venerdì 25 novembre 2016

Il valore di un dettaglio


Bere una tazza di tè è qualcosa di molto profondo.
(Katagiri Roshi)

Il mio rapporto con lo studio è sempre stato particolare. Invece di assorbire nozioni passivamente, tendo a  reinventare e personalizzare ogni contenuto. Pertanto, quando ho sentito esprimere la convinzione che un romanzo non di generedebba” presentare una rarefazione delle ambientazioni e della trama, l’ho rigirata a lungo tra le mani per comprendere cosa farne. Sulle prime ho pensato di essere io a sbagliare; poi ho compreso che quanto sto facendo (con il cervello, non con la pancia) conta più di quanto mi dicono di fare. In letteratura non esistono regole inviolabili, quando si è consapevoli della propria direzione. Sebbene i manuali e gli articoli pubblicati sui blog siano stati e siano tutt’ora fondamentali per aprire la mente e migliorare le mie competenze, li ho sempre considerati semplici spunti di riflessione, da accettare o rifiutare a seconda delle mie esigenze narrative. Se ci limitassimo a seguire percorsi stabiliti e già battuti da altri, la nostra attività non avrebbe nulla di creativo.  Al contrario, un autore ha il compito di sperimentare, reinventando quotidianamente se stesso e la propria arte. Solo così può diventare un professionista.

giovedì 17 novembre 2016

Storytelling, fraintendimenti e censura


Van Gogh: una lama e si taglia l'orecchio,
io ti sento parlare e sto per fare lo stesso,
ho il rasoio tra le dita ma non ti ammazzo,
avrò pietà di te perchè... TU SEI PAZZO!!!
(Caparezza)

La riflessione che vi propongo in questo post è maturata mentre seguivo, sui social, una polemica contro il  rapper Emis Killa e la sua canzone “Tre messaggi in segreteria”. Non ho ancora avuto modo di ascoltarla, ma ho il testo qui davanti. La storia racconta in prima persona di un uomo che non accetta l’abbandono subito dalla fidanzata e, dopo numerosi tentativi di contatto, decide di ucciderla. Non si capisce se il personaggio metta in pratica il suo proposito omicida: il brano termina con lui, ubriaco, che guida verso casa della vittima. Magari si schianta prima, chissà. Però le associazioni femministe sono insorte e hanno accusato l’autore di istigazione al femminicidio e allo stalking.
Emis Killa si è difeso, sia attraverso i giornali sia rispondendo personalmente agli haters. Ha spiegato la vocazione narrativa dei suoi nuovi lavori e ribadito che la canzone incriminata vuole puntare il dito contro la violenza sulle donne, con il linguaggio crudo che meglio rispecchia il suo stile. Probabilmente a renderlo impopolare è stata la decisione di indossare i panni del carnefice, perché non è la prima volta che un artista in Italia affronta temi scomodi. Nel 1971, la canzone “Il gigante e la bambina” di Ron fu addirittura scelta per la pubblicità di un formaggino, anche se parlava di pedofilia. Il finale, inoltre, presentava l’omicidio come un atto di amore per non far subire alla creatura amata le conseguenze psicologiche di uno stupro.
Voi lo sapete, io sono sempre in prima linea quando si tratta di difendere le donne. Ricordate la discussione che era venuta fuori, quando avevo scritto che il fischio per strada dovrebbe essere considerato molestia sul piano penale? Ecco, appunto... Da scrittrice, tuttavia, riesco ad analizzare le parole del rapper milanese con un certo distacco e a separare l'autore dal narratore. So come funziona lo storytelling, che sia in musica o in prosa. Anche a me è capitato di assumere punti di vista scomodi: anni fa avevo scritto un racconto in prima persona con lo sguardo di una escort laureata, stufa di vedersi proporre stage gratuiti e contratti a progetto. Desideravo attaccare il sistema del precariato, non certo istigare alla prostituzione, ma se avessi usato toni più blandi nessuno mi avrebbe capito. Pertanto, se Emis Killa è in buona fede come dice, tutto questo polverone mi sembra esagerato. 

giovedì 10 novembre 2016

Lo scopo del blog - inevitabili cambiamenti


Se non cambiasse mai nulla, non ci sarebbero le farfalle.
(anonimo)

Di recente ho apportato alcune impercettibili modifiche al back-stage di “Appunti a Margine”, ho riordinato i tag e corretto qualche refuso trovato nei vecchi articoli.  A breve, però, dovrò intervenire anche a livello sostanziale. Le regole per i guest-post cambieranno e la pagina “lo scopo del blog” richiederà una doverosa attualizzazione, coerentemente con la mia evoluzione personale e autoriale.
In che modo essa avverrà, ancora non lo so, perché continuo a cambiare idea.
Ho riletto il testo più volte per focalizzare la direzione che il blog ha preso nell’ultimo anno. Non solo lo stile è diventato più maturo e la vocazione meno autoreferenziale: seguendo il flusso creativo, il focus si è progressivamente spostato da argomenti di carattere tecnico ad altri, più filosofici. Tornare indietro, mi sembrerebbe una forzatura. Conclusione: occorre riscrivere la presentazione da capo.
Però le fondamenta che reggono la baracca sono sempre le stesse. La scrittura si mantiene al centro di tutto. I miei intenti spirituali e relazionali sono rimasti immutati. E io non ho perso il desiderio di comunicare la mia visione del mondo. Conclusione: sono sufficienti piccoli aggiustamenti.
Essendo un’eterna indecisa come buona parte delle bilancine, è da mesi che rimugino sulla questione. Per togliermi da quest’impasse, ho deciso di condividere i miei ragionamenti con voi.
Oggi analizzerò alcuni estratti del post, per comprendere, e farvi comprendere, quali mi rispecchino ancora. Dopo averlo fatto, spero di riuscire a prendere delle decisioni.

giovedì 3 novembre 2016

Il Jolly e le parole socialmente scorrette #2


Nulla al mondo è normale.
Tutto ciò che esiste è un frammento del grande enigma.
Anche tu lo sei: noi siamo l'enigma che nessuno risolve.
(Jostein Gaarder)

Qualche mese fa ho pubblicato “Il jolly e le parole socialmente scorrette #1”, post inaugurale di una rubrica senza scadenza fissa, finalizzata a scovare i messaggi impliciti che si celano dietro le nostre abitudini verbali. A causa della pausa estiva e della mia ispirazione anarchica, però, la seconda puntata si è persa nel mondo delle intenzioni, e oggi l’amico cappelluto mi ha richiamato all’ordine con modi non proprio gentili: “Che razza di portavoce sei? Scompari nel nulla proprio adesso che c’è bisogno di te? I nani, sui social, stanno dormendo, assorbono passivamente ogni concetto veicolato dai siti di disinformazione e poi lo rilanciano in rete, rendendolo virale. Ma le parole sono ingenue, nessuno si rende conto del loro potere. Solo chi rimpingua la gassosa purpurea sa che esse possono trasformare la realtà, alimentare convinzioni limitanti e far perdere di vista il vero valore della comunicazione: non siamo qui per blaterare, ma per capire.”

Avete visto che bel cazziatone? Non posso fare a meno di rispondere con solerzia, analizzando altri tre concetti cui si fa spesso ricorso senza criterio. Se non ricordate perché abbia deciso di regalarvi questi brevi excursus, potete leggere l’introduzione all’articolo precedente e rinfrescarvi la memoria. In caso contrario, andate pure avanti con la mente aperta. Anzi: spalancata.