giovedì 19 gennaio 2017

La voce del Jolly #1 - Davide Laura, dalla strada alla Scala


Ciò che non si può dire e ciò che non si può tacere, la musica lo esprime.
(Victor Hugo)
Da due anni, il musicista Davide Laura allieta i pomeriggi dei sanremaschi con il proprio violino: non c’è nessuno, per le strade del centro, che non conosca e non apprezzi la sua musica. Perché, quindi, non consentirgli di rappresentare la città al Festival? Questa è stata l’idea degli amministratori del gruppo Facebook “Sei di Sanremo se…”, che una decina di giorni fa hanno creato l’hashtag #vogliamodavidelaurasulpalcodell’ariston. Diversi lettori hanno scritto a Carlo Conti per metterlo al corrente dell’iniziativa. In poche ore, un’idea nata quasi come un gioco è diventata virale.
Davide, per diffondere la propria musica, non ha partecipato a un talent o venduto l’anima al demonio: ha semplicemente allestito una postazione in via Matteotti e si è messo a completa disposizione della gente. L’energia veicolata dalle sue note, poi, ha fatto il resto.  Se non ci credete, guardate con i vostri occhi. O meglio: ascoltate con le vostre orecchie. Troverete le sue performance qui e qui: come potrete osservare nel secondo dei due video, anche RaiNews si è interessata a lui…
Vi ho parlato a lungo del Jolly - figura metaforica che lo scrittore Jostein Gaarder ha scelto per spiegare il ruolo dell’artista nella società post-moderna - ma non ho mai avuto l’opportunità di ospitarne uno. Leggete le sue risposte con attenzione: vi faranno capire che essere anticonformisti non significa diventare degli emarginati sociali, ma affermare la propria libertà creativa senza filtri. E che il Jolly non è un supereroe, ma una persona consapevole della propria missione di vita e disposta a mettere l’ego in secondo piano per donare il proprio talento agli altri. Così ha fatto Davide: seppur inserito in contesti musicali importanti, non ha mai rinunciato al contatto con la gente e considera la strada allo stesso livello dei palchi più blasonati.
Spero che l’hashtag #1, vicino al titolo dell’intervista, possa essere di buon auspicio. Ora che il focus del blog sta arrivando a includere, oltre alla scrittura, altre forme artistiche, vorrei che questo post fosse il primo di una serie. Ma non andrò a cercare i miei Jolly: li troverò grazie alla loro arte, come è accaduto con il nostro cittadino onorario, che infinitamente ringrazio per la propria disponibilità.


Raccontaci un po’ di te: quando e in quale modo ti sei avvicinato alla musica?
Sono nato in una famiglia di musicisti. Devo tantissimo a loro. Ho iniziato a giocare con gli strumenti sin da piccolo. In molte lingue il verbo suonare e il verbo giocare sono espressi dalla stessa parola (to play in inglese, spiele in tedesco), per me la musica è iniziata così, come un gioco.
Qual è stato il tuo percorso di studi, musicale ed istituzionale?
Quando i miei genitori hanno notato la mia predisposizione alla musica mi hanno incoraggiato a provare l’ammissione al conservatorio di Milano. Sono entrato a sei anni. Negli anni ho studiato violino, pianoforte, composizione, jazz e musicologia.
Che tipo di bambino e adolescente sei stato?
Fino all’adolescenza sono stato il classico bravo ragazzo, a scuola di giorno, a studiare musica la sera. L’adolescenza invece è stata un’età di ribellione ma anche di esplorazione. Ho iniziato ad espandere i miei orizzonti ed è stato durante l’adolescenza che ho capito che la mia natura era quella di cercare la libertà a tutti i costi.
Come la tua passione per la musica ha condizionato il rapporto con i tuoi coetanei?  E con i tuoi genitori?
Inizialmente, essendo inserito in un contesto accademico e avendo sempre ottenuto ottimi voti, la mia famiglia era contenta. I primi problemi sono arrivati con l’adolescenza. Ero un ribelle. Il contesto accademico mi stava troppo stretto e allora ho iniziato a trovare maniere alternative per esprimere la creatività.
Mi sono reso conto di avere qualcosa di speciale tra le mani con la musica, passavo giornate a suonare per i miei coetanei, mi sono presto reso conto che con la musica arrivavo all’anima delle persone. E perché no, avevo anche più successo con le ragazze!
Ricordi il momento in cui la musica ha smesso di essere una semplice passione ed è diventata uno stile di vita, nonché lo strumento attraverso cui definisci te stesso?
In due occasioni: durante un concerto del pianista Keith Jarrett e nel corso di un viaggio in Irlanda. Per anni il pensiero dominante intorno a me diceva che avrei dovuto mettere “la testa a posto” e cercare un lavoro sicuro. Ero iscritto al primo anno di Informatica all’università. Avevo 20 anni ed ero in Irlanda perché la mia ragazza di allora lavorava a Dublino. Dopo aver trascorso qualche giorno insieme a lei sono partito in un viaggio in autostop spostandomi di città in città. Non avevo abbastanza soldi per mantenermi allora iniziai a suonare per la strada, con la chitarra. Cantavo le canzoni di Bob Dylan e di De Andrè. Iniziai a rendermi conto che avevo un potenziale tra le mani, che potevo veramente credere nei miei sogni. Lì ho capito che avrei potuto fare il musicista nella vita.
Come mai hai deciso di diventare artista di strada?
La prima volta è stato per scommessa (quando avevo solo 11 anni) dai 20 anni è stato per potermi finanziare i viaggi. Poi per anni sono entrato in un giro molto legato al mondo della moda di Milano. Ho suonato per Dolce e Gabbana, per Stella Mc Cartney, per Tommy Hilfiger. Non rinnego affatto quei momenti, ma ad un certo punto ho iniziato a sentire l’esigenza di portare la mia musica anche al di là dei giri altolocati. Avevo voglia di verità, libertà e passione. Penso di averla trovata così, con la strada e il viaggio.
Quali tappe di vita hanno portato te, milanese, proprio in via Matteotti?
Sono profondamente legato dalle mie radici liguri, ma il mio approdo a Sanremo è stato anche frutto del caso. Nel 2014 ho iniziato a viaggiare tutto l’anno e a quel tempo la mia base era diventata Parigi. Sono stato invitato da Freddy Colt a fare un concerto a Sanremo. Pensavo di rimanere lì una settimana e poi ritornare su. Alla fine sono rimasto quasi due anni. A Sanremo vive metà della mia famiglia, alla quale sono legatissimo. Ormai posso dire che mi sento Sanremese ad ogni effetto, è qualcosa che mi porterò sempre dentro.
In quale modo sei riuscito a conquistarti la stima e la fiducia dei cittadini sanremesi? Pensi che dipenda soltanto dalla tua musica, o anche dalle tue qualità caratteriali?
Non saprei, ma a Sanremo ho fatto degli incontri speciali. Proprio lì una persona mi ha fatto riflettere su come non fossi io il centro della performance ma che fossi io a dover mettere a disposizione la mia tecnica per chi mi ascolta.
Sembrano disquisizioni intellettuali ma in realtà questo concetto mi ha cambiato la vita. Non sono io al centro dell’attenzione, siete voi il centro della mia attenzione. Non devo dimostrarvi se sono bravo o no. La mia musica deve arrivare a voi, deve entrarvi dentro e scuotere la vostra esistenza, anche solo per qualche attimo.
Dalla strada, alla Scala di Milano: raccontaci un po’ di questa esperienza…
E’ stata un’esperienza di vita incredibile. Di duro lavoro, perché avevo una parte solistica in scena. Su quel palcoscenico non è semplice nemmeno respirare.
Prima di entrare in scena tutte le percezioni sono amplificate. Il tempo si ferma, i colori gli odori, i suoni sono più intensi. Aver vicino a me un campione come Morris Robinson (il protagonista) aiutava molto. La sua tranquillità era contagiosa e mi stimolava ad essere totalmente sicuro di me sul palco.
Ogni opera è resa possibile dal lavoro di squadra di centinaia di persone, molti giovanissimi, dai macchinisti al direttore, al coro all’orchestra ai maestri collaboratori, truccatori, parrucchieri, velaristi. Ognuno contribuisce dando il meglio di sé. E’ come una città nella città, è magico.
… e della tua prima esibizione in tv, ad “Affari tuoi”.
In tv non è mai facile visto che i tempi sono decisi a tavolino (dove i secondi contano) ed è tutto più controllato, un po’ più artificiale. E’ stato divertente entrare in studio e ritrovarsi davanti Pippo Baudo. Un omone immenso e molto cordiale. Una bella esperienza, sicuramente. Magalli è stato molto cordiale e professionale, mi hanno accolto tutti bene.
Come hai vissuto la notizia dell’hashtag creato dai fan per averti sul palco del Festival?
Con un sorriso! Mi ha fatto piacere logicamente, anche se so benissimo che le selezioni per gli ospiti sono già state decise mesi prima a Roma. Cercherò di trasformare quel supporto in qualcos’altro, magari un grande concerto gratuito per la città di Sanremo. Ci stiamo lavorando su.
In ogni caso sono estremamente grato nei confronti delle persone che mi sostengono. E’ grazie a loro se posso continuare a fare quello che faccio.
Se Carlo Conti ti invitasse al Festival come ospite, cosa cercheresti di trasmettere alle persone?
Quello che cerco di trasmettere sempre quando suono. Cerco di trasformare l’emozione che sento in energia, tradotta in note, che arrivino all’intimità di chi mi ascolta. Creare una sorta di unione collettiva. Non importa se in televisione, in un teatro o in mezzo a una strada. Il principio è sempre valido ovunque.
Descrivi una tua tipica giornata di lavoro.
Devo migliorare questo punto. Non ho una routine ma ne riconosco il suo enorme potenziale. Essere un musicista al giorno d’oggi è diverso anche solo rispetto a 10 anni fa. Evoluzionisticamente non sopravvive il più forte ma chi si adatta meglio al cambiamento. E il mondo dei social network e di Youtube offre oggi delle possibilità una volta inimmaginabili.
In genere chi osserva dall’esterno vede solo la performance, ma la vita del musicista è fatta di tanti aspetti anche noiosi. Le ore di pratica, le prove, gli arrangiamenti, le telefonate, le ricevute e gli oneri fiscali. La comunicazione. E poi cucinare, tenersi in forma, tenere in uno stato decoroso la casa. La magia del live è la punta dell’iceberg, ma dietro alle quinte un musicista è un lavoratore a tutti gli effetti, con una vita molto più “normale” di quanto possa sembrare.
Raccontaci un ricordo significativo dei tuoi pomeriggi in via Matteotti.
I primi tempi era strano, essendo abbastanza conosciuto nella mia nicchia molti colleghi si stupivano e si chiedevano perché suonassi per strada.
Per me suonare per la strada significa aprirsi all’ignoto e all’imprevisto. E’ la magia dell’incontro. Ricordo un pomeriggio in cui una coppia mi chiese se sapevo suonare qualcosa di Piazzolla. Iniziai a suonare Libertango, e i due erano in realtà due ballerini di tango professionisti ed iniziarono a ballare in mezzo alla strada, così dal nulla. Nel giro di qualche attimo via Matteotti si trasformò in una milonga, con centinaia di persone ad assistere alla scena.
Questo, intendo, con la magia della strada. Può solamente accadere laddove non ci siano barriere sociali e fisiche, tra chi suona e chi ascolta.
Raccontaci il percorso di un tuo brano, dalla prima idea alla versione finale.
Non ho una routine tipica. In genere, se il brano esiste già (e dunque faccio una cover) il mio lavoro sta nell’arrangiamento. Mi esibisco accompagnato da una loop station, un pedale che mi permette di registrarmi mentre suono e di sovra-incidermi live. Dunque parto dal giro degli accordi e man mano ci costruisco su l’armonia, la ritmica e la melodia alla fine.
Quando compongo invece, quasi sempre parto dal pianoforte. Incomincio a improvvisare e lascio che il mio subconscio faccia da sé. Mi registro e mi riascolto. Quando sento qualche passaggio che mi piace, incomincio a lavorare “di fino” e adatto il pezzo, cerco delle nuove sonorità, cambio le armonie insomma gioco con le note fin quando il brano sembra pronto. Non lo è mai. E’ sempre un “work in progress”. Al tempo stesso mi piace aggiungere sempre strumenti diversi ai miei pezzi, spostando i miei limiti, trovando nuove sfide da superare.
Qual è il messaggio implicito nelle tue opere musicali?
Cerco sempre di creare un legame emotivo con mi ascolta.
… e nel tuo modo di relazionarti con la gente?
Sono sempre stato socievole per natura. Sono un tipo “da bar”, mi interessano le persone e le loro storie.
Cosa significa per te essere un artista?
Per me significa cercare di avere un impatto. Nel mio piccolo, cercare di rendere migliore la vita di chi mi ascolta.
E qual è il ruolo che un artista, secondo te, dovrebbe avere in società?
L’artista ha un ruolo sociale. Ora più che mai, l’artista ha il potere di rendere la vita migliore, di stimolare alla riflessione le persone nel loro ruolo nella società. Di unire e avvicinare anzi che dividere. Di stimolare attraverso le passioni. Di stare in mezzo alla gente.
Qual è stato il momento più difficile della tua carriera? Cosa ti ha dato la forza per non mollare?
Sono riconoscente nei confronti di tutte le difficoltà che ho incontrato in questo cammino. Ho iniziato ad averne sin dal momento in cui ho iniziato a prendere decisioni di testa mia. A farmele superare sono sempre state le mie passioni. La consapevolezza che un giorno ce l’avrei fatta. Devi essere dannatamente convinto delle tue capacità per andare avanti.
Dal momento che questo è un blog che tratta di scrittura, anche se l’intervista è quasi giunta alla fine, non posso fare a meno di domandarti: qual è l’ultimo libro che hai letto?
L’ultimo ultimo è “The Power of now” Di Eckart Tolle, mi interessa molto il concetto di “mindfulness”, specialmente applicato alla musica e alla performance. Troppo spesso ci troviamo a rincorrere il futuro con gli occhi riversi al passato, ignorando il momento presente.
E il tuo libro preferito?
Forse, l’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera. Ma davvero ci sono troppi libri che ho amato per poterne scegliere uno solo. Mi ha influenzato molto Kerouac e la beat generation, per le scelte di vita e l’amore per il viaggio.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Negli ultimi anni mi sono posto l’obiettivo di arrivare a New York e di farne la mia base. Ho amato tantissimo la vita di Brooklyn, ho tanti amici lì ed è una città che ha sempre incoraggiato l’incontro e la creatività. Nel frattempo sto lavorando al mio primo album (che voglio presentare a Sanremo) e ho un progetto di tour di musica di strada che vorrei fare a partire dalla prossima estate. Sono tutti progetti che voglio realizzare il prima possibile.
Per concludere: quale consiglio daresti ai giovani che decidono di diventare musicisti professionisti?
Di lavorare duro ma anche di non avere troppa paura di sbagliare con la propria testa. I fallimenti sono una parte fondamentale della nostra carriera. Dico, sbagliate, prendete decisioni, non seguite il gregge. Fate ciò che amate fare e fatelo con convinzione al punto di sacrificare tutto ciò che è superfluo. Alla fine questo pagherà, nonostante le difficoltà che incontrerete.
E ora… rivolgi tu una domanda ai lettori!
Vi è piaciuta l’intervista? E visto che è un blog di scrittura, avete un libro da consigliarmi?
IL MIO OSPITE
Nato a Milano con radici a Sanremo, Davide Laura è un violinista polistrumentista italiano.
Si è formato al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano studiando Violino e Composizione sotto la guida di Fabio Vacchi.
Alterna la sua attività di concertista a quella di musicista di strada.
Nel corso della sua carriera si è esibito in sale da concerto celebri tra cui il Teatro alla Scala, il Blue Note e la Sala Verdi del Conservatorio di Milano.
Appassionato di viaggi e di culture diverse, dopo essersi laureato all'Università degli Studi di Milano ha iniziato a viaggiare "zaino in spalla" per l'Europa portando con sé la sua musica nelle strade, "il palcoscenico del mondo".
Utilizza spesso una loop station con la quale si sovraincide  in diretta mentre suona, creando effetti orchestrali, percussivi e chitarristici.
Il suo stile è una commistione di jazz, minimal  e world music.
Si è esibito per importanti nomi della moda tra cui Dolce e Gabbana, Stella Mc Cartney e Tommy Hilfiger. 
Hanno raccontato la sua storia alcuni tra i più importanti giornali Italiani (La Stampa, La Repubblica, Il Giorno, Il Giornale della Musica) e si è esibito in televisione in diretta su Rai1, Rai2, Rai News e La7.

33 commenti:

  1. Bellissima intervista. Diretta e concisa. Bravo Davide e bravissima Chiara.

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    1. Grazie a te per aver messo in contatto due artisti Sanremaschi! :)

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    2. È stato un vero piacere . Vedere la fusione di due arti e il risultato ottenuto è straordinario.

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    3. Non conosco nello specifico questo artista, ma mi fa piacere che riesca a farsi strada un uomo che crede nel suo prodotto e sa trasmetterlo col cuore.
      Uno che riesce a uscire dalle logiche commerciali e di successo e magari ci arriva ugualmente seguendo una sua personalissima strada.
      Auguri

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    1. Lo conosci anche tu, che sei di zona? :)

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    2. Non di persona, solo dai social. Ora mi pare di conoscerla un po' meglio. Mi attraggono sempre molto gli artisti di strada, trovo siano la quintessenza dell'arte.

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    3. Io l'ho sentito suonare dal vivo in centro però non ci siamo mai parlati se non via email. La prossima volta mi fermerò a salutarlo. :)

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  3. Davvero una bella intervista: complimenti a Davide e a Chiara.

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    1. Grazie Michele. Mi sarebbe piaciuto dare più spazio alla musica ma ho avuto dei problemi nel caricamento dei link. Peccato.

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  4. Bella intervista, complimenti a entrambi. Si avverte molto l'amore per la musica sia da parte dell'intervistato che dell'intervistatrice. Per quanto riguarda la domanda finale, sto leggendo un libro strepitoso di Donna Tartt che consiglio caldamente: Dio di illusioni. Lei è l'autrice de Il cardellino. Scrive in maniera magnifica, considerando anche il fatto che quando lo scrisse aveva solo ventotto anni.

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    1. "Dio di illusioni" è nella mia wish-list di Amazon da tempo, ma non l'ho ancora acquistato perché ancora da leggere, sul Kindle, ho la bellezza di TRENTADUE libri. Ci farò un pensierino, però. A trattenermi dall'acquisto era anche l'ambiguità delle recensioni, però di te mi fido. :)

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  5. Bellissimo post e bellissima intervista. L'immagine della via di Sanremo trasformata in una pista di tango mi accompagnerà nei prossimi giorni.
    Grazie a entrambi

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    1. Sono contenta che l'intervista sia piaciuta. All'inizio avevo qualche timore perché pensavo fosse troppo fuori tema, ma man mano che il lavoro insieme a Davide prendeva forma mi sentivo sempre più entusiasta, perché potevo portare un esempio concreto di chi sia il famoso Jolly. :)

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  6. Complimenti Davide, sei motivato, sei determinato, sei una persona positiva, un bell'esempio di come arte e creatività sposino bene il concetto di libertà (non solo di espressione.)
    Ti auguro di trovare sempre nuovi stimoli e di godere a lungo del piacere che la musica dà (ho un figlio che suona pianoforte al Conservatorio e so cosa significa).
    Mi è piaciuto molto quando hai detto che non sei tu al centro dell'attenzione, ma noi il centro della tua.

    Ottimo lavoro, Chiara. Hai trovato un jolly d.o.c. Davvero una bella intervista.

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    1. Anche a me è piaciuta quella frase perché secondo me anche la scrittura dovrebbe essere così. Questo concetto si lega anche all'argomento del prossimo post, di cui ti accennavo ieri nel messaggio vocale.

      Ti consiglio di far ascoltare Davide a Edoardo (puoi vedere i video dai link che ho messo) perché oltre a essere una bella persona è un musicista veramente molto, molto bravo. :)

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  7. Ecco, questo sì che è un gran jolly. L'hai proprio "pescato" bene. Brava tu e bravo lui. Perché se ci pensiamo bene ci vuole un gran coraggio, oltre che abilità, a fare l'artista di strada. Ammiro tantissimo queste persone e la loro scelta di umiltà e libertà da cui dovremmo imparare tantissimo. :)

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    1. In realtà prima è nata l'idea dell'intervista (mi ero incuriosita per la faccenda dell'hashtag) e poi quella della serie del Jolly. è stata una coincidenza che ha portato a una bella novità. Spero che in futuro ci siano altri artisti interessanti da intervistare. :)

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  8. Una bellissima intervista, Chiara. Sai che io adoro i musicisti di strada (e gli artisti di strada in generale) quando ne incontro uno in centro mi fermo sempre, per me sono fantastici, ha ragione Davide Laura: la strada è un palcoscenico straordinario(emblematico l'episodio dei ballerini di tango).
    Auguro a questo giovane e bravo musicista di avere sempre più fortuna, intanto questo è un piccolo inizio, in bocca al lupo e spero di vederlo presto al festival :-)

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    1. Sì, vero. E nei video tutto questo si vede molto bene.
      Sono contenta che l'intervista ti sia piaciuta. :)

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  9. Bella questa intervista, domande non banali e risposte a cuore aperto. Proprio ben fatta.

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  10. Che bella intervista ci hai offerto! L'ho apprezzata molto, sia perché Davide è una persona che fa davvero piacere incontrare, sia perché prima avevo guardato i due video che hai suggerito, così è stata un'esperienza viva. Molti anche gli spunti di riflessione. Grazie! :)

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    1. Sono felice che tu abbia guardato i video. Penso infatti che:solo ascoltando la musica, le parole di Davide possono essere comprese e vissute nel loro significato più profondo. Grazie a te. :)

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  11. Bella intervista e ottima idea! In bocca al lupo Davide!

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  12. Iniziativa in cui riversi il tuo desiderio di far conoscere questa voce, traspare passione in ogni riga.
    Davide, sempre un piacere conoscere giovani talenti musicali e dell'arte in generale. Spero che le televisioni, che sono il canale più immediato per arrivare alla gente, si accorgano realmente di te. Ho ascoltato la tua musica ed è davvero immediata e coinvolgente.
    Bonne chance!

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    1. Sì, è vero. Era un'intervista che mi stava molto a cuore. Ritengo infatti che la collaborazione tra artisti sia fondamentale, in un mondo in cui la competizione è altissima, e far "rete" si rivela fondamentale. Ovviamente, non avrei mai intervistato Davide se non fosse stato bravo, e se non avesse una storia così importante da raccontare. :)

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  13. Complimenti ad entrambi! E, a mio parere, l'Ariston non merita un artista simile ^_^

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    1. L'Ariston, o il Festival? :-)

      Il teatro ha una stagione molto interessante, e il Festival è solo uno degli eventi che ospita. Molti lo snobbano, perché rappresenta la cultura popolare. Io, sarà che sono di parte (guardarlo in tv non è come "viverlo" nella propria città) non riesco ad avercela con questa manifestazione che, tra l'altro, ha sempre ospitato, fuori dalla gara, artisti di fama internazionale. :)

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    2. Dai, mi ha ingannata l'etichetta "Festival di Sanremo" XD Ho dato per scontato, hai ragione! Però con tutta sincerità un artista simile merita spazio, che passi anche dal Festival stesso per farsi conoscere, ma mi ripeto... ne meriterebbe anche altro più consono alla sua bravura.
      Non guardo Sanremo, capisco la tua "affezione", ma è proprio questione musicale per me :P Sono una grande amante di altri generi, ecco probabilmente la mia era una sottile polemica col poco spazio concesso ad artisti meritevoli qui da noi. Non amo i talent e roba simile, sono considerata snob o pesante per ciò che amo della musica ;)
      Anni e anni fa si questionò non poco con un'amica soprano leggero che mi spiegava la necessità per X cantante (Alexia per capirci) con estensione vocale potente e notevole di partecipare al Festival per motivi di carriera e aveva assolutamente ragione lei :D

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    3. Ho appena messo il post nuovo e sono un po' stanca, ma domani ti rispondo con calma perché ho un po' di considerazioni da fare. :)

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    4. Eccomi qua. Finalmente ho la lucidità mentale giusta per scrivere qualcosa di sensato. I miei gusti musicali sono piuttosto eclettici. Si può dire che, pur avendo una predilezione per il grunge e il rock, ascolti un po' di tutto tranne la musica disco e la roba troppo commerciale (Rihanna, Katy Perry e affini). Degli artisti in gara quest'anno al Festival, alcuni mi piacciono, altri no.
      Sebbene questa manifestazione, negli ultimi anni, sia stata un po' contaminata dagli artisti dei talent (alcuni validi sono riusciti a togliersi l'etichetta, altri sono bollati per sempre) abbia avuto in passato un ruolo importantissimo a livello culturale, intendendo la cultura secondo l'accezione del sociologo Morin: l'insieme dei riti, dei miti e dei simboli che strutturano una collettività. Da lì sono passati artisti sia nazionali sia internazionali (v. i Queen) e canzoni che hanno fatto STORIA. E ancora oggi, quando c'è non si parla d'altro. Per me rimane la vetrina più importante per un cantante che vuole farsi conoscere al pubblico. Ti faccio un esempio. Esattamente 10 anni fa, nel 2007, andai a vedere la finale con una mia amica di Milano che ci teneva. Presentava Pippo Baudo con la Hunzicker. Vinse Cristicchi con "ti regalerò una rosa". Poco prima della proclamazione, Pippo Baudo disse: "ora vi presento un giovane artista, sconosciuto in Italia, che all'estero è stato definito il nuovo Freddy Mercury per la sua estensione vocale". Arriva questo ragazzo, canta una canzonetta commerciale ma orecchiabile. Il sound all'Ariston è eccezionale: la sua voce esplodeva, il pubblico era entusiasta. Dal giorno dopo, la canzone che ha cantato era su tutte le radio: Grace Kelly. E lui era Mika. :-D

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