lunedì 29 dicembre 2014

Le regole di scrittura come gli ingredienti di una torta


Le regole sono ciò che gli artisti rompono.
Ciò che è memorabile non è mai nato da una formula.
(Bill Bernbach)

In questo periodo, i colleghi blogger stanno tirando fuori dal cilindro degli articoli molto interessanti, che meritano di essere approfonditi in nome di una maggior consapevolezza delle proprie capacità scrittorie. 
Oggi è il turno di Renato Mite e di Daniele Imperi che, con Costruirsi le regole per scrivere e Le mie regole di scrittura creativa, hanno dato vita ad un "meme" che ho deciso di reinterpretare a modo mio. 
Non proporrò, infatti, un elenco dei miei dogmi, ma porterò avanti una riflessione di carattere generale che muove i propri passi da una similitudine un po' malata che ho partorito qualche giorno fa. 

Scrivere è come fare una torta, ci avete mai pensato?

lunedì 22 dicembre 2014

A volte ritornano - Le tematiche ricorrenti della mia scrittura


Uno scrittore professionista è un dilettante che non ha mai smesso di scrivere.
(Richard Bach)

Questo post trae spunto dagli articoli “Lo scrittore ripete sempre lo stesso verso” di Cristina M. Cavaliere e “Poche idee ma fisse” di Tenar, nei quali le due autrici evidenziano gli elementi ricorrenti nelle storie da loro raccontate.
Anche io ho i miei tormentoni personali. Ci sono concetti che mi stanno molto a cuore e che periodicamente bussano alla mia porta. Non li vado a cercare: sono loro a chiamarmi. 
Alcune tematiche erano presenti in alcuni dei miei racconti passati e sono ritornate, seppur declinate in modo diverso, nel romanzo di cui mi sto occupando attualmente. Ho deciso di parlarne con voi per comprendere meglio non solo la mia scrittura ma anche me stessa.
Ritengo infatti che l’inconscio orienti molte delle nostre scelte narrative. Ciò che decidiamo di scrivere porta con sé le risposte ad antiche domande che abbiamo dimenticato nei reconditi dell’anima. Anche se sono coperte da un doppio strato di polvere, non ci hanno mai abbandonato. Soltanto spingendo la penna nelle loro viscere potremo vedere la verità. Dobbiamo quindi continuare a scavare, consapevoli che un dato argomento esaurirà la propria energia solo nel momento in cui l’avremo compreso fino in fondo. Allora potremo lasciare spazio a contenuti nuovi, ma non prima.

giovedì 18 dicembre 2014

La scrittura imprigionata nella zona di comfort (2)


Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola. 
(C.Pavese)

Sono molto contenta nell’ appurare che il mio articolo “La scrittura imprigionata nella zona di comfort (1)” è stato apprezzato e lodato dai lettori. Per questo motivo, ho deciso di scrivere immediatamente la seconda parte, senza prestar fede al principio della rotazione di argomenti che tanto mi sta a cuore.
Questa volta, non ho bisogno di alcuna introduzione: sapete già cos’è la zona di comfort e quale protezione ci offre. Chi avesse perso la prima puntata, può recuperare il pezzo al link di cui sopra.
Tutti gli altri, possono continuare l’excursus dei comportamenti con i quali tendiamo a rinchiuderci dentro la zona di comfort. Riusciremo a cambiare? Io ci provo. E voi?


lunedì 15 dicembre 2014

La scrittura imprigionata nella zona di comfort (1)


Se la vostra mente non è aperta, tenete chiusa anche la bocca.
(Sue Grafton)

Quando, ormai mesi fa, ho scritto il post “Le qualità psicologiche e spirituali delloscrittore” 1° e 2° parte, ne ho trascurata una fondamentale. Forse l’avevo data per scontata: la considero una caratteristica talmente ovvia per uno scrittore che mi sembrava ridicolo menzionarla. In realtà, non è così.
Se la psicologia tradizionale considera l’  apertura mentale come una generale assenza di pregiudizio, io voglio andare oltre a questa definizione e fornire un’interpretazione personale, la stessa che mi ha aiutato a comprendere meglio determinati meccanismi psicologici alla base della mia scrittura.
L’obiettivo del post è renderci consapevoli di cosa avviene nella nostra testolina ogni volta che ci è richiesto di osare: la paura del cambiamento ci crocifigge ai vecchi schemi, rendendo i nostri testi statici ed ingessati. Eppure, se vogliamo partorire opere di qualità, dobbiamo essere in grado di trascendere il noto per seguire strade un tempo impensabili. Solo così potremo scoprire la nostra America creativa: un mondo sconosciuto e meraviglioso, dove non esistono Mary Sue, cliché, trame banali e parole abusate.
Come è possibile arrivare a ciò? La risposta è una sola: se vogliamo impedire al censore interno di legarci le mani, dobbiamo saper trascendere alcuni comportamenti ripetitivi ed abitudinari. In poche parole,  dobbiamo uscire dalla nostra zona comfort.

giovedì 11 dicembre 2014

Cento giorni di felicità: quando il viaggio dell'eroe conta più della meta


Questa è la storia di come ho vissuto gli ultimi cento giorni sul pianeta terra in compagnia dell'amico Fritz. E di come, contro ogni previsione e ogni logica, siano stati i più felici della mia vita.
(Cento Giorni di felicità - Fausto Brizzi)


Recentemente, mi è capitato di leggere un romanzo molto piacevole che si intitola “Cento giorni di felicità”. L’autore, Fausto Brizzi, è un noto regista di commedie. “Ex” e “Maschi contro femmine” sono molto divertenti, ma non si distinguono certo per spessore e profondità. Proprio per questo motivo, all’inizio avevo qualche perplessità all’idea di acquistare il romanzo, in quanto inconsciamente lo associavo alla carriera cinematografica dell’autore.
A convincermi sono state, come spesso accade, le recensioni contrastanti trovare in rete. Alcuni lettori ammiravano la delicatezza con cui veniva affrontato un argomento scomodo quale il lento deterioramento del corpo in seguito alla scoperta di un tumore, mentre altri ritenevano che il tema fosse gestito con superficialità ed una punta di buonismo.
In linea generale, a me il romanzo è piaciuto. Non sarà un capolavoro di alta letteratura, ma l’ho trovato al contempo commovente ed allegro, triste e scanzonato. Di solito, se piango il romanzo è promosso.
Ma vi dirò di più: come già successo nel caso di “Un piccolo gesto crudele”, ho deciso di usarlo come spunto per riflettere su alcune questioni tecniche. Ai tempi dell’articolo di cui sopra, avevo parlato della motivazione, che deve essere coerente con le azioni del personaggio. Oggi vorrei soffermarmi su un altro punto: la gestione della trama.

lunedì 8 dicembre 2014

Funzionalità dell'ambientazione e criteri di valutazione - perché ho scelto Milano?


La nostra meta non è mai un luogo, ma piuttosto un modo di vedere le cose. 
(Henry Miller)

Sfogliando la libreria virtuale di Amazon, ho riscontrato una tendenza quasi agghiacciante che accomuna molti autori esordienti editi in self-publishing, specialmente se molto giovani: una fissazione quasi maniacale per gli Stati Uniti d’America.
Sia chiaro: nessuno vieta di ambientare il proprio romanzo a Los Angeles o a New York, purché ci sia una motivazione valida. Come tutti gli elementi narrativi, anche la location deve essere frutto di attente riflessioni da parte dell’autore. A mio avviso, prima di scegliere un’ambientazione, ogni scrittore dovrebbe chiedersi quale città o paese può valorizzare al meglio la mia storia? Perché può svolgersi soltanto lì e non da qualche altra parte?  Se le risposte portano oltreoceano ben vengano, purché le domande ci siano.
A volte ho l’impressione che la scelta americana dipenda da un atteggiamento un po’ paraculo: gli USA sono ben radicati nell’immaginario collettivo, ci sono connazionali che non si filano minimamente la letteratura italiana venerando Brown, Follett, e l’ormai stra-citato SK. Negli ultimi cinquant’anni abbiamo fatto il pieno di prodotti mediatici d’asporto, pronti all’uso. Non ci siamo ancora stufati dei Jack e delle Liz che popolano le numerose commedie americane, dei taxi bianchi, del poliziotto che insegue il malvivente armato di pistola. Rinunciamo quindi alla nostra specificità socio-culturale, credendo di essere al sicuro se scegliamo soluzioni preconfezionate che appaiono comode per noi ed in grado di accattivarci le simpatie del lettore.

giovedì 4 dicembre 2014

Lo scrittore bipolare e la sua ricerca dell'equilibrio


L'illuminazione è nella via di mezzo.
(Siddharta Gautama)

L’aforisma che ho pubblicato in apertura del post è tratto dal film “Il piccolo Buddha” di Bernardo Bertolucci. Si presume che appartenga a Siddharta, per questo l’ho attribuito a lui. Mi interessava pubblicarlo in quanto espone in modo estremamente semplice un concetto di cui, in una società occidentale che tende all’eccesso, si è un po’ perso il significato.
Secondo le filosofie orientali esistono due energie, contrapposte ma al contempo complementari, che permeano ogni creatura vivente ed originano tutte le polarità presenti nell’universo. Lo yin è il principio femminile, riflessivo, emotivo e notturno. Lo yang invece è il principio maschile, attivo, razionale e diurno. Il sole e la luna sono gli astri che simboleggiano questa dualità consentendoci il passaggio dal sonno alla veglia, dal raccoglimento all’azione. Solo un sano equilibrio fra le forze può garantire il benessere psicofisico dell’individuo ed il raggiungimento dell’illuminazione.  
L’esistenza umana è piena di conflitti. Lavoro e vita privata. Passione e dovere. Amici e nemici. Mondi apparentemente inconciliabili che vorremmo far convivere in santa pace, sedendoci sugli allori di una silenziosa via di mezzo. Ci proviamo in tutti i modi, ma continuiamo a penzolare pericolosamente da un eccesso all’altro senza riuscire a fermarci nel punto in cui vorremmo. Ci sentiamo sballottati come le palline di un flipper, confusi come un bambino che ha appena sorpreso i genitori a fare sesso.
Credo che per scrivere occorra una sensibilità che vada oltre l’immediato ed il tangibile. Non ho mai conosciuto uno di noi che abbia una personalità quadrata e lineare. E nemmeno un musicista, un pittore o un attore. I creativi creano. Questo li rende diversi da chi maneggia soltanto numeri e dati oggettivi. Noi lavoriamo con idee, con impulsi immateriali. Ogni volta che ci dedichiamo alla nostra arte, entriamo in un mondo in cui può esistere tutto o il contrario di tutto. In cui le varie polarità si confondono, i confini sfumano e noi non sappiamo più riconoscere la verità.
L’effetto tappo è micidiale: la testa pesa, il corpo si blocca e i neuroni continuano a triturare dubbi su noi stessi, sugli altri e sulla società in cui viviamo.
Chi non si sente mai tagliato in due, scagli la prima pietra. Io sono per natura oscillante, in ogni campo della vita. Ma è nella scrittura che le polarità danno il meglio di sé. Vediamo le principali.

lunedì 1 dicembre 2014

Le quattro fasi del cambiamento applicate alla scrittura


L'incertezza della conoscenza non è diversa dalla certezza dell'ignoranza.
(Charles Bukowsky)

Alcuni miei lettori-cavia si sorprendono di quanto io sia ben disposta nei confronti delle critiche. C’è chi considera questo mio atteggiamento un’autosvalutazione o un eccesso di umiltà, ma giuro che non è masochismo. Semplicemente voglio far tesoro dei consigli – quando espressi per aiutare e non per rompere le scatole – ed utilizzarli come strumento per migliorare la mia scrittura.
In questa fase della mia “carriera” non mi interessa vendere milioni di copie o pubblicare con Mondadori. Se in futuro succederà, tanto di cappello. Al momento penso sia prematuro porsi obiettivi troppo alti. Le mie priorità sono due: acquisire la maturità tecnica di una professionista e scrivere un buon romanzo. Pertanto, trincerarmi dietro atteggiamenti arroganti e vanagloriosi sarebbe assolutamente inutile e non mi porterebbe da nessuna parte.
Per non rallentare troppo la stesura, ho deciso di annotare i consigli ricevuti a bordo pagina (evviva gli appunti a margine) ed intervenire in fase di revisione. Tuttavia, non mi interessa completare la mia opera in tre mesi per poi fare una figura di emme in self-publishing. Preferisco prendermi tutto il tempo che mi serve, lavorare sulla trama, sui personaggi, sul mio stile e sulla mia personalità per arrivare a sentirmi pienamente soddisfatta del lavoro fatto. So di dover ancora affinare molti aspetti della mia scrittura. Non ho mai preteso di saltare la gavetta. A cosa mi servirebbe, dunque, sentirmi ripetere sempre “wow che figata”? Ad alimentare il mio ego. E non ne ho bisogno, credetemi. Di scrittori che fanno gli sboroni ce ne sono fin troppi.