lunedì 30 marzo 2015

Gestire i contenuti di un blog - la mia opinione e il mio modus operandi


Non credere a nulla, neanche se l'ho detto io, 
a meno che non sia affine alla tua ragione e al tuo buon senso.
(Buddha)

È già da un po’ che vorrei scrivere questo post, sempre surclassato da altre idee, ma l’articolo “7 miti sulla creazione dei contenuti” di Daniele Imperi, oggi mi ha dato il giusto incentivo per passare dalle parole ai fatti.
Leggendo i vari blog, mi è capitato più volte di imbattermi in consigli di carattere pratico. Alcuni sono utili, altri meno. Ma due, in particolare, sono stati per me oggetto di riflessione:  
1 – I contenuti di un blog necessitano di una pianificazione accurata;
2- I post vanno scritti con largo anticipo rispetto alla pubblicazione.  
Io ho un’indole un po’ anarchica, quando si tratta di creatività. Tendo a cercare soluzioni adatte a me e al mio metodo di lavoro, senza appoggiarmi passivamente a princìpi di carattere generale. Gli articoli e i manuali possono essere un ottimo punto di partenza, ma le regole si limitano a indicare una delle possibili strade. Spetterà a noi, poi, trovare quella più adatta alle nostre esigenze di viaggio.
Ho notato però che alcuni blogger hanno difficoltà a comprendere un precetto così semplice. Si siedono sul trono e iniziano a pontificare, forse con l’intento sincero di essere utili ai lettori, o forse solo per mostrare la propria competenza.
Io ritengo quasi pericoloso ignorare brutalmente le specificità delle singole pagine, buttandole tutte insieme nel medesimo calderone. Ogni blog è diverso dagli altri, così come gli obiettivi e le aspirazioni che ne hanno sancito la nascita.
Secondo me, esiste un interrogativo di fondo a cui rispondere per gestire al meglio i propri contenuti: perché ho deciso di aprire un blog?

sabato 28 marzo 2015

Boomstick Award 2015

Non potevo esimermi dal partecipare al Boomstick Award, essendo stata nominata da ben tre blogger, che hanno considerato Appunti a Margine meritevole di essere consigliato. Ho deciso però di pubblicare il post al di fuori dei due aggiornamenti settimanali, per evitare che rubi spazio alle numerose idee che ho in questo periodo. Fosse per me, scriverei un articolo al giorno. E forse nemmeno così riuscirei ad esaurire tutti i miei spunti. 

Dunque eccomi qui, a fare copia-incolla delle regole e a scegliere altri sette blogger a cui assegnare il premio. Prima, però, una doverosa premessa relativa alla mia scelta.

Ho deciso di non menzionare i miei blog preferiti perché mi capita di citarli spesso, nei miei articoli. Gli autori sono miei amici, anche se a livello solo virtuale. Apprezzo quello che scrivono e spesso ne sono ispirata. Su questa pagina, quindi, da me avranno sempre tutta la visibilità che meritano. Pertanto,
 preferisco "premiare" blog di cui non parlo mai, ma che seguo e apprezzo per la competenza con cui affrontano certi argomenti. 

Detto questo, si può cominciare. 

giovedì 26 marzo 2015

Lo scrittore empatico - questione di sguardi


Ed è in certi sguardi che si intravede l'infinito.
(F.Battiato)

So che quanto vi sto per dire contrasta un po’ con l’immagine della scrittrice un po’ radical-chic e molto new-age che ormai avete di me, ma a volte mi concedo qualche scivolone qualunquista: mi piace guardare la trasmissione The Voice. Oddio, un talent-show!
La televisione, a casa mia, è un semplice soprammobile. Non sono una di quelle persone che scandiscono la propria quotidianità sulla base dei palinsesti televisivi. La uso praticamente solo collegata al pc portatile con il cavo HDMI, per vedere i film. Ma da tre settimane, al mercoledì, cedo al suo richiamo.
Tutto è cominciato una sera in cui, reduce da ore infernali, non riuscivo a concentrarmi su niente. Avevo gli occhi a palla e scrivere sarebbe stato impossibile. Anche leggere mi sembrava un’impresa titanica. E, se avessi guardato un film, mi sarei addormentata prima dell’incidente scatenante.  Quindi mi sono buttata sul divano e ho fatto zapping a casaccio per una decina di minuti, finché non sono  incappata in un tizio bravissimo che cantava “Always” di Bon Jovi. Adoro questa canzone, perché è legata a tanti ricordi importanti. Quindi l’ho ascoltata e poi… beh… ho spento a tv verso mezzanotte, perché la musica mi ha fatto salire l’adrenalina e passare il sonno. La settimana dopo, ero di nuovo lì.

La musica, nel mio romanzo, ha un ruolo fondamentale: fa nascere legami, crea fobie, struttura ricordi. A volte, diventa fanatismo, alimenta dipendenze pensanti. Dal momento che ne parlo parecchio, cerco di documentarmi meglio che posso, ma leggere e ascoltare a volte non basta: bisogna vedere.
Al venerdì e al sabato sera mi capita spesso di frequentare locali in cui suonano musica dal vivo, e ne approfitto per studiare le band, trovare nuovi elementi da inserire nella mia storia, per approfondire alcuni personaggi e rendere le descrizioni più dettagliate. Ma qui in zona ci sono sempre gli stessi gruppi, che ho visto decine di volte. Inoltre, parliamoci chiaro, non è che siano granché. Si tratta per lo più di cover-band che spaziano dai Led Zeppelin a Ligabue, spesso veri e propri cloni. Quindi mi piace guardare una trasmissione in cui senti da Bob Dylan a nuovi talenti come Stromae e Assaf Avidan. Alcuni dei concorrenti sono bravissimi, fanno venire i brividi. Da scrittrice, trovo interessante osservare come si muovano sul palco, analizzare il loro look, ascoltare le loro storie e trovare nuovi spunti creativi. Non avrei mai pensato che una trasmissione del genere potesse darmi tante idee.

Ma veniamo al dunque: ieri sera, mentre vegetavo con il telecomando in una mano e la sigaretta nell’altra, è successa una cosa che mi ha aiutato a focalizzare meglio il mio rapporto con la scrittura. In quel momento, è nata la riflessione da cui è scaturito questo post.   
Adesso vi racconto.

lunedì 23 marzo 2015

Le cose da non chiedere a un aspirante scrittore.


Vale sempre la pena di fare una domanda, ma non sempre di darle una risposta.
(Oscar Wilde)

Ai tempi del post “Lo scrittore si adombra”, di Grazia Gironella, avevo ricominciato a scrivere da pochissimo. In quel periodo, mi vergognavo a parlare del mio romanzo, quindi stavo zitta nell’ombra e mi facevo i cavoli miei davanti al computer. Per questo motivo, sebbene l’articolo mi fosse piaciuto tanto, non avevo potuto trasformarlo in un meme.
Ora, finalmente, sono pronta: la mia doppia vita non è più un mistero. I parenti , gli amici e i colleghi buoni sanno che sto scrivendo un romanzo. E sono molto, molto curiosi.
Quando condivido i miei progetti con qualche conoscente, all’inizio mi guarda con un misto di curiosità e sospetto. Subito si accerta di aver capito: “Ma un romanzo, cioè una storia?”. Cominciamo bene…
Poi, inizia il festival delle FAQ.
Alcune domande sono sensate, quindi non le citerò qui. Altre mi fanno saltare sulla sedia perché puzzano di cliché o rimbalzano nel territorio dell’assurdo.  Cerco di fare violenza a me stessa per non saltare al collo del malcapitato. Dopo tutto, so che è in buona fede, e che certe paturnie non si possono comprendere se non le si vivono. Ma è incredibile quale carrellata di assurdità può seguire una semplice frase:   “Lo sai che sto scrivendo un romanzo?” …

giovedì 19 marzo 2015

La vitalità di un'idea - il valore dell'intuizione.


La sola cosa realmente di valore è l'intuizione.
(Albert Einstein)

Sapete una cosa, ragazzi? Scrivere non è qualcosa che mi piace.
Scommetto che questa affermazione vi ha un po’ sorpreso, ma penso che sia riduttivo limitare la mia passione all’ effimero benessere che scaturisce dalla pratica.
Mi piacciono le pizzette, quelle che vengono servite agli aperitivi. Sono compulsiva: le spazzolo in un nano secondo.  Mi piacciono le open-toe con tacco dodici nella vetrina di Cesare Paciotti anche se costano metà del mio stipendio. Mi piacciono le persone gentili, quelle che sorridono sempre, che chiedono “come stai?” perché sono veramente interessate, e non per appoggiarsi a vuoti formalismi.
Ciò che mi piace non nasce da me. È al di fuori. È un oggetto da gustare, desiderare e apprezzare. Oppure un hobby che mi fa stare bene, che mi dona piacere, relax e allegria: andare in bicicletta, in spiaggia a prendere il sole o a cena in un ristorante.
La scrittura è qualcosa di più, rispetto a tutto questo. La scrittura mi appartiene. È entrata nel mio DNA. Fa parte del mio modo di essere e porta con sé una precisa visione del mondo.

lunedì 16 marzo 2015

Condizionamenti creativi (1) - Ciò che mi distrae dalla scrittura.


La vita è una tale distrazione
che non ti lascia nemmeno prender coscienza di ciò da cui ti distrae.
(F.Kafka)


Qualche giorno fa, Salvatore Anfuso ha pubblicato l’articolo “Ambienti diversi, pensieri comuni”, un flusso di coscienza nel quale poneva, seppur fra le righe, un interrogativo interessante: cosa condiziona la tua scrittura? La presenza di un letto vicino alla propria postazione può influenzare il processo creativo?

Personalmente non ho mai sperimentato una situazione di questo genere: scrivo in salotto e riesco a resistere con un certo stoicismo al richiamo del mio divano angolare. Ma le distrazioni sono tante anche per me, che si tratti di vere e proprie interferenze provenienti dall’ ambiente esterno o di alibi che portano con sé l’odore acre della pigrizia.

Purtroppo, noi occidentali post-moderni siamo continuamente assediati da stimoli molteplici e contrastanti che, come le sirene di Ulisse, distolgono l’attenzione dal nostro percorso. Io vorrei essere in grado di dominarli, ma non sempre mi è possibile. Quando mi lascio imprigionare da loro mi arrabbio tantissimo, mi ripeto che sarò più disciplinata, costante e ligia al lavoro, ma prima o poi ci ricasco.

giovedì 12 marzo 2015

L'eroe e il suo nemico - tre livelli di rivalità.




Dal tuo vero avversario ti viene un coraggio illimitato.
(Franz Kafka)


Fra le grandi manovre che sto facendo in questo periodo per aggiustare un po’ il tiro del romanzo in corso d’opera, c’è anche il tentativo di ottimizzare il cast e rimpiazzare soggetti inutili con altri un po’ più stimolanti, sia a livello puramente empatico sia per quanto riguarda la loro funzionalità narrativa.
In particolare, sto lavorando su due figure che, entrate nella storia in punta di piedi, hanno tutte le carte in regola per ambire al ruolo di antagonista. Mi servono come l’aria, perché senza un conflitto narrativo adeguato non si riesce a mandare avanti la storia.
Il problema è che, quando la vicenda narrata vuole essere realista, non sempre ci si può basare su archetipi classici. Se i nostri protagonisti sono post-moderni, devono esserlo anche i loro nemici. L’eroe non deve combattere un duello, a mezzanotte dietro la chiesa. E la cattiveria del rivale non si contrappone alla bontà dell’eroe nell’eterna dicotomia fra bene e male, a meno che il romanzo non appartenga ad un genere particolare quale il giallo, il thriller o il noir.
Nel mondo post-moderno, la realtà è filtrata da un punto di vista soggettivo. Le opinioni personali hanno la meglio sulle convinzioni universale rendendo difficile, se non impossibile, riconoscere la verità. Quando ascoltate due persone che litigano sapete sempre dire con certezza chi abbia ragione?
Tutto è relativo, è questo il punto. Il nostro universo sociale è formato da individui che interagiscono mettendo in gioco le proprie luci e le proprie ombre. Sono persone normali, che hanno vite simili ma  obiettivi diversi. O forse l’obiettivo è lo stesso, ma può essere raggiunto soltanto da uno di loro.
La guerra si combatte su un terreno comune; la base del conflitto si fonda su una situazione di sostanziale parità. Ebbene sì, amici miei: buoni e cattivi sono uguali. E questo certamente non facilita la nostra missione: raccontare una storia bella e fare in modo che il lettore parteggi per il protagonista.
Dunque: quali sono i conflitti più diffusi nella nostra epoca?

lunedì 9 marzo 2015

Scrivere senza censure - liberarsi dalla mania del controllo.


Se è tutto sotto controllo, stai andando troppo piano.
(Mario Andretti)

Nell’ultimo periodo sto scrivendo parecchi articoli dal taglio psicologico, come dimostra il volume della categoria “nella mente dello scrittore”,  forse perché si tratta di un momento delicato per la mia evoluzione personale. Mi sto liberando di alcune zavorre che per anni hanno gravato sulle mie spalle, e la scrittura la mia più importante alleata nella rincorsa di una nuova leggerezza.
La scrittura mi sta aiutando a evolvere.
E più evolvo, più il mio stile diventa maturo, la mia trama profonda, i personaggi complessi.
Lo ripeterò fino alla nausea: ciò che siamo si ripercuote sulle nostre creazioni anche quando la storia che narriamo non è autobiografica. Per questo motivo è fondamentale conoscere a fondo il nostro carattere e le nostre tendenze. Ma soprattutto dobbiamo essere consapevoli di quei difettucci che tendono a sabotarci e a creare ostacoli lungo il cammino.
Guardarci dentro è fondamentale: un’anima profonda genera scritti profondi. Quindi spero – anche alla luce delle domande che ho deciso di porre alla fine del post – che questo articolo possa offrire a ciascuno di voi la possibilità di scavare e imparare qualcosa di più su se stesso.
Per quel che riguarda me, nell’ultimo periodo ho riscontrato la presenza di un aspetto caratteriale che mi sta stretto come i Levi’s che indossavo a sedici anni: la mania del controllo.

giovedì 5 marzo 2015

Work in progress - piccoli tentennamenti creativi.


Se poniamo a confronto il fiume e la roccia, il fiume vince sempre.
Non per la sua forza, ma per la sua perseveranza.
(Buddha)

Come ho evidenziato nel post di lunedì scorso "L'ego dello scrittore frainsicurezza e vanagloria", la percezione del mio valore di scrittrice è ancora sostanzialmente altalenante. Probabilmente ciò dipende dal fatto che sto facendo molto esercizio. Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo. Non faccio in tempo a sviluppare una nuova competenza tecnica che subito è rimpiazzata da qualche altro concetto meritevole di essere studiato e approfondito, in un eterno meccanismo hegeliano di tesi, antitesi e sintesi.
Da buona bilancia – e operatrice reiki – cerco l’equilibrio. Ciò nonostante, a volte trovarlo è una vera utopia.
In particolare, nell’ultimo periodo mi sento decisamente confusa, non solo sotto il profilo creativo. Mi sto impegnando al massimo nel mio lavoro (quello “vero”, intendo) perché mi sono resa conto di essermi fatta fagocitare da alcune problematiche relazionali che hanno tolto verve al mio operato. Sto cercando di trovare una mia collocazione e di darmi degli obiettivi. Arrivo la sera stanca morta e spesso non riesco a scrivere perché, dopo otto ore al computer, ho una sorta di rifiuto. Ieri ho addirittura guardato la tv, perché ero stremata. I miei processi mentali erano lenti come quelli di un bradipo. Anche un film sarebbe stato troppo impegnativo. E oggi anche il mio corpo mi ha tradito: ho preso l’influenza e sto scrivendo dal letto.
Non è il momento migliore, vero, per parlare di Bauman post-modernità? Qui vicino a me c’è la mia tesi di laurea, con la sua bella copertina rossa. Ieri sera, mentre spolveravo, mi sono messa a sfogliarla e ho trovato uno spunto interessante per un articolo. Però sono un po’ stravolta e non c’è niente di meglio che un libero sfogo per fare un po’ di chiarezza. La serietà è rimandata a data da destinarsi: voglio parlarvi di nuovo del cantiere aperto sulla prima stesura, nella speranza che possiate darmi qualche consiglio utile per risolvere alcune problematiche e procedere a passo più spedito.

lunedì 2 marzo 2015

L' ego dello scrittore, tra insicurezza e vanagloria.


L'io, io! Il più lurido di tutti i pronomi.
(Carlo Emilio Gadda)

Le filosofie orientali nutrono, nei confronti dell’ego, posizioni piuttosto ambigue. Esistono alcune correnti di pensiero, specialmente quelle ispirate al messaggio di Osho, che tendono a demonizzare la sua presenza e ne promulgano l’annientamento.  Per questi pensatori, si tratta di un sistema di credenze ingannevoli, una forza oscura che vincola l’uomo alla materia e lo separa dalla sua coscienza superiore. Solo l’individuo capace di trascendere tali impulsi può trovare la libertà e l’illuminazione, aprirsi al perdono e all’amore incondizionato, favorire la propria evoluzione personale. Gli altri, sono condannati ad un’esistenza illusoria basata su desideri effimeri.
Io non condivido tale posizione perché la trovo anacronistica, incompatibile con lo stile di vita occidentale. Solo chi vive in cima a un monte può arrivare ad una completa separazione dal proprio ego, rinunciando ad ambizioni e desideri. Noi abbiamo stimoli differenti, viviamo in un contesto dinamico e pieno di contraddizioni. Abbiamo bisogno di un’identità forte e stabile, altrimenti non potremmo sopravvivere; la competitività altrui finirebbe per schiacciarci. Sono vicina all’atteggiamento dei maestri reiki, per i quali l’ego non è un nemico  ma un alleato prezioso. Collocato nel terzo chakra, all’altezza del plesso solare, offre  all’ individuo la possibilità di autodeterminarsi e di comprendere se stesso. Per non creare danni, tuttavia, è necessario che si mantenga in equilibrio.