Condizionamenti creativi (2) - trappole mentali.


L'arte è questo: scappare dalla normalità che ti vuole mangiare.
(Stefano Benni)

Qualche giorno fa, il mio master reiki ha pubblicato su Facebook una fotografia dal titolo “Gli ostacoli al pensiero creativo”, riportante un elenco di concetti decisamente interessanti. Dal momento che non venivano illustrati nel dettaglio, ho deciso di spiegarli, reinterpretarli e adattarli alla nostra passione per carta e penna.
Tuttavia, ho da poco pubblicato il post “Condizionamenti creativi – cosa mi distrae dalla scrittura”, di titolo e argomento molto simili. Non voglio correre il rischio di ripetermi e darvi l’impressione di essere una blogger priva di fantasia, ma nemmeno rinunciare a un’idea che mi piace. Quindi, dopo essermi arrovellata su questo dubbio per un paio di giorni, ho deciso di creare una consequenzialità fra i due articoli. In fondo, trattano entrambi di piccoli dettagli rognosi che ci impediscono di esprimere a 360° le nostre capacità creative: uno si focalizza sul lato pratico e l’altro su quello psicologico. In poche parole, si completano a vicenda. E c’è un aspetto che li accomuna: che si tratti di distrazioni o paranoie, il problema nasce sempre a livello mentale.
Se la razionalità e la logica sono da supporto alla nostra scrittura perché, sposandosi con la tecnica, ci consentono di creare storie coerenti e strutturate, esistono anche forme di pensiero preconfezionate decisamente pericolose per la buona riuscita delle nostre opere. Ci fanno sentire al sicuro, ma creano un muro invalicabile fra noi e ciò che vorremmo scrivere.
Quali siano questi principali ostacoli al pensiero creativo, lo vediamo subito.

MODELLI MENTALI.
Ricordate il gioco dei nove punti che ho proposto qualche mese fa?
Molte persone hanno difficoltà a uscire dal perimetro del disegno, perché il loro cervello riconosce solo la figura geometrica e non riesce a trascenderla. Si tratta di un automatismo mentale mutuato in anni e anni di socializzazione. Solo chi si spinge oltre il confine può risolvere il quesito.
Ora vi rivelo una scomoda verità: spesso facciamo così anche quando scriviamo. Abbiamo un disegno prestabilito e lo seguiamo come piccoli robot, senza concederci deviazioni. Siamo condizionati dal nostro modo di parlare, da ciò che leggiamo, dalle canzoni che ascoltiamo, e non ce ne accorgiamo neanche!  
La questione non si porrebbe, se fossimo sempre pienamente consapevoli delle nostre conoscenze. Ma l’apprendimento passivo è quanto di più pericoloso possa esistere. Forse è colpa delle poesie imparate a memoria alle elementari. Eravamo convinti che fare i pappagallini fosse sufficiente per prendere un bel voto. Molti sono rimasti agganciati alle proprie convinzioni, anche adesso che sono adulti. Leggono una paragrafetto striminzito e… voilà! Pensano di aver trovato il verbo.
Eppure non dobbiamo accontentarci delle soluzioni ready to use fornite dai manuali. La scrittura è un fatto individuale. Esistono metodi diversi, storie diverse, stili diversi. E ciascuno ha il diritto, se non addirittura il dovere, di trovare la propria strada senza rimanere vincolato a concetti inventati da altri.

CONFORMISMO.
“Siamo tutti conformisti travestiti da ribelli”, cantava Marco Masini ormai più di vent’anni fa. Ebbene: io penso che lo scrittore, debba sposare il principio opposto, ovvero essere un ribelle travestito da conformista.
Non ho mai creduto nel mito dell’artista alienato, che vive ai margini della società senza alcun contatto umano, perché lo scambio interpersonale è una delle più importanti fonti d’ispirazione. Chi si nutre di storie è notoriamente integrato e ha scambi in grado di arricchire a livello mentale e spirituale. Allo stesso modo, però, sa stare da solo, ragiona autonomamente e si erge sopra il becero qualunquismo del cittadino medio. La capacità di guardare oltre il senso comune è un elemento fondante della nostra stessa natura.
 Uno scrittore di qualità deve essere in grado di veicolare un nuovo modo di vedere, fornire soluzioni nuove a problemi vecchi. Ciò non significa essere degli snob, ma trovare il giusto equilibrio fra socialità e autonomia, fra sicurezza e libertà.
Esiste però un concetto pesante come un macigno, che spesso ci schiavizza: il politically correct.
A volte vorremmo affrontare argomenti scomodi, ma sappiamo che non tutti sono in grado di comprenderli e di accettarli fino in fondo. Quindi, per non correre il rischio di essere bloccati da qualche casa editrice che non ci ritiene idonei, finiamo per tarparci le ali da soli e ci auto-censuriamo.
Io ho questa difficoltà soprattutto per quel che riguarda le questioni di carattere spirituale. È difficile per me tenere le filosofie orientali lontano dai miei scritti. Ho addirittura un personaggio che ne è portavoce, perché ne ho bisogno come il pane per rispondere al quesito che è alla base del romanzo.
Sebbene l’argomento entri in punta di piedi, la presenza di questo soggetto catalizzatore – che fa riferimento all’archetipo del mentore - è fondamentale per la completezza della trama. Il protagonista compie un percorso psicologico molto complesso e non sempre è consapevole di ciò che sta accadendo nella propria testa, soprattutto all’inizio della storia, quando è molto giovane. Occorre dunque qualcuno che lo guidi nel suo tentativo di far chiarezza e, soprattutto, che aiuti il lettore a capire un po’ meglio il suo universo mentale. Discorso analogo si può fare per i due coprotagonisti: anche  loro hanno bisogno di una guida che illumini la strada.
Io cerco di non essere criptica, e di usare un linguaggio chiaro per il lettore. Ma, soprattutto, di non penalizzare o appesantire la storia. Spero che il risultato possa essere buono e socialmente accettabile per gli editori. Se non sarà così, mi auto-pubblicherò.   

SICUREZZA DELL’OVVIO.
Qui entra in gioco l’eterna questione sui manuali di scrittura. Volete sbandierare “Il viaggio dell’eroe” come se fosse la bibbia? Okay, però poi non lamentatevi se la vostra storia somiglierà ad altre diecimila. Magari venderà un casino, ma risulterà  banale e prevedibile. Magari avremo anche un protagonista belloccio, con il migliore amico un po’ scemo, che si innamorerà della sfigata della scuola.
A volte ci vuole il coraggio per scardinare le vecchie strutture e piegare gli elementi di una storia alle nostre esigenze narrative. Se necessario, dobbiamo essere in grado anche di stravolgere la grammatica, scegliere personaggi sopra le righe, rinunciare all’ossessione maniacale di piacere ad un lettore standard, generalista.
A volte è meglio essere amatissimi da pochi che non amati da moltissimi, se questo valorizza la qualità della nostra storia. Questo, per lo meno, è ciò che vorrei io, per il mio (ancora lontanissimo) eventuale futuro letterario. Non voglio vendere come Fabio Volo, perché non lo stimo come autore. Preferisco essere paragonata ad astri nascenti, capaci di trasmettere contenuti importanti e, al contempo, di divertire e appassionare il lettore.
Certo occorre una grande padronanza tecnica, per rompere le regole. E non sempre ci è richiesto di diventare anarchici. Basterebbe solo un pizzico di originalità in più, un dettaglio particolare, un elemento che spicchi come una borsa arancione su un look total-black.  

GIUDIZIO AFFRETTATO.
Questa è un principio che ho imparato a mie spese.
Per poter valutare correttamente un nostro scritto, occorre lasciarlo riposare finché non abbiamo maturato una distanza tale da renderci oggettivi. Ho passato tanto tempo a scrivere e cancellare, correggere e tornare indietro. Durante i primi sei mesi di lavoro, sono avanzata pochissimo.  Ora ho trovato un metodo più efficace, che mi ha messo le ali come la Redbull e, soprattutto, mi ha fatto capire una cosa importante: troppi maneggi a caldo, spesso non migliorano affatto il testo, ma lo privano della propria freschezza originaria rendendolo tentennante e insicuro.
Nemmeno le idee devono essere valutate tempestivamente. Anche loro hanno bisogno di respirare. La scintilla dell’ispirazione ci illumina per un istante, ma per trasformarsi in una fiamma ha bisogno di energia. Ciò non significa che debba essere sporcata dal ragionamento razionale: semplicemente occorre lasciarle il tempo di crescere. Non si può schiacciare un brufolo prima che sia maturo!

PAURA DI SEMBRARE MATTI.
Ho sperimentato personalmente questo timore esattamente una settimana fa, quando ho scritto il post “Lo scrittore empatico”. Anche quelli sulle energie, però, non sono da meno: quando esprimo emozioni forti, ho sempre paura di essere fraintesa. Sarà perché viviamo in società in cui “strano” e “folle” sono considerati insulti? Chi lo sa. Io so solo che ho sempre avuto questa etichetta addosso e, in passato, ne soffrivo molto. Ora, invece, questo appellativo mi rende felice.
Rafforzando la mia identità, ho capito che il problema è negli occhi di chi, per ignoranza, tende a fare a pezzi ciò che non appartiene al suo microcosmo. Ho trascorso anni a sentirmi dire da mio padre “tu sei fuori dal mondo” perché non riusciva ad entrare nella mia testa. L’unica realtà che conosceva era un microcosmo fatto di (dis)valori nei quali non ho mai creduto. Ho sofferto molto, nel tentativo di piacergli. E mi sono sentita sbagliata, in difetto.
Poi ho compreso che anche lui era fuori dal mondo, dal mio mondo: viviamo in due universi paralleli che non si incontreranno mai. Ma, se siamo in pace con la nostra coscienza, nessuno ci obbliga ad andare d’accordo. Possiamo convivere pacificamente, senza cercare di cambiare l’altro.
Io non mi vergogno più di ciò che sono. Al contrario, ne vado fiera. E questa consapevolezza è alimentata dalla mia scrittura, l’unico strumento che ho a disposizione per far sentire la mia voce. Se qualcuno interpreta male ciò che dico, o esprime un giudizio negativo sul mio conto, la cosa non mi riguarda. Ho le mie convinzioni, i miei princìpi, e mi sento in pace con me stessa. Chi vuole entrare nel mio microcosmo è il benvenuto. Gli altri sono liberi di andare per la propria strada, perché non posso costringere nessuno ad accettarmi e comprendermi. Tutto ciò che chiedo, è di essere lasciata in pace.

Il lancio della patata bollente.
Siete mai caduti in qualcuna di queste trappole? Ve ne vengono in mente altre?


P.S. Domani dopo il lavoro partirò per trascorrere qualche giorno in Piemonte. Non so ancora nulla a proposito del post di lunedì. Teoricamente dovrebbe esserci un ospite, ma non sono sicura. E io dubito di riuscire a preparare il mio articolo. È il bello della diretta, ragazzi miei! Voi provate comunque a passare, ma se l’aggiornamento dovesse essere posticipato… a giovedì prossimo! 

Commenti

  1. Vieni in Piemonte? Che bello! Riposati, bevi buon vino e gustati un po' della nostra cucina di terra!
    Per quanto riguarda i condizionamenti... Mi sa che sono una piccola ribelle travestita da conformista. Mi adatto anche con discreta facilità al vivere civile e alle convenzioni sociali (basta che non richiedano trucco e scarpe col tacco) ma scavando scavando... La paura del giudizio altrui un po' c'è sempre, sia perché sono di natura pavida, sia perché un po' noi donne cerchiamo sempre di fare contenti tutti, ma spero che non arrivi mai a snaturarmi. La sicurezza dell'ovvio? In narrativa ammetto che mi piacciono le storie strutturate e da lettrice non sputo certo in faccia al viaggio dell'eroe. Quindi non penso che me ne staccherò mai del tutto da autrice, ma non lo sento un forte vincolo. I paletti strutturali di solito mi aiutano a dare una direzione ai miei pensieri.
    E non ho paura di sembrare matta. Lo sono. Comunque "eccentrica" suona meglio!

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    1. Io non rinnego assolutamente il viaggio dell'eroe... anzi, proprio due giorni fa ho riguardato i vari step perché avevo bisogno di un piccolo ripasso. Però ho personalizzato il modello adattandolo alla struttura in quattro parti del mio romanzo. E oggi ci lavorerò ancora. :)

      P.s. abbiamo una casa di famiglia nelle langhe e appena posso vado a trascorrere qualche giorno in tranquillità

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  2. Beh, forse tendo un po' a essere ripetitivo nei modelli che propongo. Non è solo conformismo e inconscia incapacità di uscire dagli schemi abituali, spesso è conscia volontà di raccontare le cose dal punto di vista che conosco meglio.
    Però, sì, in effetti dovrei provare a raccontare anche storie dal punto di vista di personaggi diversi dai miei abituali.

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    1. Io mi dico sempre "ci provo, mal che vada il testo non uscirà mai dal mio pc"... :)

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  3. Tu mi devi ancora spiegare cos'è l'ansia da prestazione nella scrittura. Se lo hai già fatto, riprovaci perché non l'ho ancora capito. Per quanto riguarda le trappole che citi... non so rispondere. Io sono istintivo. Agisco così come sono. Questo può voler dire che sono conformista senza saperlo o che sono semplicemente me stesso, il punto però non cambia. Tuttavia, per quando riguarda il punto 1: modelli mentali, ricordo che la maggior parte dei manoscritti che le case editrici scartano vengono scartati perché: troppo "originali"... Forse un minimo di conformismo per riuscire a farsi comprendere ci vuole. Il punto è capire quanto e su cosa, forse. :)

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    1. L'ansia da prestazione secondo me nasce nel momento in cui ci si concentra più sul risultato che non sul processo creativo, e questo porta ad impoverire il testo. L'ossessione di piacere a volte può diventare un fattore limitante. Sai perché ho sgamato lo scherzo sul ladro di carte di credito? Proprio dalla descrizione dell'amico "insospettabile" che ti ha mandato l'e-mail, perché era una descrizione da scrittore, e non da persona derubata e terrorizzata... è questo sentirsi scrittori che a volte toglie naturalezza, e ci impedisce di arrivare completamente. :)

      In ogni caso, non ho specificato che questi elementi sono dannosi quando estremizzati. A piccole dosi possono servire, conformismo compreso, perché il lettore ha bisogno di potersi rispecchiare nelle storie che raccontiamo. Ciò nonostante, io non rinuncerei mai al mio modo di essere per una manciata di lettori in più... :)

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  4. Be' non sono sicura di quale sia la trappola nella quale sono caduta, però quella che mi sembra la più 'pericolosa' è quella dei modelli mentali.
    Le altre che elenchi sono errori che si possono fare in principio ma che con un po' di esperienza vengono eliminati (ad esempio lasciar 'macerare' un racconto prima di correggerlo, di modo da vedere bene gli errori e i punti deboli).
    Sono d'accordo con te per quanto riguarda il conformismo. Hai descritto perfettamente ciò che un autore dovrebbe essere, almeno secondo me: una persona empatica, che comprende il mondo che la circonda ed è capace di interpretarlo, ma al tempo stesso se ne distacca senza fatica.

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    1. Sì, hai ragione. Con la tecnica certi limiti si aggirano più facilmente. Ma sono problemi che non riguardano soltanto la scrittura, ma invadono un po' a macchia d'olio ogni settore della vita. Basti pensare ai pregiudizi che a volte abbiamo nei confronti delle persone...

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  5. Anche io mi sono lasciato alle spalle i timori legati al giudizio altrui. Non piace il mio modo di scrivere? Pazienza. Sono funereo? Possibile. È un modo di scrivere vecchio? Non ne conosco un altro. Scrivere significa scovare la propria voce e restare fedele a essa, non crearne una che piaccia a tutti, o che si adatti a tutti.

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    1. Sante parole! Non ho nessun commento da fare perché hai già detto tutto!

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  6. Le tue riflessioni sono molto interessanti ma la mia ombra cinica continua a suggerirmi che il lettore medio vuole proprio scrittori succubi di queste trappole. Si fa così fatica a trovare un libro decente tra quelli che vendono tante copie... solo a guardare le classifiche mi passa la voglia di tentare di entrare nella categoria "scrittore".
    Buone vacanze e tanti auguri!

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    1. Lo so, ma da bilancia penso che si possa trovare un equilibrio. Essere parte di un contesto ma al contempo unici e liberi. Utopia? No, non credo. Però con tanto lavoro su se stessi e i propri scritti si può trovare la propria strada.
      Io non sono sicura di voler scrivere per il lettore medio...
      Buona pasqua anche a te :)

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  7. Se per te le filosofie orientali sono fondamentali, non vedo perché dovresti tenerle lontane dai tuoi scritti. Lunedì esce un mio post che parla proprio di questo: di ciò che un autore inserisce nelle sue storie.
    Il viaggio dell'eroe è in pratica la trasformazione del personaggio. Se tutto resta com'era all'inizio della storia, dov'è la storia?
    Anche a me mia madre ha detto spesso che io vivevo nel mio mondo, come molti altri mi hanno detto. C'è da dire che a me di piacere o non piacere non frega nulla, non mi cambia nulla.

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    1. Ho visto che l'articolo è uscito, ma non ho ancora avuto il tempo di leggerlo.
      Il viaggio dell'eroe è fondamentale, ma applicare i "tre blocchi" e non conoscere la grammatica non serve a molto! ;)

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  8. Tutti noi siamo sottoposti a condizionamenti, che ci piaccia o no! Anche la persona che ti sta accanto nella vita ti plasma, pur senza volerlo, e lo stesso fai tu con lei. Fa parte dell'esistenza, altrimenti ognuno dovrebbe rimanere su un'isola deserta... o forse si farebbe condizionare persino dalla palma! Diverso è quando il condizionamento si tramuta in manipolazione.

    Ormai mi sono messa l'anima in pace a cominciare dal mio modo di scrivere o dai temi che tratto. Sono importanti per me, anche se non facilmente incasellabili. Anzi, ho scandalizzato più di una persona con i miei strani connubi di teorie. Se vi rinunciassi, scrivere non avrebbe per me alcun valore.

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  9. Dimenticavo: Buona Pasqua a te! Ho appena postato una poesia augurale sul blog, ma ti faccio gli auguri anche qui. :-)

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    1. Grazie per gli auguri, io ormai sono fuori tempo! :)
      Mi hai fatto venire in mente la distinzione di Goffman tra scena e retroscena, ovvero su come i condizionamenti legati al ruolo sociale possano essere risorsa o gabbia Scriverò un post al riguardo, prima o poi.

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  10. Sono stata molto vicina dal cascare in alcune di queste trappole: a me piace seguire il Premio Campiello Opera prima, ho letto quasi tutti i vincitori degli ultimi anni e facendo una statistica mi sono accorta che tutti i libri premiati raccontano storie problematiche, dove c'è una sofferenza psicologica palese o velata che, evidentemente, mi sono detta, piace. Allora mi è venuta la sciocca idea di trasformare la mia raccolta di racconti in un romanzo unico, perché gli ingredienti c'erano tutti e volevo avvicinarmi a quello stereotipo per risultare più appetibile.
    Morale della favola: ho soltanto scritto l'introduzione ed ho cestinato subito il file, perché quella nuova storia non mi rappresentava, era una forzatura, avrei dovuto smantellare certe impalcature che avevano un senso se proposte come racconti e si appiattivano se le avessi accorpate in una storia unica.
    Adesso, sono meno legata ai giudizi della gente, anche se prima mi mettevano in crisi; adesso so che il mio modo di scrivere e raccontare le storie può non piacere, ma l'età mi porta ad essere più distaccata, forse perché ho una sicurezza maggiore nelle mie capacità e non m'importa granché di piacere per forza.

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    1. Io do molto spazio alle dinamiche psicologica o alla sofferenza. Non lo faccio perché piace, ma perché è un tipo di storia che in questo momento ho il bisogno di raccontare. Risuona con me, mi serve, mi è utile.
      In futuro forse sarà diverso. L'importante è non perdere mai di vista se stessi.

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  11. Il rischio che sento più mio è quello del binario. Essere consapevoli delle mille influenze che fanno parte di noi sarebbe impossibile, e forse anche inutile: noi siamo anche tutte le cose che conteniamo, almeno in parte, perciò c'è sempre un binario di qualche tipo pronto all'uso, facile facile. Lo combatto aumentando il tempo dedicato alle fantasie preliminari, il brainstorming, insomma, ma non necessariamente con carta, penna e grafici. Si "brainstorma" benissimo anche portando fuori il cane!
    Per quanto riguarda il Viaggio dell'Eroe e in generale le indicazioni contenute nei testi di scrittura, per me è ovvio che non bisogna seguirle come pecore, come è ovvia la loro utilità. Le "regole" di scrittura sono osservazioni sul campo, non prescrizioni o norme. Se le comprendi, sfrutti a tuo vantaggio l'esperienza di altri scrittori per progredire. Per questo mi suona strano sentirne parlare come di catene da cui liberarsi. E' un po' come se qualcuno mi chiedesse un consiglio e poi mi accusasse di volerlo plagiare.

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  12. D' accordissimo con quanto scrivi a proposito dei manuali. E d'accordo anche con il concetto di brainstorming lontano dalla scrivania. Sai che le idee migliori nascono quando la mente vagabonda libera nell'iperuranio! :-D
    Un abbraccio

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  13. Ciò che più mi spaventa sono senz'altro i modelli mentali, nei quali sono immerso da quando sono nato, con cui mi sono sempre sentito a disagio e da cui cerco di staccarmi ogni giorno trovandomici impigliato con quasi tutti quelli con cui mi relaziono quotidianamente. Ma devo ringraziare la scrittura se per qualche tempo riesco a estraniarmi e sentirmi molto più a mio agio con me stesso. Personalmente non avrei problemi col "vivi e lascia vivere", esprimo le mie idee quando posso e sono ben disposto all'ascolto, ma mi ritrovo sempre tra i piedi gente che vuole insegnarmi come gira il mondo. A volte mi chiedo se il fatto di vedermi sereno per caso li infastidisca. Forse a causa di questo che mi sento sempre così insicuro e questo è senz'altro si ripercuote sulla mia scrittura: faccio fatica a non rileggere continuamente quello che ho appena scritto, ma almeno sono conscio del problema e ci sto lavorando :)

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    1. Se ti consola, ti capisco molto bene. Subito dopo aver ripreso a scrivere mi sono trovata in una situazione simile, tant'è che nei primi mesi il mio romanzo è andato avanti con lentezza esasperante. Forse questa situazione rispecchiava uno stato di insicurezza generalizzata che vivevo sul lavoro perché la mia mente era risucchiata dal mio disagio personale, e questo comprometteva la mia creatività. Adesso per fortuna va molto meglio, riesco a sentirmi più a mio agio nel quotidiano, e anche la scrittura ne è avvantaggiata. Però se ci pensi é una cosa un po' triste: noi dovremmo essere in grado di separare gli ambiti, evitare che la routine contamini la creatività. Ma siamo persone, non automi, e questo è il risultato :)

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  14. Ho subito per tanti tanti anni l'influenza di modelli mentali inadatti alla mi scrittura; appena me ne sono accorta ho cominciato a combatterli, e oggi credo di essere a buon punto.
    Più vado avanti, meno sono politically correct (come scrittrice e come lettrice), a quanto pare non fa per me. Forse perchè scrivo principalmente quello che mi turba.
    Dovrei imparare, più che altro, ad essere un po' più ovvia! Sono più sperimentale da scrittrice che da lettrice, e questo non ha molto senso. Perchè scrivere qualcosa che non leggerei mai?
    Paura di senbrare matti? "Sei uno scrittore, la nave della normalità è salpata tanto tempo fa" ho letto da qualche parte :D

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    1. Scrivi solo ciò che ti risuona dentro. Non pensare a come "dovresti essere", ma a come sei. E poi vomitalo sulla pagina... se non riesci a scrivere ovvietà, è perché in questo momento, in questa fase della tua vita, non ti appartengono! :)

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