Guest post - Essere scrittori o tentare di diventarlo (prima parte)


Qualche giorno fa, ho ricevuto da Gaspare Burgio una riflessione sulla propria esperienza di scrittura e sulla decisione di auto-produrre le proprie opere. Ho divorato le sue 3300 parole in un batter d’occhio, facendo “sì” con la testa: inevitabile che abbia deciso di pubblicarle il suo articolo, seppur in due diversi appuntamenti per agevolarne la lettura.
Nella metà che leggerete oggi, Gaspare pone un interrogativo interessante: a chi spetta stabilire la qualità di un’opera letteraria? A un editore, o all’autore stesso? Il fatto che qualcuno ci dica “bravi” legittima il nostro valore, o esso esiste a prescindere?
“Arrivò poi il self-publishing”…
Questa è la frase di raccordo che lunedì prossimo ci trasporterà nel fantastico mondo della produzione Indie. Non anticipo nulla, se non che alcuni dei miti più duri a morire saranno sfatati in pochi colpi sulla tastiera.
Ringrazio quindi Gaspare Burgio, che ospito sempre volentieri. Per quanto non ami le espressioni offensive, ho ritenuto opportuno non censurare nulla: l’autore ha espresso la propria opinione senza troppi orpelli politically-correct, e ne ha diritto. 


Oggi leggerete cose franche e aggressive. Se non vi piace chiudete qui.

Esistono un gruppo di persone le quali, pur non avendo mai pubblicato un solo libro e non avendo mai e poi mai affrontato un pubblico, imbastiscono diatribe sulle pubblicazioni indie più sterili di quelle dei fuorigioco della Juventus o le margherite atomiche di Fukushima.

La domanda che si pongono è: merita andare in self publishing?
Le risposte che si danno sono disarmanti. Le elenco.
-NO, perché un editore non ha stabilito la qualità;
-NO, perché ci fai pochi soldi;
-NO, perché le vecchie non sanno usare Amazon;
-NO, perché è svendere la propria opera;
-No, perché il self publishing è pieno di immondizia.

Potrei divertirmi a smontare una per una le risposte, e forse lo farò nel seguito di questo intervento, che spero qualcuno vi marchi a fuoco sulla fronte.
Prima però voglio fare un test.
Perché io ho un potere speciale. Leggo il pensiero altrui.

Nel corso della tua vita hai sempre ottenuto critiche e approvazioni da una figura esterna. La mamma chioccia ti diceva se eri bravo o cattivo, le donne che se la tiravano se eri sexy o meno, il professore depresso se eri un cardine della società o un fallito, il relatore se il posto di lavoro era tuo o di un altro.
La TV ti dice come ti devi vestire, una massa di ignoranti conformisti come devi avere i capelli, un certo numero di malsani incapaci quale deve essere il tuo peso forma, accusandoti perfino di avere problemi mentali se non ti adegui.

In tutto questo, hai scritto un libro. Ora arriva il problema. Chi mai ti dirà che è un buon libro?
Si, amico mio, sei finito in una bella trappola. Perché non sei più in grado di dare alle cose che fai il loro valore. Ci deve essere prima qualcuno che ti dice che va bene.

Ti dirò di più. Torna indietro. Perché ti sei messo a scrivere? Io so perché. Ti leggo nei pensieri. Un giorno qualcuno ti ha detto "bravo!", e hai notato che la gente difende e tiene da conto chi fa cultura.
Da quel momento cerchi strenuamente di dimostrare che, se non hai talento per il calcio, se non hai milioni di euro, se non sei sexy e non sei affatto interessante, quantomeno la svangherai scrivendo un libro. Un libro col tuo nome sopra!
Sempre part time, perché ci sono cose molto più importanti che tuo padre/gli stilisti/gli ignoranti in metropolitana vogliono che tu faccia.

In tutto questo te ne stai col tuo manoscritto in mano, ti guardi intorno un po' smarrito e ti chiedi: quando mi danno il diploma di scrittore? Quando potrò dire agli amici in pizzeria "ehi, sono uno scrittore, rispettatemi!"? Quando potrò farmi Jenna Haze?
E la tua campanella dello schiavo risuona. "Me lo deve dire qualcuno. Come mi hanno detto che sono un bravo ragazzo o che sono un ingegnere. Me lo dirà un editore!".
E mandi il tuo testo in lettura, pregando il signor editore che ti pubblichi. Perché ehi, è un libro ben scritto. Perché ehi, come mai non dovrebbe? Perché ehi, mi sono fonato i capelli, seguo la netiquette e ho sempre fatto quel che mi dicevano. E ogni volta che ho fatto quel che mi dicevano, non c'erano guerre e non ci ho rimesso!

Però...l'editore ti rifiuta. Diamine. Caspita. Allora aveva ragione la mamma, sei un ragazzaccio. Aveva ragione la biondina a dire che sei ributtante. La TV non ti ama, Jenna Haze fa sesso con tutti meno che con te e forse è il caso di investire in cose che diceva il babbo. Il povero babbo che faceva sacrifici per te (senza mai dire che li faceva anche per non sentirsi un coglione con sua moglie e sua madre).
E quindi addio letteratura. Devi essere famoso, per la letteratura. Devi essere ricco e bello e amico degli amici. Non ti concede il diploma di scrittore, quel bastardo di editore. Eh ma si sa come funziona in Italia. Evvabè, farai palestra e giocherai a golf. Era un sogno giovanile. L'editoria è in crisi, il self publishing rovina tutto e bla bla bla.

Questo è ciò che vive nel tuo cervello.
Ora ti racconto cosa vive nel mio.

Per la mia famiglia, la cultura è il male. Chiunque sappia scrivere (sono analfabeti) è gente che tenta di fregarli, evitando accuratamente di valutare che le fregature sono arrivate per la loro ottusità.
Leggere è il male, perché non è lavoro. Da bambino mi veniva detto che scrivere, disegnare e leggere erano modi di diventare avvocato e rubare i soldi alla povera gente.
Mio padre, al primo manoscritto, ci ha camminato sopra per mostrarmi cosa pensava.

Le biondine non ci stanno comunque perché sono fisicamente deforme. E non credere che la cultura compensi: la cultura non compensa e in ogni caso io non ho cultura. Non di quella che ci monetizzi sopra.

La mia carriera scolastica è stata un orrore e non dormivo mai sereno, consapevole che ero indietro.

Non ho i capelli phonati, gli abiti di grido mi stanno male e soprattutto non ho il denaro per comprarli.

Non ho frequentazioni amicali continue, perché non ho il tempo di farlo, il denaro di farlo e il carattere per farlo. Non ho tempo da perdere per seguire le esigenze altrui.

Con tutti gli input che ho ricevuto mi sarei dovuto tenere alla lontana dalla scrittura, come un Cattolico dal diavolo.
Nonostante tutto questo io mi alzo alla mattina, accendo il PC e scrivo.
Ho scritto oltre 200 racconti e ho 9 romanzi in editing, 3 completi.
Non dico che tutto quello che scrivo sia oro. Ma come diceva Buzzati: inondiamo il mondo di parole e forse una frase fra tante varrà la pena.

Le mie antologie di racconti sono molto belle. E' assai probabile che almeno una dozzina di racconti siano meglio di quanto tu sia capace di fare in una vita. Ma non sono commercialmente valide. Per una SOLA ragione. Le antologie funzionano se l'autore è un nome già affermato, così che i lettori vanno a compendiare dopo aver consultato opere più approfondite.
Questa è la meccanica commerciale.
Ma sul valore io non discuto: sono opere fatte benissimo.
Ricche, immaginifiche, ben costruite.
NON HO BISOGNO che un editore me lo dica.
Lo so.
E lo so per una semplice questione. 200 sono i racconti in archivio. Ma ne ho scritti NON MENO DI 1500. Millecinquecento. 1300 non erano buoni abbastanza.

E ho scritto col sole, la pioggia, mentre le biondine mi schifavano, mentre la mia famiglia mi odiava o mentre mi rendevo conto che il mondo non fa per me. Mentre si sgretolava la possibilità di avere cose che voi avete, fra le quali una famiglia mia, che non avrò più.
Perché? Perché quando mi metto alla tastiera io sono FELICE.
Lo sono e basta.

Non lo sono in alternativa o in reazione. Lo sono sempre stato. Lo sarei stato comunque.
Non devo dimostrare nulla a nessuno, anzi, se mai venissi pubblicato da un editore molte persone mi odierebbero più di quanto non facciano già adesso.
Ma io sono felice di scrivere nello stesso modo col quale tu sei felice che un gruppo di scimmie scalmanate ti trovi ok per la tua dieta mediterranea.
Lo sono stato anche quando un editor stralciava pagine su pagine. Lo sono stato quandomi hanno detto che scrivere mi stava deformando ancora di più la schiena. Lo sono stato anche quando i primi exploit venivano distrutti dalle critiche. Ogni giorno io sono felice di scrivere.
Sono felice anche se scrivere mi ha sottratto lavoro, casa, auto e chissà quali conquiste che io vedo inutili e per nulla soddisfacenti.
Lo sono PRIMA che un editore o Mozzi mi dicano che è giusto fare quel che faccio.

Io sono uno scrittore perché un giorno mi sono reso conto che qualunque cosa mi accadesse intorno mettermi davanti la pagina bianca, o darmi una panchina in cui fermarmi a immaginare altre storie, mi faceva sentire felice.
Quando una bellissima siciliana intelligente mi faceva venire il magone di un amore impossibile, mi mettevo a scrivere e sorridevo nel modo che fanno i bambini soddisfatti dal sole estivo.
Sono felice quando scrivo nel modo col quale è felice un monaco nel rendersi conto che il mondo è opera di Dio. E come lui non me lo sono imposto. Non ho dovuto motivarmi o litigare con la realtà o diventare resistente.
Ovunque andassi, le persone e le cose si disgregavano nel nulla. La scrittura è rimasta con me. Sempre. Spontaneamente.

Così il mio scrivere è progredito, lo stile si è affinato, e il tutto nonostante io sia analfabeta quanto lo è la mia famiglia. Non cambierei questo stato di cose per nulla al mondo. E' stata un'occasione meravigliosa dovermi fare strada partendo dal niente. Ho fatto la gavetta più dura, quella sporca e faticosa. Niente corsi, niente scuole, solo la curiosità di fare e fare e fare. Buttando via biblioteche intere perché non mi sembravano all'altezza.

Come tutti all'inizio volevo parlare del mio mondo, dei miei valori, del mio sentire. Volevo in fin dei conti che qualcuno mi notasse e mi ascoltasse. Poi ho inteso che il mio ruolo è diverso. E ho visto che c'erano milioni di storie in attesa che io le facessi vivere. Il mio ruolo in questo scampolo di tempo e spazio che mi è concesso è sempre stato quello di osservare e agglutinare queste realtà che altrimenti sarebbero fiamma di candela in una tempesta.
Mi sento onorato di avere questo destino, e di avere tutti i doni che servono a compierlo.
Non me lo deve dire un hipster complessato cosa è giusto per me, non me lo dice un blogger che attira gente parlando di letteratura ma che se ne esce con manuali del blogging e non me lo dicono Mozzi, Sellerio, Proust o Jenna Haze.

Non ti dico che sono migliore di te. Dico che stai investendo male le tue aspettative. Io sono uno scrittore. Tu no.
Tu non sei diverso da quelle signore sessantenni un po' annoiate, che credendosi di nobili origini vergano autobiografie e poi finiscono pure per pagare per vederle stampate.
Tu non sei uno scrittore e di fatto non lo sarai mai perché aspetti che qualcuno ti dica che lo sei.

Probabilmente questa attesa è già un segnale che stai ignorando, un fortissimo segnale che hai altre sicurezze in cui investire. Puoi amare leggere, puoi amare dialogare, puoi amare criticare gli scritti. Ma tu non ti fermi con gli homeless chiedendo loro cosa hanno da raccontarti, fremendo mentre ti spiegano la vita e immaginando subito come trasmettere la storia di questa vita.
Tu ti fai la barba a misura, guardi gli altri chiedendo se hai la loro approvazione, fai i conti in tasca per capire quanto vali, e ti chiedi quando mai finirà questa fase beta e sarai l'uomo che ti avevano promesso che saresti diventato.
Non sono migliore di te. Il tuo stile di vita ti porta moltissimi benefici che io non possiedo. Ma non paragonarti a me.

Arrivò poi il self publishing… Continua.

Gaspare Burgio è uno scrittore polivalente che ha collaborato a progetti di diffusione narrativa in Creative Commons, sceneggiature per comics, progetti di living theater, fanzine e altro. È autore, fra le altre opere, dell’antologia Nuvole Prensili.

Il suo lavoro può essere seguito sul blog: http://burgiogaspare.wordpress.com

Commenti

  1. Io penso che ognuno debba trovare la strada migliore per se.
    Io non scrivo per sentirmi dire "brava", per potermi definire "scrittrice" o per arredarmi casa con targhe o premi (no, altre cose da spolverare no!).
    Scrivo per essere letta. Perché ho delle storie che credo meritino di essere lette dal pubblico più vasto possibile. Al momento in Italia per le cose che scrivo io (quindi per variabili del tutto soggettive) credo che quella editoriale sia la strada migliore, sia per i romanzi che per i racconti.
    Questo non mi rende né migliore né peggiore di chi ha scelto il self.
    Ammetto che sto perdendo sempre più interesse a questo dibattito self vs editore, perché non li vedo in contrapposizione. Che ognuno scelga la sua strada che poi il lettore sceglierà il migliore, no?

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    1. Sono d'accordo! Tra l'altro come dice spesso anche Daniele un autore può fare uscire alcune opere in self e affidarsi a un editore per altre. Una cosa non esclude assolutamente l'altra...

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    2. Non si tratta di una critica self-editoria.
      Si tratta della reprimenda sui soliti noti che stabiliscono il valore proprio in base a quanto il prossimo concede loro.
      Lo stesso argomento potrebbe essere tirato in ballo per donne, motori, case, partiti politici, viaggi, nozze, sturalavandini.
      Sullo stesso self si ingegnano per riottenere il capitale. Vedi manuali su come si scrivono manuali. "In fondo perché farlo, se non monetizzi?"
      Non è che sei migliore di chi ha scelto il self. Sei migliore di certe categorie umane. Punto.

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  2. Tu sei UN FILINO estremo. Però sto valutando la fondazione di un Gaspare Burgio Fan Club.

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    1. Non conosco alcun modo di gustare il melone se non facendolo in parti. Che è un modo aggressivo di trattare i meloni.

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  3. L'ha detto anche Serena, se sempre un po' estremista... però ormai abbiamo capito che sei così di carattere e ti teniamo lo stesso.
    Penso che non vada bene essere sempre in cerca di conferme e rassicurazioni dagli altri, ma non è giusto neanche raccontarsi da soli di essere tanto bravi, senza ascoltare le opinioni dei lettori. I consigli servono per migliorare, anche se è vero che devono essere messi in pratica solo dopo averci riflettuto oggettivamente, perché non si può accontentare tutti.
    Hai ragione sul fatto che non dovremmo smettere di fare una cosa che ci piace solo perché qualcuno ci critica. Veramente, ai primi corsi di teatro facevo abbastanza pena e nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sulle mie capacità. Sono andata avanti lo stesse e adesso inizio ad incontrare gente che sostiene che potrei combinare qualcosa di buono.

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    1. Sulle conferme si può discutere molto. Nel senso che batti e ribatti, fra modelli migliori di chi siamo e senso critico, il perfezionamento è automatico se la pratica è costante.
      Proust si paragonava a un violinista che non riusciva mai a suonare una musica che lo soddisfacesse per intero. E io stesso sono lontano milioni di anni luce da come vorrei scrivere. Sapendolo, approccio l'argomento col massimo dell'umiltà. E vedo se sono migliorato. Eccome se lo vedo!
      Il fatto è che DEVO vederlo da solo, o non ha senso: ci sono spesso lusinghe campate per aria, o come accade ad alcuni opportunità acerbe. Se poi a qualcuno piace tanto meglio, ma credo che avrò la barba bianca e dieci nipotini prima di scrivere un qualcosa che mi metta l'animo in pace con quello che sogno di compilare.
      Nel mentre scrivere mi salva dal resto. Mi salva anche dalle biondine difficili!

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    2. Ah, quindi io sarei una biondina difficile? :P

      "Il perfezionamento è automatico se la pratica è costante"... Secondo me, nì. Un certo tipo di perfezionamento è automatico, ma ci sono alcuni errori di cui io probabilmente non mi sarei mai accorta (o mi sarei accorta molto tardi) se non me l'avessero fatto notare. Ovviamente, sto parlando di pareri esperti ed oggettivi, non del primo che passa per la strada, che può lodarti o criticarti a caso solo per il gusto di farlo. Poi, come dicevo prima, anche i pareri degli esperti vanno ponderati ed adattati al proprio caso, ma secondo me possono essere molto utili.
      Riguardo all'essere soddisfatti... Non lo saremo mai del tutto, mettiti l'animo in pace :)

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    3. Io credo che l'aiuto di un "esperto" possa velocizzare e favorire l'apprendimento (io stessa mi confronto spesso con altri lettori) ma che una persona possa anche costruire la propria esperienza da sola. Per farlo, però, deve essere disposto a faticare e a sacrificarsi. Il mondo è pieno di autodidatti...

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    4. Anch'io sono per il nì per il semplice fatto che ci sono particolari che si possono cogliere sono dall'esterno. Io come sport praticavo mezzofondo. Correvo. Nulla di più semplice. Il mio primo allenatore seguiva tutta la squadra di atletica del paese e veniva dal salto con l'asta. Era coscienzioso, una bravissima persona, e si sforzava di indicarmi gli allenamenti migliori da seguire. Qualche anno dopo è stato affiancato da un secondo allenatore che veniva dal mezzofondo. Mi ha visto correre per un giro di pista e mi ha fatto cambiare la posizione delle braccia, facendomele tenere cinque centimetri più alte, forse meno. Un'inezia. Mi ha fatto riprovare a correre, più seriamente, su quella che era la mia distanza di gara e ho ottenuto il mio miglior tempo.
      Da sola o col vecchio allenatore non ci sarei mai arrivata. Ci voleva un corridore (che avesse anche studiato) che mi guardasse correre. A volte per la scrittura è lo stesso. Il mondo è pieno di autodidatti, ma anche di gente che si millanta autodidatta. E a volte quegli autodidatti con una guida avrebbero ottenuto risultati anche migliori.

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    5. Forse ho filtrato la mia opinione sulla base del mio carattere.
      Se da un lato cerco il confronto con altre persone, dall'altro tendo molto all'auto-analisi: voglio capire, comprendere e migliorarmi sempre. Se mi accorgo genericamente che "qualcosa non va" cerco di capire "cosa", e mi metto in discussione. Probabilmente con qualcuno al mio fianco farei meno fatica e impiegherei meno tempo, ma il lavoro c'è, ed è tanto. Riconosco poi che c'è anche chi si siede sugli allori e ritiene di essere perfetto, ma io non mi colloco nella categoria, anzi... Un po' di autostima in più non mi farebbe male! :-)

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  4. Mi è piaciuto questo articolo, anche se sono dall'altra parte della barricata, almeno in parte. C'è del vero oggettivo e del vero personale, e per motivi diversi vanno bene entrambi. Personalmente non ho né il tempo né la voglia, almeno per ora, di mettermi a sventolare bandiere in giro per far sapere al mondo che ho autopubblicato il mio libro e convincere la gente a comperarlo. Non c'è niente di sbagliato, ma non fa per me. Spero di piacere a un editore che mi dia diffusione e un minimo (molto minimo) di promozione, in modo da poter restare seduta al PC a scrivere la prossima storia. Se mi va male, chissà. Grazie Gaspare, grazie Chiara.

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    1. Io a Chiara: "Ecco il post, però leggilo prima, che io non sono Grazia Gironella", come a dire che non ho questa virtù di risultare sempre piacevole.

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    2. Confermo! :-D

      p.s. comunque io letto TUTTI i guest-post: voglio sapere chi faccio entrare in casa...

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    3. Se non è un insulto (non si sa mai...), sorrido. :)

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    4. Guarda che nella premessa all'articolo (che abbiamo deciso di cancellare perché c'era già la mia intro) scriveva anche "io non sono chiara solerio"... :D
      Comunque esistono differenze fisiologiche fra gli scrittori, ed è giusto così.

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    5. Non ho capito. E' una risposta a me, o è finita qui per errore?

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  5. Interessante e provocatorio articolo. Oggi ho letto un'intervista su Facebook a un autore self, la parte interessante di questa intervista riguardava il fatto che aveva mandato il suo romanzo a diverse case editrici, oltre ai dinieghi aveva ricevuto anche offerte di case editrici che però oltre alla pubblicazione non offrivano il dovuto supporto e avrebbe dovuto fare farsi da solo la promozione, quindi ha preferito ricorrere al self, perché cedere i diritti del proprio libro senza un'adeguata contropartita secondo lui non valeva la pena. Forse non ha tutti i torti. Ai lettori l'ardua sentenza...

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    1. Se un editore non supporta le proprie opere, non è un editore. E' un distributore.
      Figurati che ci sono quelli ibridi che ti prendono la percentuale per pubblicarti su Amazon... come se non si potesse farlo da soli.

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  6. Da convinto assertore dell'avvenuta morte dell'editoria tradizionale posso solo essere d'accordo.

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    1. C'è tanto testosterone nel pezzo, le amiche della comunità non avvertono la vibrazione machista.

      L'editoria tradizionale è morta il giorno in cui nei rendiconti hanno inserito come voce "Pubblicazione" anche i CD e i pupazzi Marvel. Là è finito tutto.

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  7. Scusa, ma "Le mie antologie di racconti sono molto belle" è un'affermazione soggettiva, che nessun autore dovrebbe fare. Il fatto, poi, che tu, o qualsiasi altro al mondo, abbia scritto 1500 racconti, o anche 10.000, non significa nulla. Conta la qualità di ciò che si scrive.
    Ti faccio un esempio, che proviene proprio dal self-publishing. Ho scoperto un tizio che ha autopubblicato decine di libri. Beh, si è portato dietro fin dal primo libro gli stessi errori di ortografia e punteggiatura. Il numero non ha contato nulla.
    Quello però ha scritto decine di libri.
    Inoltre lavoro e casa ti permettono di vivere, non sono conquiste inutili. Non credo faresti questo discorso se avessi dei figli da mantenere.
    Non capisco inoltre il senso di questo articolo, se non una scusa per fare polemica e criticare fra le righe chi ha scritto cose che a te non sono piaciute.

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    1. Qui non sto spiegando come si gestiscono gli spazi bianchi in una vignetta. O come si opera nel realizzare o meno un processo.
      Quindi "cosa uno scrittore dovrebbe fare" lo leggeranno su qualche manuale. Ce ne sono molti.
      Qui sono io che parlo di come vedo e sento la faccenda. Puro e cristallino.
      Credo che a Chiara sia piaciuto perché è un passo oltre il limite. E' qualcosa che si vorrebbe dire, ma si ha paura di dirla.
      Un blogger non lo farebbe mai. Perché è nel suo interesse un traffico costante e lineare e produrre senso di autorità, in quanto deve vendere prodotti.
      Ma indovina? Di blogger vero e proprio sei rimasto solo tu.

      E' "scomodo"? Lo è molto. Ma indovina a chi tocca il mestiere di scrivere cose scomode? Pensaci bene.
      Peraltro sai benissimo che se devo scrivere qualcosa ci metto nome e cognome anche nel titolo, è già accaduto.
      Mentre tu spieghi determinate questioni sul tuo blog, esiste il resto del mondo. Ad esempio i gruppi Facebook che amministro e i gruppi di lettori di cui faccio parte. O la community inglese e francese di Smashwords.
      Senza considerare che io nel self ci sono dentro, e nell'editoria un po' a metà. E' un po' pretenzioso da parte tua credere che ogni cosa scritta si rivolga a te. Non trovi? Non sei così importante, anche se tutti si augurano che tu lo possa diventare, un giorno.

      Sui temi che proponi, che dirti... sbagli. Te lo concedo. Perché tu sei un blogger e vai di modellazione, quindi reiteri un processo. Se ogni giorno scrivi un pezzo utilizzando una semantica erronea infine farai 10.000 errori reiterati (il solito errore ripetuto). Il processo di scrittura di uno scrittore reale e non del tuo amico coi complessi di inferiorità, si basa sull'acuire della sensibilità in congiunzione con l'accumulo di esperienze umane.
      Questo non lo modelli. LO FAI. E 10.000 baci, delusioni, licenziamenti, conquiste, risse, ubriacature, parenti, nascite e funerali dai che dai fanno di te un uomo.
      Sempre che tu ci stia attento.
      Stiamo parlando di due cose diverse, e indirettamente confermi. Il tuo operato non può prevedere meccanismi di autocelebrazione o progresso, ma solo di reiterazione del modello più giusto. Di fatto tu, da blogger puro, o il signor 10 romanzi, assecondate un'audience. Perché capisco il primo, capisco il secondo,ma se al terzo non hai la dignità di farti legghere da qualcuno che ti dica che devi lavorare di più torno a quel che dicevo: sarebbe solo autocelebrazione egotica. Il modo migliore per non affrontare l'evidenza che si deve lavorare di più.

      Quel che hai scritto altrove non te lo commento perché non merita. Soprattutto questa cosa dei figli, che io non posso avere, e che non ti qualifica granché, lascia stare. Mai detto che sono migliore. Ho detto che sono diverso. C'è proprio scritto.

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    2. Nel mio commento non ho scritto che ogni cosa che hai scritto sia rivolta a me,a ma comunque questa tua frase "non me lo dice un blogger che attira gente parlando di letteratura ma che se ne esce con manuali del blogging" non lascia molto all'immaginazione. Se è rivolta a me, ti sono sfuggiti i quasi 200 post sul blogging che scrivo da anni nel mio blog.
      Non capisco inoltre di cosa parlando. In cosa sbaglio e cosa c'entra col mio commento? Io uso una semantica erronea... spiegati. Che vuoi dire?
      Io scrivo nel blog quello che mi passa per la testa.
      Che c'entrano i figli, poi? Uno che scrive che per lui non hanno importanza un lavoro e una casa perché ama la scrittura non dimostra molto senno per me. Ecco perché ho fatto l'esempio dei figli.
      E poi chi ha parlato di migliore?

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  8. Io sono uno scrittore. Tu no. Mah. Un dettaglio non da poco di un blog è che non si sa mai chi lo leggerà, per cui affermare a priori quel "tu no" senza sapere chi ci sia dall'altra parte, temo sia segno di una autostima un po' fuori misura e fuori controllo. Non è, Chiara, una questione di orpelli politicamente corretti o meno, ma di logica. Gaspare si sente in qualche modo eletto senza avere idea di chi potrebbe sentirsi altrettanto eletto e quindi scrittore, oppure avere decine di libri pubblicati e ben recensiti. Pazienza. Ce ne faremo una ragione eh di non essere scrittori perchè lo dice lui, a prescindere dal self o dall'editoria tradizionale o da scivere sui cessi della stazione, tanto per stare al suo livello di auto suggestione. Sandra

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    1. Sai Sandra, io non do tanto peso ad espressioni come queste: siamo scrittori e sappiamo riconoscere quando dietro ad un'affermazione c'è un'autentica presunzione di superiorità e quando invece c'è una velata provocazione. Io credo che questo articolo vada letto fra le righe, perché porta con sé un ragionamento sensato. Ovvio che Gaspare riconosca anche il valore di altri scrittori: sarà che io lo conosco, ma è abbastanza scontato...

      Non ho ritenuto opportuno censurare il post proprio perché per me le offese reali sono altre. Ma se qualcuno se ne sente turbato valuterò le sue rimostranze.

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    2. Chiara,
      A è il tuo blog, ospita chi vuoi figurati
      B io valuto ciò che leggo, ciò che c'è tra le righe be' potrei non capirlo/coglierlo, "tu no" l'ha scritto lui, se poi intendesse "tu no però bla bla" siamo nel campo delle ipotesi
      C non sono offesa, ho 47 anni e conosco abbastanza il mondo per capire che sì sono provocazioni, ma proprio per questo mi fermo a ciò che ha detto non ha ciò che forse voleva dire, se voleva dire altro, be' che lo dicesse chiaro. E che probabilmente sta gongolando dietro ai miei commenti. Di solito funziona così e qui mi fermo. S.

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    3. Io ospiti chi mi manda dei post ben scritti, non promozionali, e privi di volgarità. Avrei censurato quel "malato di mente" riferito a mozzi, e ci ho anche pensato. Poi ho cambiato idea perché, pur trattandosi di un insulto, lo ritenevo tollerabile. Eliminare delle parti avrebbe significato essere contraddittoria rispetto a ciò che tanto predico, quindi ho preferito non farlo. Il post è scritto da una persona che NON sono io. Anche se è pubblicato qui non significa che sia d'accordo al 100%: se pubblicassi solo ciò che mi piace mi adeguerei ad una mentalità che ho sempre criticato.
      Un abbraccio. Spero che questo post non ti faccia desistere dal venirmi a trovare ancora. :)

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    4. "Malato di mente" per te è un insulto tollerabile e invece manderesti in galera uno che ti ha fischiato. Scusa, ma mi sembra un modo di ragionare della serie "2 pesi e 2 misure". Può anche non piacerti Mozzi, ma non puoi insultarlo in un post o farlo insultare da chi ospiti.
      Proprio tu che l'altro giorno hai scritto un articolo sui limiti etici della libertà di espressione. Ti stai contraddicendo e alla grande.
      Inoltre questo articolo è soltanto una carrellata di autoreferenzialità, che vuole mostrare l'autore come un vero scrittore, che evidenzia ciò che ha fatto e critica gli altri senza neanche conoscere cosa abbiano fatto.
      In più, fra le righe ma non troppo, attacca altre persone, solo perché non è d'accordo con quanto hanno scritto.

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    5. Nessun insulto per me è tollerabile, però non sono stata io a scriverlo. Ne ho preso le distanze sia nell'introduzione sia in commenti vari, ragion per cui mi sento in pace con la coscienza. Inoltre nel post sui limiti etici prendevo Sì le distanze da certi appellativi, ma scrivevo anche che non spetta a me censurare, bensì al singolo autoregolarsi. Pertanto ritengo di essere stata coerente.
      Non sono d'accordo con il cassare un post che va contro il mio pensiero, però dammi 5 minuti (il tempo di passare da smartphone a pc) e il termine offensivo non ci sara' più. Detto ciò ti chiederei di usare toni meno aggressivi con me: io ti rispetto, ti ammiro come blogger e non ti ho fatto niente. :)

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    6. Detto fatto: l'appellativo non c'è più.
      Ci tengo a dire che io ho stima di Mozzi, e certe parole non mi appartengono. Mi scuso se ho peccato di leggerezza, ma per me è importantissimo evitare di censurare gli altri (nemmeno alla mia collega che insulta tutti mi sono permessa di dire qualcosa), quindi credevo fosse sufficiente dissociarmi da quel pensiero per farvi capire che non condividevo tale modo di fare...

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    7. Non ho usato toni aggressivi, almeno non mi pare. Il fatto che non sia stata tu a scrivere quell'insulto non importa. Quando ospiti un blogger, devi sincerarti che il post rispetti le persone, almeno per me è così che deve essere. E questo post non rispetta né le persone né le idee altrui.

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    8. Anche io ho pubblicato post che non rispecchiavano al 100% la mia opinione. Non approverei mai un articolo che è totalmente contrario alle mie posizioni, perché il blog ha una certa impronta e i lettori non vanno confusi.
      Non è questione di censura, ma di rispetto. Un post può esporre tutte le idee che vuoi, ma non insultando gli altri. Se hai bisogno dell'insulto per dimostrare qualcosa, se hai bisogno di denigrare gli altri per mostrarti come professionista, allora dovresti fare un bell'esame di coscienza. Non è così che puoi conquistare lettori. Così li allontani.

      Elimina
    9. Non ho attribuito a te quel pensiero, e non ho attaccato te ma Gaspare. Però pubblicandolo la responsabilità di ciò che c'è scritto è anche tua.

      Elimina
    10. Ripubblico il commento di prima, che ho eliminato per errore:
      "Nemmeno a me piacciono gli insulti e lo sai. Credevo fosse sufficiente prenderne le distanze con un disclaimer in presentazione, ma così non è stato. Sono veramente rammaricata che abbiate attribuito a me questo pensiero, tant'è che ho deciso di modificare il calendario editoriale: oggi pubblicherò un articolo in cui spiego le mie ragioni. Spero che tu (e gli altri) vogliate leggerlo. Pensavo di essermi fatta conoscere e di potermi proteggere dagli attacchi, ma mi sbagliavo.
      Bene: dagli errori grazie al cielo si impara, e amici come prima." :)

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    11. Certo, la responsabilità è anche mia. Per l'atteggiamento borioso speravo che il lettore leggesse fra le righe. Per l'insulto hai ragione: ammetto di aver avuto seri dubbi se lasciarlo o meno. Ha vinto l'idealismo; peccato.
      Ne riparliamo a metà pomeriggio quando avrai più chiaro il tutto. :)

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    12. Cara Sandra, se il discorso non ti tocca, non ti tocca. Io mica ti conosco. Non so proprio chi tu sia, quindi non potrei mai aver parlato direttamente a te.
      Non credi?
      Sul gongolare non capisco cosa intendi.

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  9. Trovo che certe cose siano condivisibili, altre meno. Un po' perplesso per l'attacco con il self publishing e poi il continuo che è virato sull'essere o meno uno scrittore (forse verrà ripreso in una seconda parte?).
    Dalla mia esperienza (che non sarà un granché, ma è meglio di niente) posso dire che le antologie non sono di alcun interesse. Nessuna grande CE le reputa a sufficienza, sono preferiti i romanzi per una questione di mercato, non è questione di nome (a meno che si tratti di autori stranieri con decenni di attività alle spalle, ma questa è un'altra storia). Tra le altre cose, nessuno in Italia "se la svanga" vendendo libri. Nessuno. Umberto Eco ha continuato a fare il professore universitario. Purtroppo è così.
    Sembra quasi che l'idea di fondo del post sia che scrivere dovrebbe comportare una rispettabilità sociale che se non viene conquistata generi un senso di frustrazione. Ma non si scrive per avere approvazione. Si scrive perchè si sente il bisogno di scrivere.
    Se poi mi posso permettere una controprovocazione, se si ritiene che scrivere serva a impressionare biondine, allora questo ha la stessa funzione di centrare una porta con una punizione. Sarò banale, ma le biondine le si conquistano con la propria personalità. Ma OK, ho colto la provocazione.
    Ultima cosa: "le mie antologie sono molto belle". Magari è verissimo, ma questo lo possono dire con cognizione di causa solo i lettori, che godono di obiettività.

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    1. Ah, una persona assennata!
      Si, la divisione in due parti ha un po' spezzato il discorso, che aveva una sua coerenza e spiegava come, nel mio caso, il self si sta dimostrando prezioso più come distribuzione che come pubblicazione.
      Sulle antologie posso contraddirti con Buzzati, e pensa te: lo stesso Eco ne fece due! Però sono sempre in seguito all'affermazione di un nome, l'editore sa che sono compendi e lo sa anche il lettore. L'ho scritto e tu confermi. Però sono un'ottima palestra, che non andrebbe mai abbandonata. Lo disse uno famoso.
      Prima o poi capisci quando una cosa va e quando non va. Soprattutto se hai dei modelli stilistici o umani di riferimento ben chiari. Piacere al pubblico è molto diverso, prova a far leggere oggi un Gattopardo, sono pernacchie.
      Avere delle conferme è un evento lieto, quando mi dicono che una cosa funziona sono contento, ma è una contentezza di ritorno, attributiva: son felice di aver intrattenuto quella persona. Il top resta sempre la nuova pagina bianca che ti aspetta.
      Grazie dell'intervento tranquillo, ce n'è bisogno di questi tempi.

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  10. Alura, dopo qualche giorno di meditazione sulla questione, che secondo me è duplice, cioè, una cosa è l'identità dello scrittore, una cosa il confronto tra self publishing o vie tradizionali, ho pensato dileggermi una di queste antologie, che te la scarichi gratis dal sito del sig. Burgio e ti dà modo di utilizzare il kindle ricondizionato comprato or ora. A me è piaciuta. Ho letto nuvole prensili e mi è piaciuta. Che il sig Burgio si senta uno scrittore o meno e che io lo sia o no sono cavoli dei rispettivi scriventi. Mi dispiace di averla letta gratis perchè meritava; no scherzo, di questi tempi difendo pure il lavoro nero e l'evasione fiscale! Il problema semmai è: col self publishing è possibile dare adeguato riconoscimento economico a un'attività che secondo me rende a tutti più bello lo stare al mondo? Mi sa proprio di no. Anche per vie tradizionali uno scrittoresconosciuto non camperà mai a meno che non sia fortunato a livello di chi vince la lotteria Italia, o non sia raccomandato da Umberto Eco. Perciò ringrazio il sig. Burgio per avermi fatto leggere a gratis dei bei racconti, e gli auguro molta, e sottolineo molta, buona fortuna.

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    1. "Che il sig Burgio si senta uno scrittore o meno e che io lo sia o no sono cavoli dei rispettivi scriventi."
      VANGELO.

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  11. NB non sono una biondina, mi dispiace.
    Firmato: L'anonima del commento precedente

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  12. Non so se sia stata una buona idea né se fosse giusto ma ho saltato tutti i commenti apposta per rimanere nella mia idea. Ho letto tutto, parola per parola e alla fine ero esausto. Questo è il problema, caro Gaspare, sapere quando è il momento di smettere, di dare al lettore un attimo di respiro. Non ho letto nessuno dei tuoi nove romanzi, ma io ho fatto una fatica boia a scriverne cinque e mezzo. Ho incominciato solamente nel 2007 a scriverne, prima avevo scritto solamente racconti, ah no, anche un romanzo giallo che ebbi l'ardire di mandare a Mondadori, figurati. Eppure una certa signora Ferrero, direttrice artistica o chissà cosa mi scrisse proponendomi di cambiarlo di sana pianta, solo così me lo avrebbero pubblicato. Io lo facevo avvenire in Italia, in una città del Nord, con un commissario di polizia italiano e un meggiore dei CC in contrasto tra loro.
    La Ferrero mi disse che nessuno dei loro lettori lo avrebbe letto. Occorrevano nomi americani e una città come NY o Chicago. Capito? Bella stronzata. Quella è stata l'unica volta che ho avuto un contatto con Mondadori.
    Se qualcuno mi chiedesse se io mi sento uno scrittore o meno dovrei rispondere che sono uno scrittore e che lui se ne fotta che è meglio per tutti e due.
    Siè quello per cui si sente di vivere, e basta.

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  13. Se posso permettermi un'osservazione, aggiungerei che chi scrive per sè stesso, normalmente i suoi racconti/romanzi/(poesie) li tiene nel cassetto o nell'hard disk senza porsi neppure il problema di farli leggere a qualcuno. Ero uno scrittore così: anche io avevo migliaia di pagine scritte per il gusto di farlo, e sinceramente non me ne fregava un tubo di cosa pensassero gli altri di ciò che scrivevo. Mi piaceva rielaborare fatti e personaggi della mia vita in modo diverso, creando storie in cui punirli, esaltarli o anche solo celebrarli. Poi, casualmente, qualcuno ha letto le mie farneticazioni e mi ha chiesto: "perchè non provi a pubblicarle"? A questo punto mi sono trovato nel dilemma, che fino ad allora non mi aveva mai sfiorato, e ho provato a far leggere (creando un gruppo segreto, e questo la dice lunga sul mio modo di concepire la pubblicazione dei miei lavori, su FB con una quarantina di amici o conoscenti per sentire i loro pareri spassionati. Poichè non erano parenti o amici stretti, le loro critiche e le loro lodi mi hanno fatto venire voglia di provare la strada della pubblicazione, ma sinceramente diffido molto del mondo dell'editoria: troppe CE a doppio binario (quando non a binario singolo, ma quello sbagliato) e troppi interessi in gioco. Capisco l'editore che preferisce puntare su di un cavallo sicuro, anche se non particolarmente vincente, piuttosto che su di un esordiente che potrebbe anche fallire miseramente. Il problema però, stando a quello che vedo in giro, è che si legge poco nel nostro paese (e si scrive, di conseguenza, troppo), ma soprattutto gli editori non guadagnano abbastanza per "tentare" strade nuove. Pur essendo vero che nel self ci sia una marea di cartaccia (per fortuna telematica, quindi non si disboscano neppure le foreste amazoniche per questo), se qualcuno vuole lanciare un'idea nuova, credo sia giocoforza costretto a ricorrervi. Io personalmente preferisco regalarlo, perchè mi sembrerebbe troppo simile alle CE a doppio (ehm...singolo ma sbagliato) binario. Nel self raggiungi solo una parte di pubblico (quello che legge online, ed io che mi ritengo un "tecnologico" ed ho un lettore, comunque quando leggo un libro lo voglio sentire tra le mani sfogliandone le pagine), certamente molto più limitato di quello che entra normalmente in libreria. Della pubblicazione a pagamento, invece, sappiamo fin troppo bene quali siano i limiti ed i problemi. Temo quindi che, avendo in curriculum, un testo autopubblicato o pubblicato a pagamento sia alla lunga la stessa cosa: vali poco come scrittore, nessuno ti ha pubblicato, quindi perchè investire su di te? Per questa ragione, se non troverò un editore interessato (e non mi faccio illusioni in proposito) rimetterò le mie pagine in un cassetto, o meglio in una cartella del mio hard disk, e tornerò a scrivere per me stesso. Perchè è quello che mi fa stare bene, mentre il vedere la copertina del mio libro in una liberia del centro, sarebbe solo una pacca sulla spalla al mio ego, ma non mi aiuterebbe a sconfiggere i miei fantasmi. Ovviamente, questo è un parere personale e non voglio che sia preso come una condanna per il self o la pubblicazione a pagamento. Solo che chi vi ricorre, forse, ama più sapere che qualcuno legge i suoi testi, piuttosto che scriverli. Ed io amo scrivere.

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