro. Dovrebbe essere facile, ma non lo è per nulla.

      Ecco, adesso sto per piangere di nuovo.

      P.S. Se mi dai la tua email, ti mando una cosa. Puoi trovare la mia nella pagina "contatti". :-)

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    4. Apprezzo questo vostro mettervi a nudo, sapete?
      Io sono un po' diverso, pur con tutti i problemi (alcuni similari, eh). Non so, ci sarà un motivo se non ho mai scritto così, di getto.

      E mo che faccio? XD

      Moz-

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    5. Scrivi di getto anche tu. :-D

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    6. @Chiara: forse la più grossa differenza tra me e te è in questo. Tu hai accettato molti compromessi per essere amata dagli altri; io invece certi compromessi non li ho mai accettati, rischiando di fare terra bruciata attorno a me. Ma quelli che hanno capito questo, forse mi vogliono davvero bene. Io sono me stesso e chi non mi capisce..pazienza. In fondo, citando Caparezza, "Voglio essere. Capito?", non voglio essere capito.
      ps mandata mail

      @Miki: per fortuna su questo sei diverso da me XD senno' davvero, rischiamo di essere due gemelli separati alla nascita. Se non sei mai riuscito a scrivere di getto, meglio così: non snaturarti. Non saresti te stesso.

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    7. Il problema è che io, in alcuni casi, non mi ero accorta del compromesso: credevo di desiderare davvero certe cose. Quindi, tutto sommato, non rinnego di esserci passato. Almeno ho visto come sono veramente. :-)

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    8. No, io ci riesco eccome, ma ho paura che non sarà una cosa "da piangere" come per voi XD

      Moz-

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  2. E' curioso confessarsi via Internet; io e te in questo momento lo facciamo con nome, cognome e foto. Certo la tua è una confessione più edulcorata. La mia senza filetri e censure. E se qualcuno che mi conosce dovesse leggere questo mio commento? I casi sono due: se si stupisce non mi conosce affatto, mentre se mi conosce, non si stupisce. Sa che questo sono io. E poi il web è come la vita reale, se si rimane gli stessi della vita reale. Non è così invece per chi su Facebook e Instagram sa solo mettere la parte patinata di sè. Sempre bella, perfetta, ma così irreale.

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    1. Anche nella blogosfera, a volte, accade questo. Quando un post viene revisionato, si tolgono le parolacce, si toglie tutto ciò che non è politically correct. Ma lo scrittore deve aver il coraggio di far uscire anche la propria parte più nera: accettare la propria arte, anche quando rischia di non piacere agli altri. è da qui che nasce l'idea di questi post, scritti di getto e non revisionati. Spero che il loro valore possa essere accettato e compreso anche dai fanatici della buona forma. :-)

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  3. Un post molto forte, anche questo.
    Hai fatto bene a liberarti così. Forse dovrò farlo anche io, chissà. Vediamo che ne viene fuori :)
    Un abbraccio, e tieni salde le redini che sei tosta!

    Moz-

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    1. Fallo: non hai mai partecipato all'iniziativa #imieiprimipensieri. :-)
      Lo spero davvero, di essere tosta...

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    2. Vero, non ho partecipato mai, perché non la consideravo nelle mie corde... ma dopo aver letto da te (sia privato che qui) ho detto... WHY NOT?^^

      Moz-

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    3. Miki, per farlo devi prima diventare maestro della "Trasmigrazione attraverso Satori". Poi riuscirai anche tu (ps dovevo fare un commento cazzaro)

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    4. Buttati: mal che vada non lo pubblichi. :-)

      Nel post più vecchio, tra quelli con tag #imieiprimipensieri, trovi la spiegazione. La cosa bella è che ciascuno ha scritto un articolo coerente con la propria personalità e con il proprio stato d'animo, senza forzature.

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  4. Ciao. Non ti dico nulla perché c'è ben poco da dire di fronte a questi sfoghi. Che anche la notte più buia è sempre seguita dall'alba? Che le risposte alle domande fondamentali sono già dentro di noi? Come dicevo non voglio annoiarti con queste banalità. Non ci sono regole e non ci sono ricette, c'è solo la vita. Andiamo avanti per tentativi. Una volta Boris Pasternak scrisse:" l'uomo è nato per vivere, non per prepararsi a vivere". Credo sia così. Osare, tentare, andare avanti. Il resto sono chiacchiere in attesa dell'ineluttabile. Perdonami per la pochezza del mio commento.

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    1. Nessuna parola detta con il cuore è mai banale,Max.
      E i tuoi commenti non sono mai "pochi". :-)

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  5. Magone, occhi lucidi. Mi pare di rileggere il percorso che ho fatto lo scorso anno nel tuo bellissimo post. Riscatta quella bimba, ce la puoi fare! Un abbraccio.

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    1. Magone? Evviva la Liguria. :-p
      Uso sempre anch'io, questa parola. :-)
      Ti abbraccio forte.

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    2. Lo diciamo solo in Liguria?? Non lo sapevo :P

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    3. L'ho sentito dire anche a qualche piemontese, ma non oltre. :-)

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  6. Mi sono ritrovata molto in queste parole....

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  7. Credo innanzi tutto che questi sfoghi facciano bene. Siamo cresciute in una generazione in cui ancora ci è stato insegnato a reprimere i sentimenti, magari non per cattiveria, ma solo perché si è sempre usato così. Invece una volta che si chiamano le cose con il loro nome e li può affrontare. Credo che tutti coloro che hanno letto il post si siano riconosciuti nelle tue parole perché almeno per qualche periodo della vita abbiamo provato queste sensazioni. In quei momenti io ho sempre avuto anche un fortissimo senso di colpa per la mia infelicità, perché avevo tutto, in apparenza, ma ero infelice e non mi perdonavo e non perdonavo il mio istinto a fuggire da determinati ambienti e situazioni, perché mi sembrava una sconfitta. Invece non c'è colpa nell'infelicità né sconfitta dallo sfuggire da questo genere di situazioni. Io sono stata fortunata, il mio momento più nero l'ho vissuto in adolescenza. Una scuola privata, un liceo dall'altra parte della strada rispetto a casa mia, frequentato dalla "gente bene". Proprio per la vicinanza sembrava naturale che io lo dovessi frequentare e poi c'era proprio il classico che io volevo fare.
    Peccato che vi domasse il conformismo e la voglia di apparire. A nessuno dei miei compagni importava di quello che si studiava, importava avere i vestiti giusti, frequentare i locali giusti, prepararsi a una vita da vincenti. Potevo conformarmi, morire nel tentativo o fuggire. Ho perso dieci chili (e non ero esattamente un'adolescente balena, anzi) e ho pianto più in quei due anni che in tutta la mia vita e poi sono fuggita. Sono estremamente grata ancora oggi ai miei genitori di avermi lasciato fuggire. Mi ero rovinata la salute, letteralmente e la sola idea che io andassi a scuola più lontano, con tutto quello che ne consegue a livello proprio di fatica fisica li spaventava (tanto per dare l'idea ero così spesso malata che il mio medico a un certo punto pensa avessi la tubercolosi e mi ha mandato a fare il test). Per la prima volta, a sedici anni, ho preso in mano la mia vita. E, ops, il problema non ero io. Nel giro di un anno ero un'altra persona o, meglio, ero me stessa, la stessa di prima, ma senza l'infelicità e il senso di inadeguatezza. Avevo degli amici (non mi facevo degli amici da così tanto tempo da pensare di essere insopportabile), avevo addirittura uno spasimante (io che pensavo di essere ributtante) e avevo iniziato anche a fare sport a livello agonistico (altro che tubercolosi, era solo esaurimento fisico da esaurimento nervoso). Da allora ho deciso che avrei sbagliato sempre di testa mia e che non avrei mai permesso a nessuno di imporre su di me la sua idea di come si debba vivere.
    Quello che cerco di scrivere è che i tuoi sentimenti sono assolutamente comprensibili e il desiderio di fuggire da situazioni che per noi sono tossiche non va represso, spesso è puro istinto di sopravvivenza. E al diavolo quello che pensano gli altri.

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    1. Sì, è vero. Ho pianto come una disperata, sia durante la stesura del post, sia dopo. Se mi avesse visto mia madre, mi avrebbe fatto un mazzo tanto. Ma io non me ne vergogno. Ho imparato a non farlo.

      E uno dei motivi del mio disagio sta proprio lì, in quella parola: "vergognati". Detta da lei, quattro anni fa, quando i problemi che tu sai erano appena incominciati. Perché 'sta storia della "fortuna" è una croce un po' per tutti. Non entro del dettaglio, perché sono sicura che capisci a cosa mi stia riferendo, ma la consapevolezza di essere una privilegiata rispetto a tanti altri mi ha spinta a tenere duro in un contesto che non era il mio.
      L'insicurezza era già dentro di me ben prima che si creassero certe situazioni. Però me l'ero sempre cavata. Al liceo non ero certo la persona più popolare della scuola, ma nemmeno un'esclusa completa: avevo il mio gruppo ristretto, di persone con i miei stessi interessi e le mie stesse passioni. All'università, anche. E, a dirla tutta, anche nei miei primi lavori. Magari c'erano antipatie, e persone che mi davano il tormento, ma il loro peso sul piatto della bilancia era nulla.

      Poi, qualcosa è cambiato. Quello che mi è accaduto non ha creato insicurezze che non esistevano, ma ha tirato fuori che per anni avevo represso. Le mie ferite ancestrali si sono risvegliate, e sono scivolata nel baratro. Puoi capire cosa sia successo a livello fisico e psicologico, perché l'hai vissuto anche tu. E puoi anche comprendere quanto sia necessario allontanarsi da ciò che è così deleterio.

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  8. Mi viene solo da dirti grazie per aver condiviso tutto questo con noi. E anche che questo momento così difficile che stai vivendo è molto prezioso, anche se non ti sembra così e se comporta tante lacrime. Non è da tutti una presa di coscienza tanto intensa e lucida. Sono certa che può venirne fuori solo una te stessa più forte e in armonia con la bambina che eri. Ti mando un abbraccio grande, anche se solo virtuale. Tienici aggiornati... per quanto puoi.

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    1. Vi aggiornerò di sicuro. Intanto anticipo che oggi, molto probabilmente, farò quella cosa là. Mi piacerebbe riuscire a scrivere, così di getto, sempre con la stessa scioltezza. :-)

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  9. Un sentito atto sincero che tutti dovrebbero concedersi.

    Ciò che ti posso suggerire non è un consiglio consolatorio ma un vero è proprio modo di vivere:
    Assapora ogni cosa. Tu sei qua, in questo momento sei qua e sei viva. Assapora quel pianto, assapora quella condizione di prigionia, assapora ogni cosa perché sei qua e lo puoi fare...

    Questo semplice assaporare mi ha permesso di cominciare a vivere realmente.

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    1. Lo so, lo so. Sono vicino alle filosofie orientali da anni, quindi conosco molto bene il culto della presenza, fondamentale per trovare il senso di ogni attimo. Tendo a trasformare ogni attività in una forma di meditazione, a dare un senso e un valore a ciò che faccio. è proprio nel momento in cui questo valore scompare, che nascono i dubbi. Perché, alla fine, se una cosa diventa priva di ogni gusto risulta completamente inutile farla... :-)

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  10. Tanta voglia di crescere e poi? vorresti solo tornare indietro, però purtroppo non si può e devi trovare la forza di andare avanti, sempre e comunque, perciò Chiara non ti abbattere per quello che non puoi cambiare ma combatti per quello che puoi e meriti di avere, un giorno, quel giorno arriverà ;)

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    1. Bisognerebbe far tesoro del passato e portarlo con sé come una risorsa, senza rimpiangerlo. A me piacerebbe, davvero, riuscire ad avere questo spirito. Perché, dopo tutto, la vita continua. :)

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  11. io e le lacrime abbiamo una storia dietro, che meriterebbe un giorno forse un post... ci sono stati momenti nei quali ho pensato seriamente che il pianto fosse un segno indistinguibile di debolezza, e mi sono privata della sua manna consolatoria, per una sorta di durezza auto imposta, che non faceva bene a nessuno, a me no di sicuro.

    oggi, mia sorella, mi definisce una "mammola", poiché piango per ogni cosa, anche per la caduta dell'ultimo petalo della rosa de "La Bella e la Bestia", pur sapendo come andrà a finire, perché sono diventata adepta della setta: meglio fuori che dentro!

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    1. Anch'io. Ma reprimere le proprie emozioni non serve a nulla, perché poi si rischia di diventare delle pentole a pressione. O le emozioni si trasformano, oppure bisogna esprimerle. Altrimenti, alla fine, annientano.

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  12. Ti faccio i complimenti, Chiara, dimostri con i fatti e non solo a parole di essere uno spirito libero.
    Io sono diversa: ho un universo dentro che non condivido con il mondo esterno: non è vergogna, non è imbarazzo, non è snobismo, non mi viene spontaneo, semplicemente questo. I miei sfoghi sono sempre stati pagine infuocate riversate nei diari, fuori mai una lacrima, mai un'emozione dimostrata.
    Tolgo la maschera solo quando sono sicura di potermelo permettere senza avvertire il peso di essermi messa a nudo.

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    1. Il nostro modo di essere non è scolpito nella pietra. Chi vuole cambiare un aspetto del proprio carattere che lo fa soffrire (SE, ovviamente, lo fa soffrire) è liberissimo di lavorarci, e di farlo. Io ho sperimentato entrambi i lati della medaglia. Ho vissuto sia con la maschera, sia senza, e preferisco stare senza. Ognuno ha le proprie motivazioni: per me, nascondermi, equivaleva a reprimere me stessa in nome dell'insicurezza e della vergogna. E io sento di non aver nulla di cui vergognarmi, perché sono una persona per bene, e ciò che provo è assolutamente naturale e condivisibile (il fatto che molti si siano rispecchiati nelle mie parole lo dimostra). Poi, ovvio, anch'io so riconoscere il contesto e impormi dei limiti, vuoi per educazione, vuoi per il bisogno di proteggermi. :-)

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  13. Abbiamo modi diversi di esternare i nostri sentimenti io e te, ma non diversi modi di "sentirli". Comprendo bene. Sebbene non ti conosca affatto, voglio lasciarti un pensiero che puoi buttare se non ti torna, ma voglio lo stesso regalartelo.
    Per tutta la lettura del tuo post mi è arrivata un'immagine precisa: Chiara su un cornicione, Chiara che si volta indietro per guardare cosa lascia, Chiara che guarda avanti a terra, laggiù in fondo cosa c'è. Chiara che vede i suoi piedi saldamente posati a terra e sorride. Chiara che spicca il volo. E vola alla grande.
    Ti abbraccio

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    1. Grazie, Elena. Sono giornate difficili, emotivamente intense.
      Ma io so che ogni cambiamento importante della vita richiede qualche scossone. Sono le zavorre che si staccano, per rendere il volo più agevole.Un abbraccio a te. :-)

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  14. Avevo letto questo tuo post qualche giorno fa e devo farti i complimenti per la tua grande forza interiore, non è facile esternare le proprie emozioni.
    Ti auguro una serena giornata.

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    1. Ti ringrazio, anche se non mi sento forte per niente. :-)

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  15. Renata Maccheroni5 aprile 2017 16:02

    Un abbraccio non è mai troppo tardi. Ciao Chiara :)

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  16. Parlare idealmente alla bambina che sei stata... Mi è familiare questa scelta.
    Mi sono rivista in un video esattamente come puoi fare tu con quei vecchi videotape trasformati in cd rom, mi fa strano guardare negli occhi la bambina che sono stata. Avevo tre anni, capelli corti e ricci, gli occhi tondi puntati sulla videocamera di uno zio che aveva questa strana cosa con cui riprendeva scene di vita quotidiana. Dopo quaranta anni e più ti rivedi, e ti senti in effetti assai strana, e vorresti parlare alla bambina, per svelarne chissà cosa, forse quello che non si è mai realizzato.
    Sono stata più volte tentata di parlarle, ma temo la reazione che ha creato in te. C'è come un "vaso di Pandora" di cose irrisolte in ciascuno di noi, è innegabile. Questo tipo di scrittura catartica è liberatoria solo nella misura in cui prendi le distanze dalla materia trattata esattamente mentre la stai trattando, credo.
    Ciao, Chiara...

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    1. Stavolta (e capita di rado) non mi sento d'accordo: non credo che il distacco sia utile, per guarire il passato. Al contrario ritengo fondamentale immergersi nelle proprie emozioni. Se poi il dolore e la tristezza ci travolgono - come è successo a me, che ho pianto per tre giorni - non è un male, perché significa che questo dolore era lì, dentro di noi, quindi se non l'avessimo espresso ci avrebbe distrutto lentamente. Il corpo e la mente non sono separati come la mentalità occidentale ci ha fatto credere per secoli: tutto ciò che pensiamo e che proviamo, anche a livello inconscio, si ripercuote sul corpo. Pertanto è sempre meglio rilasciare, e affrontare i mostri. Io, con questo post, ho innescato un lavoro di pulizia, che sicuramente continuerà. :-)

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  17. Se ti stessi commentando su Fb ti metterei un grande cuore, ma siamo sul blog e non ha la stessa valenza.
    Credo che tu stia per affrontare una grande rivoluzione che verrà guidata da quella tipa della foto, coraggiosa e sorridente. La Chiara di oggi deve solo stringerle la mano e farsi guidare, vivete insieme da una vita, vi conoscete e potete solo che aiutarvi. Non mi resta che augurarti un grosso in bocca al lupo e seguire i prossimi post di getto per scoprire quanto accadrà.

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    1. La mia rivoluzione umana, in realtà, è iniziata molti anni fa. E non è stato facile prendere coscienza di tutti i limiti e di tutte le difficoltà che portavo dentro me. Ora mi sembra di essere arrivata al punto focale. Ho solo questo muro da attraversare. E poi si vedrà. :-)

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  18. Silvana Amadeo7 aprile 2017 15:03

    Quanti di noi, fermandosi seriamente a riflettere, potrebbero dire queste parole!
    Il peso dei condizionamenti ricevuti che hanno influito anche sull'amore ricevuto e che hanno avvelenato le nostre vite. E poi il bisogno di riconoscimento! E'ora di dire basta! La prima attenzione verso noi stessi sempre verso quella bambina dentro di noi soffocata che non poteva esprimersi; il primo amore all'essenza di noi stessi e a ciò che ci piace fare. Con la quiete mentale dell'adulto consapevole un abbraccio costante alla nostra bambina ferita....

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    1. Esatto. E così, finalmente, il bambino interiore potrà guarire. :)

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