giovedì 1 dicembre 2016

Le qualità del Jolly, che sia uno scrittore o no


La libertà è la possibilità di dubitare,  la possibilità di sbagliare, 
la possibilità di cercare, di sperimentare, di dire no a una qualsiasi autorità, 
letteraria artistica filosofica religiosa sociale, e anche politica.
(Ignazio Silone)

(Se non vi ricordate chi è il Jolly e qual è il suo intento, leggete qui)

Tra i primi post che pubblicai subito dopo aver aperto il blog, c’era quello dedicato alle qualità psicologiche e spirituali dello scrittore, prima parte e seconda parte, con il quale analizzavo la forma mentis che era ed è tuttora alla base della mia attività di scrittura. Siccome con il tempo ho imparato a staccarmi da me stessa e da ciò che faccio, oggi desidero compiere un passo ulteriore.

I Jolly sono gli unici individui in grado di fare la differenza in una società omologante e mediocre, ma non tutti si dedicano alla letteratura. C’è chi dipinge e chi compone musica. C’è chi lavora in ospedale e chi insegna nelle scuole. Ciascuno, per risvegliare i nani, sceglie lo strumento che ritiene più idoneo, pur nella consapevolezza che il talento individuale non va utilizzato con scopi egoistici ma deve essere trasformato in una risorsa collettiva. Perché loro non si accontentano del plauso della folla o di un’entrata economica ingente. Non vogliono alimentare il sistema con l’ennesima meteora. Essi hanno a cuore il proprio messaggio e sanno trascendere l’ego, per mettersi nelle condizioni di donare incondizionatamente. Ci vuole un bel pelo sullo stomaco, per riuscire in questo. E, soprattutto, ci vuole una mentalità unica.

venerdì 25 novembre 2016

Il valore di un dettaglio


Bere una tazza di tè è qualcosa di molto profondo.
(Katagiri Roshi)

Il mio rapporto con lo studio è sempre stato particolare. Invece di assorbire nozioni passivamente, tendo a  reinventare e personalizzare ogni contenuto. Pertanto, quando ho sentito esprimere la convinzione che un romanzo non di generedebba” presentare una rarefazione delle ambientazioni e della trama, l’ho rigirata a lungo tra le mani per comprendere cosa farne. Sulle prime ho pensato di essere io a sbagliare; poi ho compreso che quanto sto facendo (con il cervello, non con la pancia) conta più di quanto mi dicono di fare. In letteratura non esistono regole inviolabili, quando si è consapevoli della propria direzione. Sebbene i manuali e gli articoli pubblicati sui blog siano stati e siano tutt’ora fondamentali per aprire la mente e migliorare le mie competenze, li ho sempre considerati semplici spunti di riflessione, da accettare o rifiutare a seconda delle mie esigenze narrative. Se ci limitassimo a seguire percorsi stabiliti e già battuti da altri, la nostra attività non avrebbe nulla di creativo.  Al contrario, un autore ha il compito di sperimentare, reinventando quotidianamente se stesso e la propria arte. Solo così può diventare un professionista.

giovedì 17 novembre 2016

Storytelling, fraintendimenti e censura


Van Gogh: una lama e si taglia l'orecchio,
io ti sento parlare e sto per fare lo stesso,
ho il rasoio tra le dita ma non ti ammazzo,
avrò pietà di te perchè... TU SEI PAZZO!!!
(Caparezza)

La riflessione che vi propongo in questo post è maturata mentre seguivo, sui social, una polemica contro il  rapper Emis Killa e la sua canzone “Tre messaggi in segreteria”. Non ho ancora avuto modo di ascoltarla, ma ho il testo qui davanti. La storia racconta in prima persona di un uomo che non accetta l’abbandono subito dalla fidanzata e, dopo numerosi tentativi di contatto, decide di ucciderla. Non si capisce se il personaggio metta in pratica il suo proposito omicida: il brano termina con lui, ubriaco, che guida verso casa della vittima. Magari si schianta prima, chissà. Però le associazioni femministe sono insorte e hanno accusato l’autore di istigazione al femminicidio e allo stalking.
Emis Killa si è difeso, sia attraverso i giornali sia rispondendo personalmente agli haters. Ha spiegato la vocazione narrativa dei suoi nuovi lavori e ribadito che la canzone incriminata vuole puntare il dito contro la violenza sulle donne, con il linguaggio crudo che meglio rispecchia il suo stile. Probabilmente a renderlo impopolare è stata la decisione di indossare i panni del carnefice, perché non è la prima volta che un artista in Italia affronta temi scomodi. Nel 1971, la canzone “Il gigante e la bambina” di Ron fu addirittura scelta per la pubblicità di un formaggino, anche se parlava di pedofilia. Il finale, inoltre, presentava l’omicidio come un atto di amore per non far subire alla creatura amata le conseguenze psicologiche di uno stupro.
Voi lo sapete, io sono sempre in prima linea quando si tratta di difendere le donne. Ricordate la discussione che era venuta fuori, quando avevo scritto che il fischio per strada dovrebbe essere considerato molestia sul piano penale? Ecco, appunto... Da scrittrice, tuttavia, riesco ad analizzare le parole del rapper milanese con un certo distacco e a separare l'autore dal narratore. So come funziona lo storytelling, che sia in musica o in prosa. Anche a me è capitato di assumere punti di vista scomodi: anni fa avevo scritto un racconto in prima persona con lo sguardo di una escort laureata, stufa di vedersi proporre stage gratuiti e contratti a progetto. Desideravo attaccare il sistema del precariato, non certo istigare alla prostituzione, ma se avessi usato toni più blandi nessuno mi avrebbe capito. Pertanto, se Emis Killa è in buona fede come dice, tutto questo polverone mi sembra esagerato. 

giovedì 10 novembre 2016

Lo scopo del blog - inevitabili cambiamenti


Se non cambiasse mai nulla, non ci sarebbero le farfalle.
(anonimo)

Di recente ho apportato alcune impercettibili modifiche al back-stage di “Appunti a Margine”, ho riordinato i tag e corretto qualche refuso trovato nei vecchi articoli.  A breve, però, dovrò intervenire anche a livello sostanziale. Le regole per i guest-post cambieranno e la pagina “lo scopo del blog” richiederà una doverosa attualizzazione, coerentemente con la mia evoluzione personale e autoriale.
In che modo essa avverrà, ancora non lo so, perché continuo a cambiare idea.
Ho riletto il testo più volte per focalizzare la direzione che il blog ha preso nell’ultimo anno. Non solo lo stile è diventato più maturo e la vocazione meno autoreferenziale: seguendo il flusso creativo, il focus si è progressivamente spostato da argomenti di carattere tecnico ad altri, più filosofici. Tornare indietro, mi sembrerebbe una forzatura. Conclusione: occorre riscrivere la presentazione da capo.
Però le fondamenta che reggono la baracca sono sempre le stesse. La scrittura si mantiene al centro di tutto. I miei intenti spirituali e relazionali sono rimasti immutati. E io non ho perso il desiderio di comunicare la mia visione del mondo. Conclusione: sono sufficienti piccoli aggiustamenti.
Essendo un’eterna indecisa come buona parte delle bilancine, è da mesi che rimugino sulla questione. Per togliermi da quest’impasse, ho deciso di condividere i miei ragionamenti con voi.
Oggi analizzerò alcuni estratti del post, per comprendere, e farvi comprendere, quali mi rispecchino ancora. Dopo averlo fatto, spero di riuscire a prendere delle decisioni.

giovedì 3 novembre 2016

Il Jolly e le parole socialmente scorrette #2


Nulla al mondo è normale.
Tutto ciò che esiste è un frammento del grande enigma.
Anche tu lo sei: noi siamo l'enigma che nessuno risolve.
(Jostein Gaarder)

Qualche mese fa ho pubblicato “Il jolly e le parole socialmente scorrette #1”, post inaugurale di una rubrica senza scadenza fissa, finalizzata a scovare i messaggi impliciti che si celano dietro le nostre abitudini verbali. A causa della pausa estiva e della mia ispirazione anarchica, però, la seconda puntata si è persa nel mondo delle intenzioni, e oggi l’amico cappelluto mi ha richiamato all’ordine con modi non proprio gentili: “Che razza di portavoce sei? Scompari nel nulla proprio adesso che c’è bisogno di te? I nani, sui social, stanno dormendo, assorbono passivamente ogni concetto veicolato dai siti di disinformazione e poi lo rilanciano in rete, rendendolo virale. Ma le parole sono ingenue, nessuno si rende conto del loro potere. Solo chi rimpingua la gassosa purpurea sa che esse possono trasformare la realtà, alimentare convinzioni limitanti e far perdere di vista il vero valore della comunicazione: non siamo qui per blaterare, ma per capire.”

Avete visto che bel cazziatone? Non posso fare a meno di rispondere con solerzia, analizzando altri tre concetti cui si fa spesso ricorso senza criterio. Se non ricordate perché abbia deciso di regalarvi questi brevi excursus, potete leggere l’introduzione all’articolo precedente e rinfrescarvi la memoria. In caso contrario, andate pure avanti con la mente aperta. Anzi: spalancata.

giovedì 27 ottobre 2016

Guest post - Come il font influenza il lettore


Oggi è mia ospite Rachele Ravanini, che analizzerà un aspetto tecnico della scrittura spesso sottovalutato dagli autori, ma importante quanto il contenuto di un testo.
Il font rappresenta il vestito indossato dalla nostra pagina: è vero che l’abito non fa il monaco, ma sicuramente contribuisce a presentarlo. Inoltre, ambienti diversi richiedono divise diverse. Dall’unione di contesto, dress-code e atteggiamento, deriva la percezione che gli altri avranno di noi.  Un uomo in giacca e cravatta, per esempio, può essere considerato serio e professionale a un meeting di lavoro, ma completamente fuori luogo a una partita pallone. Allo stesso modo, un Comic va benissimo, se stiamo narrando uno scambio di sms tra ragazzini… non lo vedrei molto bene, però, su un trattato di astrofisica, e tanto meno sui moduli delle tasse.
Chi gestisce un blog o decide di auto-pubblicarsi spesso non ha alle spalle un editore disposto a dargli consigli, quindi conoscere le principali famiglie di caratteri editoriali e focalizzare le sensazioni che ciascuna di esse trasmette al lettore può evitare madornali errori comunicativi.
Io, per il romanzo in stesura, sto usando il Times New Roman perché dà alla pagina un aspetto ordinato. Sul blog, invece, ho optato per l’Arial: lo sfondo è abbastanza ricco, quindi un carattere semplice mi consente di non scivolare in inutili pacchianerie.
Buona lettura a tutti!

giovedì 20 ottobre 2016

La presenza di date in un romanzo


La scrittura per me è un tentativo disperato di preservare la memoria.
I ricordi, nel tempo, strappano dentro di noi l'abito della nostra personalità, 
e rischiamo di rimanere laceri, scoperti. 
(Isabel Allende) 

Qualche giorno fa ho concluso la lettura di “Non aspettare la notte”, quarto romanzo della scrittrice Valentina D’Urbano. Avendo molto apprezzato le sue opere precedenti, sono rimasta un po’ delusa.

Forse un autore che sfonda le classifiche per tre volte di fila si illude di poter vivere di rendita, riducendo di il proprio sforzo mentale. Concentrarsi esclusivamente sulla trama però porta a trascurare quel lavoro di fino che determina la qualità di un prodotto letterario. Lo stile mi è parso poco raffinato, con una sovrabbondanza di espressioni abusate perdonabili a un esordiente, non a una scrittrice affermata. Inoltre, la scelta di datare le vicende risultava posticcia e non supportata da adeguate esigenze narrative.

Quando ho recensito il libro su Amazon, ho scritto:

“[…] penso che non abbia senso ambientare una storia negli anni 90 se poi ci si limita a citare il "Ciao" e le lire. Se si sceglie un frame storico definito ci dev'essere un motivo, e questo motivo deve essere chiaro sia al lettore sia all'autore stesso […]”

Oltre a me solo un’altra persona ha evidenziato che, considerata l’esiguità dei dettagli ambientali, la storia avrebbe potuto tranquillamente svolgersi ai giorni nostri. La sua affermazione è stata però criticata da un altro lettore, tra l’altro in modo piuttosto aggressivo, nel commento che mi ha dato l’idea per questo post:

giovedì 13 ottobre 2016

Di cosa ha bisogno la nostra scrittura?


L'abitudine ci nasconde il vero aspetto delle cose.
(Michel de Montaigne)

Spesso i blog dedicati alla scrittura creativa consigliano di esercitarsi ogni giorno per mantenere mano e cervello allenati. Suggeriscono di stabilire delle tempistiche precise per ogni sessione creativa e di rispettarle spaccando il minuto, o in alternativa di definire il numero minimo di parole da sfornare. In poche parole, chiedono di essere ligi alla propria tabella di marcia, timbrando il cartellino come in ufficio.
Pur riconoscendo che la costanza sia fondamentale per qualunque attività, considero questa indicazione un’arma a doppio taglio: Il termine routine di scrittura mi sembra un vero e proprio ossimoro.

giovedì 6 ottobre 2016

Il rapporto tra autore e personaggi - la sospensione del giudizio


Più si giudica, meno si ama.
(Nicolas de Chamfort)

Oggi ho deciso di insegnarvi un trucchetto per tratteggiare in profondità gli eroi delle vostre storie. A seconda del carattere di ognuno, applicarlo potrebbe essere semplicissimo, oppure molto complicato. Non vi sto infatti suggerendo una regola narrativa finalizzata all’acquisizione di competenze tecniche, né consigliando libri da leggere o esercizi da svolgere: vi sto chiedendo invece di sviluppare una qualità caratteriale fondamentale per l’attività di scrittura, la capacità di rinunciare a ogni giudizio superficiale.
Pensate di poterci riuscire?
Secondo me, sì. Occorre però ricordare che la scrittura di un individuo rispecchia il suo carattere e il suo atteggiamento generale nei confronti della vita. Un eventuale cambiamento deve quindi partire dalla realtà quotidiana, con l’adozione di modalità relazionali sempre più orientate a una comprensione profonda delle altre persone. Non appena questo atteggiamento diventerà un’abitudine consapevole, sarà spontaneo adottarlo anche nei confronti dei vostri personaggi, che guadagneranno spessore e realismo.


giovedì 29 settembre 2016

Storia in sei parole ... rovesciata!


Dopo il successo ottenuto dalle prime due puntate della Storia in sei parole, quella a tema astrologico e quella dedicata al Jolly ho deciso di ospitare nuovamente la rubrica ideata da Michele Scarparo.

Lui la presenta così:

“Dicono che il primo sia stato Hemingway, per vincere una scommessa: «For sale: baby shoes, never worn» (Vendesi: scarpe per neonato, mai indossate). Di sicuro sei parole sono sufficienti a dipingere una storia. Persino un romanzo. Ma sono poche, dannatamente poche, e non è facile per nulla.”

La tematica di oggi rovescia l’iniziativa del nostro amico. Michele, infatti, prende spunto da vocaboli stranieri intraducibili nella nostra lingua, ma anche sul dizionario italiano sono presenti tanti termini per i quali non esiste un corrispettivo in nessun altro idioma. Qualche mese fa ne ho trovati diversi, ed era mia intenzione radunarli in un post. Siccome, però, la procrastinazione è il male assoluto, oggi ne ho scelti tre, tutti per voi.